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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Lunedì, 17 Aprile 2006

Brasile, un’identità nazionale tra razzismo e democrazia razziale, di Luciano Nicolini (n°78)

Questo il titolo del convegno, promosso dal Laboratorio di Etnologia dell’Università, che si è svolto a Modena nei giorni 30 e 31 marzo, di fronte a un pubblico numeroso e attento.

Che cosa sia il razzismo lo appiamo tutti. Che cosa sia, invece, una "democrazia razziale" (così si autodefinisce lo stato brasiliano) è forse un po’ meno chiaro. Infatti, se per democrazia si dovesse intendere il "potere del popolo" (o, come più spesso accade, della maggioranza della popolazione sulle minoranze), il termine "democrazia razziale" suonerebbe piuttosto male. Ma non è, ovviamente, il significato che gli viene attribuito in Brasile, dove indica, piuttosto, la presunta assenza di razzismo all’interno di quella società.

Non c’è comunque da stupirsi del singolare uso della parola "democrazia": basti ricordare che, nel corso degli ultimi decenni, si è diffusa in tutto il mondo la strana abitudine di chiamare "democrazia economica" il capitalismo, che più correttamente andrebbe chiamato "aristocrazia" o, meglio ancora, "oligarchia economica".

Dopo il saluto della preside della facoltà di lettere Marina Bondi, ed una breve introduzione di Fabio Viti, che ha sottolineato come il Brasile sia stato non solo oggetto di fondamentali ricerche d’antropologia, ma anche produttore di studi antropologici, Stefania Capone, del CNRS di Parigi, ha parlato della "religione degli orixas" tra sincretismo e riafricanizzazione. E’ noto che, in molti paesi del Sudamerica, sono diffusi, tra le popolazioni nere e mulatte, culti nei quali si mescolano cristianesimo e memoria delle religioni africane (sincretismo). Oggi, da parte di alcuni movimenti neri, si parla di desincretizzare la religione (eliminare, cioè le influenze del cristianesimo) per ritrovarne l’origine africana. Ma tra i sostenitori della desincretizzazione, non tutti la pensano allo stesso modo: c’è chi vorrebbe importare riti conservatisi in Africa e chi, invece, preferisce operare "purificando" quelli importati in America al tempo della tratta degli schiavi; un dibattito interessante, che, come si può immaginare, non ha solo risvolti scientifici, essendo tali riti fonte di guadagno e di potere.

A questa relazione, di contenuto più francamente antropologico, è seguita quella di Roberto Vecchi, dell’Università di Bologna, che ha trattato il tema della schiavitù e dei vuoti della rappresentazione, ricordando come il fenomeno sia fondamentale per capire il Brasile moderno. In questo paese la schiavitù fu abolita soltanto alla fine dell’ottocento. In seguito si cercò di non parlarne, o di parlarne in modo edulcorato, mentre numerosi testimoni dell’epoca (e tra essi il geografo anarchico Eliseo Reclus) erano stati chiarissimi nel denunciare la crudeltà dei padroni locali.

E’ stata poi Valeria Ribeiro Corossacz, organizzatrice del convegno, a chiudere la prima giornata di lavori, con una relazione su la politica delle quote universitarie per negros. Nel corso di essa ha, tra l’altro, richiamato l’attenzione su alcuni dati statistici di sicuro interesse: il 53% della popolazione brasiliana si dichiara "bianco", il 39% "pardo" (scuro), il 6% "nero" (mentre "indigeni" e "gialli" non raggiungerebbero, insieme, l’1%); al contrario, tra gli studenti universitari, il 97% sarebbe costituito da "bianchi", l’1% da "asiatici" e solo il 2% da "neri".

Il giorno successivo Roberto Francavilla, dell’Università di Siena, si è intrattenuto su letteratura e stereotipo razziale, sottolineando come il Brasile abbia ereditato il razzismo portoghese, secondo cui il nero sarebbe caratterizzato da "fisicità" e "semplicità". In particolare si è soffermato sulla letteratura scritta dai poveri per i poveri, letteratura che è pervasa da una visione del nero sostanzialmente reazionaria. Tale stereotipo sarebbe stato messo in crisi solo negli anni sessanta del novecento, in seguito alla pubblicazione degli scritti della poetessa di colore Carolina Maria de Jesus.

E’ stata poi la volta di Roberto Malighetti, dell’Università di Milano Bicocca, che ha parlato di inversioni identitarie e resistenza nel quilombo di Frechal. Con il termine quilombo s’intendeva un accampamento di schiavi. In seguito all’entrata in vigore di una legislazione che attribuirebbe ai suoi abitanti la proprietà del territorio abitato tradizionalmente, si è assistito recentemente a processi di costruzione identitaria: in altre parole, a una riorganizzazione della memoria storica sulla base del contesto contemporaneo. Negro e quilombo, da sempre termini negativi, diventano così, in tale contesto, termini positivi.

Da ultimo Filippo Lenzi Grillini, dell’Università di Siena, ha parlato del processo ufficiale di riconoscimento etnico - territoriale degli Indios brasiliani. Sì, perchè in Brasile, oltre ai bianchi, ai neri e ai mulatti, ci sono anche le popolazioni indigene. Nei loro confronti sono sempre state portate avanti politiche sostanzialmente paternaliste. Gli indigeni venivano considerati alla stregua di minorenni, dunque: "protezione" e "tutela"; addirittura parchi nazionali con Indios in "esposizione permanente".

Le "zone di occupazione tradizionale" degli indigeni vengono oggi delimitate da gruppi di esperti comprendenti anche l’antropologo. Vengono poi dal governo federale concesse in usufrutto agli Indios, che godono di particolari forme di assistenza legate però al fatto di continuare a vivere in maniera tradizionale. Tale stato di cose è contestato da chi, tra loro, desidera godere di diritti in quanto cittadino, piuttosto che in quanto appartenente a una "popolazione protetta".

 

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