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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Mercoledì, 01 Novembre 2006

Chi ha veramente perso in Brasile?, di Ilaria Leccardi (n°85)

Scrivo queste righe pochi giorni prima del ballottaggio per la nomina del presidente brasiliano. Non so dunque chi alla fine, il 29 ottobre, si sia imposto, se il già capo di Stato Luiz Inácio Lula da Silva, del Partido dos Trabalhadores (PT), o lo sfidante Geraldo Alckmin, del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB). Qualunque sia il risultato delle elezioni, la certezza è che Lula può dirsi in un certo senso sconfitto. Le votazioni del primo turno hanno dato indicazioni piuttosto chiare sull’orientamento del Paese, e su come sia stato giudicato dai 126 milioni di brasiliani votanti il mandato di colui che era stato il primo presidente operaio brasiliano.

Lula, pur riscuotendo ancora la maggior parte dei consensi a livello nazionale (il primo turno si era concluso con il 48,6% di voti a suo favore e il 41,8% di preferenze per Alckmin), ha dovuto far fronte a due forze contrapposte: da una parte l’avanzata della destra, dall’altra l’affermarsi di due candidati di sinistra, provenienti entrambi dalle fila del PT, l’ex senatrice Heloísa Helena, del Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), che al primo turno ha ottenuto il 6,5% delle preferenze, e Cristovam Buarque, del Partido Democrático Trabalhista (PDT), che ha raccolto il 2,6% dei voti. Inoltre, tra gli Stati brasiliani più importanti il PT di Lula si è imposto al primo turno solo a Bahía, oltre ad aver vinto in altri tre Stati più piccoli, mentre il PSDB di Alckmin ha conquistato, oltre a due circoscrizioni minori, anche i due più grandi Stati del sudest brasiliano, Minas Gerais e Sao Paulo.

Come hanno confermato i sondaggi, l’ultima settimana di campagna elettorale è stata decisiva per il recupero di preferenze da parte di Alckmin, aiutato oltremodo anche dal rifiuto da parte del presidente uscente di partecipare ad un confronto televisivo sulla rete nazionale Globo. Ed è anche vero che la destra sfidante ha messo in piedi una furiosa campagna elettorale sui media brasiliani, che ha cavalcato le notizie, in parte vere e in parte false, degli scandali di corruzione che hanno coinvolto diversi membri dell’entourage di Lula, dal Segretario Generale del PT, Silvio Pereira, al ministro dell’Economia, Antonio Palocci, a quello della Comunicazione, Luiz Gushiken. Ma i problemi per Lula hanno sicuramente radici più profonde. Non bisogna sorprendersi per l’avversione che hanno manifestato nei suoi confronti le fasce più elitarie della società o i ceti medio alti, che mai hanno provato simpatia per il presidente operaio. Quanto piuttosto sarebbe da chiedersi a cosa sono dovute la forte delusione che ha attraversato il ceto medio, e le critiche che i movimenti sociali, come ad esempio quello dei Sem Terra (MST), che inizialmente avevano confidato nella novità politica proposta da Lula, hanno rivolto a più riprese al presidente uscente.

Senza dubbio le fasce più povere della società, che in gran parte votano ancora per Lula, hanno avuto notevoli benefici dalle campagne sociali a cui il presidente ha dato vita. Il programma “Fome Zero” (Fame Zero) e il suo rispettivo progetto di redistribuzione dei redditi, chiamato “Bolsa Familia” (Borsa Famiglia), ad esempio, hanno permesso a molte persone che da sempre vivevano sotto il livello di povertà di innalzare il proprio livello di vita, e a molti giovani di iscriversi a scuole ed università. Un altro merito del governo è stata la capacità di far diminuire notevolmente il debito estero del Brasile.

Quello che però è mancato alla conduzione politica di Lula è stato probabilmente il coraggio di dare una svolta netta al sistema sociale brasiliano, per quel che riguarda da una parte i forti poteri economici che ancora dominano nella società, dall’altra gli stretti legami che da sempre uniscono la classe politica del Paese latinoamericano al grande capitale finanziario. Un esempio viene dalla riforma agraria, che pur avendo generato buoni risultati per i piccoli produttori, grazie alla creazione di numerosi insediamenti, ha comunque lasciato ancora vivi e dominanti il latifondo e la concentrazione di grandi proprietà, tra cui quelle che fanno a capo a multinazionali come Monsanto, Bunge, Syngenta, favorite da un modello di esportazione basato sulla monocoltura di prodotti come soia e cotone.

Altra questione controversa, cavalcata soprattutto dalla destra in campagna elettorale, ma in realtà piuttosto consueta nel panorama politico brasiliano, è nata dalla notizia secondo cui, tra il 2003 e il 2004, il PT di Lula avrebbe corrotto alcuni parlamentari per far loro votare dei provvedimenti a favore del governo. Rispetto a questa storia, ciò che contestano gli oppositori di sinistra è soprattutto il fatto che l’esecutivo di Lula non sia riuscito a modificare la tendenza dei governi brasiliani, come anche quella dei sindacati ufficialisti, a far uso della corruzione a proprio vantaggio, e allo stesso tempo contestano l’incapacità di Lula di rompere l’alleanza degli organi governativi con il grande capitale finanziario. Dopotutto lo stesso presidente operaio non ha mai dichiarato di voler perseguire un ideale anticapitalista, quanto piuttosto ha confermato a più riprese di voler dar vita ad un “capitalismo dal volto umano”, per quanto questa possa non essere considerata una contraddizione in termini. E benché la base dei movimenti

sociali brasiliani appoggi ancora Lula, c’è chi sul suo operato ha fatto una riflessione più profonda, arrivando a schierarsi contro il suo governo e a chiedere una svolta effettiva nei rapporti sociali, rifacendosi ad esperienze quali quelle di Hugo Chavez in Venezuela e di Evo Morales in Bolivia.

Benché i passi avanti in tema di sviluppo sociale rispetto ai precedenti governi siano stati notevoli, ciò che affligge il PT è una forte ambiguità tra la sua propensione alle classi più disagiate della società e l’incapacità di distaccarsi completamente dai poteri forti che dominano quest’ultima. Ad uscire claudicante da questi anni di governo è stato dunque proprio il Partido dos Trabalhadores, nato come paladino della giustizia sociale e favorevole ad un cambiamento netto rispetto al passato del Brasile, ma non in grado di modificare le consuetudini e i vizi della politica ufficiale. Allora forse, a prescindere dal risultato elettorale, il PT avrebbe bisogno di un’effettiva rifondazione, perché sicuramente può contare ancora su una forte potenzialità di base e su un discreto appoggio popolare. Dovrebbe cercare di tornare ai suoi propositi originari, ossia riorganizzare la classe lavoratrice, oggi allargata più che mai e composta anche da disoccupati e Sem Terra, raggruppando così le forze popolari che dovrebbero essere in grado di rendersi realmente protagoniste di un Brasile risanato, e mettendo in primo piano gli interessi e le esigenze del popolo. E il PT dovrebbe saper cogliere quest’occasione anche per divenire realmente la punta di lancia di un Sud del mondo che si sta riorganizzando e poco per volta viene alla luce, insieme a numerosi Stati e popoli che guadagnano ogni giorno con la lotta sociale la propria autonomia e la propria emancipazione.

 

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