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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Sabato, 01 Luglio 2006

Amlo, Marcos e gli altri, di Ilaria Leccardi (n°82)

Vigilia elettorale in Messico tra vecchie tendenze e possibili cambiamenti

Dopo le recenti elezioni in Perù, che hanno dato la vittoria al moderato Alan García, il continente americano si prepara ad un nuovo appuntamento elettorale. Il 2 luglio si svolgeranno le elezioni presidenziali in Messico. A contendersi il posto che dal 2000 è di Vicente Fox, membro del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), saranno il nuovo candidato del PAN, Felipe Calderón, e l’ex sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, candidato del Partido de la Revolución Democrática, PRD, di centro-sinistra. Altri candidati, meno accreditati dei precedenti, sono Roberto Madrazo, del Partido Revolucionario Institucional (PRI), di centro-destra che mantiene la maggioranza in Parlamento, Roberto Campa, della Nueva Alianza (PNAL), partito nato da una scissione dal PRI, e Patricia Mercado, candidata socialdemocratica del Partido Alternativa Sociademócrata y Campesina (PASC).

Se i sondaggi inizialmente favorivano Obrador, oggi danno Calderón in recupero, portando i due candidati ad una sostanziale parità attorno al 35% delle preferenze. Il rappresentante della sinistra, pur non avendo lo stesso carisma o la stessa spinta innovatrice di personaggi come il presidente del Venezuela Chávez o quello della Bolivia Morales, sembra essere un’alternativa alle politiche portate avanti in questi anni da Fox, il quale a detta di molti non ha saputo mantenere le promesse fatte alla vigilia della sua elezione. Obrador, facendo sue le cause della giustizia sociale e della limitazione delle privatizzazioni, utilizzando lo slogan “Per il bene di tutti, prima i poveri”, e potendo contare su un buon operato come sindaco della capitale, trova consensi soprattutto nella classe media e in diverse fasce della popolazione più disagiata, ma allo stesso tempo è sostenuto da uno degli uomini più ricchi ed influenti del Messico, Carlos Slim, proprietario di reti di distribuzione e alimentazione. Calderón, invece, punta più che altro sulla mano dura contro la delinquenza e sull’apertura alla privatizzazione e alla concorrenza in un campo delicato come quello petrolifero, dove finora nessuno, neanche Fox, si è ancora azzardato a mettere la PEMEX, l’industria petrolifera di stato, sul mercato. Altro tassello importante del programma politico del candidato del PAN è la collaborazione indiscussa con gli Stati Uniti.

        

   
                   
       
   
La campagna elettorale è stata dura fin dal principio, soprattutto per Obrador, che ha dovuto affrontare attacchi da diversi lati. In principio è stato il presidente uscente Fox, appoggiato dal Parlamento, a provare ad escluderlo dalla corsa alla presidenza, con l’approvazione nell’aprile 2005 di una risoluzione che toglieva ad Amlo l’immunità parlamentare e lasciava aperte le porte ad un processo per l’accusa di aver fermato la costruzione di una strada di accesso ad un ospedale di Santa Fé. Un processo che, benché di minima importanza, avrebbe escluso Obrador dalla possibilità di candidarsi. Ma sono stati i milioni di suoi sostenitori scesi in piazza in segno di protesta a fare rivedere al Parlamento il provvedimento e a permettere ad Obrador l’effettiva candidatura.

 

Obrador ha dovuto far fronte anche ad uno strapotere televisivo delle forze a lui contrapposte. Le due più importanti televisioni private messicane, Tv Azteca e Televisa, sono infatti chiaramente schierate al fianco di Calderón. E questo soprattutto dopo che, nel marzo scorso, con i voti di PAN e PRI il Parlamento ha varato una legge sul riordino televisivo che di fatto concentra nelle mani dei due grandi network la possibilità di controllare le concessioni per nuove piattaforme di diffusione di segnale e di raccogliere la pubblicità televisiva.

Infine, un importante attacco a Obrador è giunto da un soggetto politico che gode di una forte presa sull’opinione pubblica, soprattutto internazionale, il subcomandante Marcos, leader storico del movimento zapatista, che adesso ha assunto il nominativo di “delegato zero”. Benché Marcos si sia fortemente opposto al tentativo di “desafuero” del Parlamento nei confronti di Obrador, ha criticato fortemente quest’ultimo accusandolo di essere una pedina dell’imperialismo il cui obiettivo sarebbe proseguire e rafforzare le politiche neoliberiste. È per questo che, al fianco della campagna elettorale ufficiale, il subcomandante e il suo movimento hanno dato il via ad una campagna alternativa che, pur non puntando alla conquista del potere, si è posta come fine l’unione di varie realtà nazionali e movimenti di sinistra, per creare un blocco di opposizione al sistema vigente, di stampo pacifista e non violento. Le forti critiche al candidato del PRD sono emerse ancor più prepotentemente il 9 maggio passato, nel corso di un’intervista concessa da Marcos proprio alla televisione privata Televisa, critiche che hanno toccato con termini molto forti ma solo di striscio gli altri candidati.

La sfida per Obrador non sarà dunque semplice. Ma la sua eventuale vittoria, la prima di un candidato di sinistra dopo 70 anni di dominio del PRI e 6 di presidenza Fox, potrebbe essere un passo importante per l’emancipazione del Messico, primo paese di lingua spagnola del continente per popolazione ed estensione geografica, dal controllo degli Stati Uniti. Inoltre, in molti sperano che una sua elezione possa portare una soluzione alle questione delle emigrazioni di massa che ogni anno portano migliaia e migliaia di cittadini messicani in territorio statunitense.

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