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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Lunedì, 05 Giugno 2006

Populismo in America Latina, di Toni Iero (n°81)

Le novità degli ultimi tempi sembrano provenire dall’America Latina. Nuovi governanti si stanno facendo strada e stanno contribuendo a cambiare il volto di quel continente. Da Kirchner in Argentina a Chavez in Venezuela, da Palacio in Equador fino a Morales in Bolivia. Le politiche che stanno portando avanti sono piuttosto variegate ma, per trovare un fattore comune, vi è una caratterizzazione di fondo che è il nazionalismo e la dichiarata intenzione di aiutare i settori di popolazione più indigenti.

Non è difficile interpretare queste scelte come una reazione (per certi versi auspicabile) a quanto ha dovuto subire il continente sud americano nel corso degli ultimi decenni.

Vai a giocare nel tuo cortile

L’America Latina è stata definita il “cortile di casa” degli Stati Uniti. La definizione consegue alla cosiddetta “dottrina Monroe” (1823 – l’America agli Americani), che esprimeva l’idea che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato nessuna interferenza o intromissione nell’emisfero occidentale da parte delle potenze europee. Questa dottrina fu intesa dai sui ideatori come un proclama degli USA contro il colonialismo, ma in seguito fu interpretata da Theodore Roosevelt come la libertà, per gli USA, di praticare una propria forma di colonialismo nel continente americano.

Non è evidentemente possibile trattare questa materia in dettaglio. È tuttavia chiaro che la colonizzazione dell’America Centrale e Meridionale da parte degli Stati Uniti abbia costituito una dei fattori chiave che spiegano il successo degli USA nella competizione geo politica mondiale.


Infatti l’accesso alle materie prime dell’America Latina, l’uso di un intero continente come mercato di sbocco per la propria produzione industriale e il controllo dei traffici che passavano per tutto l’emisfero occidentale (vedi anche il canale di Panama) hanno permesso agli Stati Uniti di diventare una potenza a proiezione mondiale.

Sangue latino

Nel perseguire il loro disegno colonialista, gli USA hanno potuto contare sull’appoggio di una classe dirigente locale largamente corrotta e predatrice. Lo scambio prevedeva che gli yankee fornissero protezione economica e militare alle classi al governo, in cambio dell’allineamento di quegli stati all’interno dello schieramento USA.

Nessuna deviazione da questa linea era consentita. Da qui una lunga serie di golpe, guerre civili e operazioni pilotate dai servizi segreti per combattere qualsiasi ipotesi di allentamento della dipendenza geo politica e geo economica dell’America Latina. Unica eccezione fu Cuba dove, un po’ per la sottovalutazione del fenomeno Castro (che ha goduto, prima di prendere il potere, di una certa benevolenza da parte degli USA), un po’ per l’intervento dell’Unione Sovietica (allora ancora all’apogeo della sua potenza) non si intervenne efficacemente.

Il colonialismo USA ha prodotto società con enormi disparità sociali, incapaci di un serio sviluppo economico, ostaggio di militari tanto feroci e sanguinari quanto corrotti e incompetenti. Il tributo di sangue pagato dai progressisti in questi paesi è stato spaventoso e, purtroppo, senza decisive conseguenze dal punto di vista della creazione di una mentalità democratica condivisa.

La riscossa

A partire dal crack argentino, vero e proprio atto di guerra finanziaria portato avanti dagli USA contro il pericolo di un avvicinamento economico tra quel paese e l’Unione Europea, allora percepita come un pericoloso concorrente, qualcosa è cambiato nel comportamento delle classi dirigenti di molte nazioni sudamericane.

Ancora una volta è il mutato equilibrio geo politico mondiale che permette a numerosi governi dell’America Latina una maggiore libertà d’azione. L’emergente potenza economica cinese ha permesso a Brasile e Argentina di stipulare importanti accordi di commercializzazione delle loro materie prime e delle loro produzioni agricole, in cambio di svariate centinaia di miliardi di dollari di investimenti cinesi.

Il vertiginoso aumento dei prezzi delle materie prime (petrolio in primis), determinato dallo scontro in atto tra USA e Cina per il loro controllo, ha inoltre permesso a molti di questi paesi di godere di un cospicuo aumento degli introiti. Più denaro, connesso con una maggiore libertà d’azione, ha creato una condizione in cui diventava possibile fare cose che prima erano più difficili.

Rivoluzione populista?

Tutti questi avvenimenti destano gli entusiasmi di una rilevante parte della sinistra italiana. Vi è chi sostiene che si sia all’inizio di un processo storico di emancipazione delle popolazioni latino americane, grazie proprio ai provvedimenti che i governi populisti stanno mettendo in atto.

Dopo il fallimento del comunismo sovietico, la vanificazione della socialdemocrazia ad opera della globalizzazione e l’evaporazione della cosiddetta terza via del Pci (per i pochi che se la ricordano, era l’inizio degli anni ’80), il populismo sta cominciando una nuova storia in America Latina?

Purtroppo non credo sia così. Pur giudicando opportune molte iniziative intraprese (la nazionalizzazione di petrolio e gas, la pubblicizzazione di risorse come l’acqua, i programmi di assistenza sanitaria e di istruzione) è bene avere in mente che il populismo non è certo un fenomeno nuovo in quel continente. Ci siamo già dimenticati di Peron? O del fatto che il Messico è stato governato per decenni da un cosiddetto “Partito Rivoluzionario Istituzionale”? Hugo Chavez, tanto caro a molti terzomondisti nostrani, è un colonnello dell’esercito con un brillante passato di golpista e spende una discreta quota della rendita petrolifera venezuelana andando in giro per il mondo ad acquistare armi.

Il problema è che, salvo poche eccezioni, le dittature che hanno governato per decenni quei paesi hanno impedito che si costruissero società basate su valori democratici, e, a maggior ragione, che si sviluppasse un consistente tessuto di autorganizzazione solidaristica tra i lavoratori. Il populismo e le riforme pilotate dall’alto rappresentano una “scorciatoia” verso una maggiore giustizia sociale che, storicamente, non è mai durata oltre i contingenti interessi dei nuovi governanti.

Ben vengano dunque le leggi che possono migliorare le condizioni di vita di quelle popolazioni. Ma occorre appoggiare senza indugi quelle forze, come i movimenti libertari, che si adoperano per costruire una solida (e reale) base per lo sviluppo sociale ed economico.

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