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Categoria principale: Esteri Categoria: Centro America e America Latina
Creato Venerdì, 01 Giugno 2007

Colombia: paese potenzialmente ricco, ma “sfortunato”, di Eugen Galasso (n°92)

Se c’è un paese ricco soltanto in potenza (materie prime, ma anche l’agricoltura, se differentemente praticata) questa è la Colombia: grande il doppio della Francia, è ridotta al non sfruttamento delle proprie risorse (tra l’altro oro e platino), mentre la principale materia esportata è diventata la "polvere bianca", la cocaina.

E si ritrova stretta nella lotta senza quartiere tra la guerriglia (la FARC, su posizioni marxiste-leniste, con venature ancor più inquietanti), fra l’altro con nessuna possibilità di vittoria, e chi invece detiene da decenni il potere, in modo oligarchico (dominio dei pochi), cioè el Partido Conservador.

Gestito da un vero comitato d’affari, un tempo costituito da detentori dei latifondi, ora da speculatori e trafficanti inseriti nelle multinazionali, il partito di maggioranza, cerca di impadronirsi ancora una volta del potere: Alvaro Uribe, attuale presidente, al secondo mandato (non può essere rieletto, ma ha fondate possibilità di passare la carica ad altro conservatore), è grande amico di Bush, che in occasione della recente visita in Colombia (8-12 marzo) non ha avuto problemi a dire: "Sono fiero di definirla amico e alleato strategico".

Del resto, con il Plàn Colombia e i suoi addentellati, che teoricamente mirano solo a sradicare le piantagioni di coca, mentre in realtà hanno ben altre finalità, il paese, a differenza di Venezuela, Cuba, in parte Argentina e Brasile, è sempre stato fin troppo filo-USA (nel 1903 gli vendette Panama "per un piatto di lenticchie" ...) e si rivela ancora una volta timoroso di rompere l’alleanza con il suo finanziatore o, meglio, con il finanziatore di quel potere oligarchico che altrimenti non avrebbe ragione d’esistere.

C’è, in realtà, un altro grande partito, quello Liberàl (ideologicamente tra repubblicani e socialisti, per dirla all’europea; aderisce all’Internazionale socialista), nonchè un aggregato tipo Sinistra Unita (per completezza aggiungeremo i gruppi libertari, il cui peso effettivo è però insignificante), ma le possibilità di affermazione elettorale sono, per il 2010, limitate, mentre, nella culla della teologia della liberazione, la guerra civile prosegue con migliaia di vittime ogni mese, peraltro regolarmente ignorate dai mass-media, e con un immiserimento della parte più povera della popolazione, causato dal "liberismo" sfrenato del governo (in Colombia tutto è stato privatizzato).

La lotta di fondo è, ancora una volta, tra la FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) e "los Para" cioè i paramilitari (Autodefensa Unida de Colombia - AUC), ma anche il peso della microcriminalità è notevole, e si aggiunge a quella principale...

Per smentire le voci fondate di collusioni tra governo conservatore e AUC, in occasione della recente visita di scambio d’inizio aprile tra Michelle Bachelet, presidente socialista del Cile, e don Alvaro Uribe, quest’ultimo, rispondendo a domande pressanti dei giornalisti, ha risposto gridando: "Yò no soy el presidente de los Para!". (Non sono il presidente dei paramilitari!).

Se negli anni 1960 (lo dimostrano testi di geografia politica dell’epoca) si parlava della Colombia come di un’ "Ellade sudamericana", pur a fronte di una situazione di analfabetismo di più di metà della popolazione (attualmente, tra l’altro, la situazione non è molto diversa), oggi simili affermazioni sarebbero semplicemente grottesche. Morti ammazzati, morti per fame (soprattutto negri, mulatti, chollos, cioè indios) ma anche una situazione la cui "evoluzione" può andare verso il caudillismo di sinistra à la Chavez solo nel caso migliore.

Un grande comico colombiano, "El Negro Palomino" (grande, grosso, ben piantato, autore e attore dalla voce roca, a tratti caprina, con storie scritte da lui stesso, decisamente urticanti) propone un ritratto terribile quanto realistico dell’infelice terra che prende il nome da Cristoforo Colombo. Storie sanamente volgari, a tratti blasfeme, mai qualunquiste. Storie con paras e guerrilleros, donne, uomini, vecchi e bambini, dove il finale è quasi sempre amaro (troppo facile lo zuccherino consolatorio, in un paese come quello). Duro, implacabile, se la prende con tutti, "gringos" come "para", adepti della FARC, vecchie e... tutti/e, gay compresi. Scene dure, che ci parli del "marequita" come dell’incontro con una camionetta dell’esercito (o saranno para?) o invece di quella madre che prepara l’albero di Natale già a settembre, con reciproche accuse / maledizioni tra madre e figlio su chi morirà prima...

Da non dimenticare, Palomino: e difatti, in DVD e CD, Palo non passa ma rimane nelle menti e nei cuori di chi non vuole soccombere alla realtà terribile della Colombia. Fisicamente non più in vita, vi rimarrà a lungo qui, appunto nelle teste e nei cuori dei Colombiani che non votano "conservador", che ancora sperano in altro... e che ritrovano, nello specchio intelligentemente deformante dei suoi racconti la migliore prova di "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".

 

 

Se c’è un paese ricco soltanto in potenza (materie prime, ma anche l’agricoltura, se differentemente praticata) questa è la Colombia: grande il doppio della Francia, è ridotta al non sfruttamento delle proprie risorse (tra l’altro oro e platino), mentre la principale materia esportata è diventata la "polvere bianca", la cocaina.

E si ritrova stretta nella lotta senza quartiere tra la guerriglia (la FARC, su posizioni marxiste-leniste, con venature ancor più inquietanti), fra l’altro con nessuna possibilità di vittoria, e chi invece detiene da decenni il potere, in modo oligarchico (dominio dei pochi), cioè el Partido Conservador.

Gestito da un vero comitato d’affari, un tempo costituito da detentori dei latifondi, ora da speculatori e trafficanti inseriti nelle multinazionali, il partito di maggioranza, cerca di impadronirsi ancora una volta del potere: Alvaro Uribe, attuale presidente, al secondo mandato (non può essere rieletto, ma ha fondate possibilità di passare la carica ad altro conservatore), è grande amico di Bush, che in occasione della recente visita in Colombia (8-12 marzo) non ha avuto problemi a dire: "Sono fiero di definirla amico e alleato strategico".

Del resto, con il Plàn Colombia e i suoi addentellati, che teoricamente mirano solo a sradicare le piantagioni di coca, mentre in realtà hanno ben altre finalità, il paese, a differenza di Venezuela, Cuba, in parte Argentina e Brasile, è sempre stato fin troppo filo-USA (nel 1903 gli vendette Panama "per un piatto di lenticchie" ...) e si rivela ancora una volta timoroso di rompere l’alleanza con il suo finanziatore o, meglio, con il finanziatore di quel potere oligarchico che altrimenti non avrebbe ragione d’esistere.

C’è, in realtà, un altro grande partito, quello Liberàl (ideologicamente tra repubblicani e socialisti, per dirla all’europea; aderisce all’Internazionale socialista), nonchè un aggregato tipo Sinistra Unita (per completezza aggiungeremo i gruppi libertari, il cui peso effettivo è però insignificante), ma le possibilità di affermazione elettorale sono, per il 2010, limitate, mentre, nella culla della teologia della liberazione, la guerra civile prosegue con migliaia di vittime ogni mese, peraltro regolarmente ignorate dai mass-media, e con un immiserimento della parte più povera della popolazione, causato dal "liberismo" sfrenato del governo (in Colombia tutto è stato privatizzato).

La lotta di fondo è, ancora una volta, tra la FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) e "los Para" cioè i paramilitari (Autodefensa Unida de Colombia - AUC), ma anche il peso della microcriminalità è notevole, e si aggiunge a quella principale...

Per smentire le voci fondate di collusioni tra governo conservatore e AUC, in occasione della recente visita di scambio d’inizio aprile tra Michelle Bachelet, presidente socialista del Cile, e don Alvaro Uribe, quest’ultimo, rispondendo a domande pressanti dei giornalisti, ha risposto gridando: "Yò no soy el presidente de los Para!". (Non sono il presidente dei paramilitari!).

Se negli anni 1960 (lo dimostrano testi di geografia politica dell’epoca) si parlava della Colombia come di un’ "Ellade sudamericana", pur a fronte di una situazione di analfabetismo di più di metà della popolazione (attualmente, tra l’altro, la situazione non è molto diversa), oggi simili affermazioni sarebbero semplicemente grottesche. Morti ammazzati, morti per fame (soprattutto negri, mulatti, chollos, cioè indios) ma anche una situazione la cui "evoluzione" può andare verso il caudillismo di sinistra à la Chavez solo nel caso migliore.

Un grande comico colombiano, "El Negro Palomino" (grande, grosso, ben piantato, autore e attore dalla voce roca, a tratti caprina, con storie scritte da lui stesso, decisamente urticanti) propone un ritratto terribile quanto realistico dell’infelice terra che prende il nome da Cristoforo Colombo. Storie sanamente volgari, a tratti blasfeme, mai qualunquiste. Storie con paras e guerrilleros, donne, uomini, vecchi e bambini, dove il finale è quasi sempre amaro (troppo facile lo zuccherino consolatorio, in un paese come quello). Duro, implacabile, se la prende con tutti, "gringos" come "para", adepti della FARC, vecchie e... tutti/e, gay compresi. Scene dure, che ci parli del "marequita" come dell’incontro con una camionetta dell’esercito (o saranno para?) o invece di quella madre che prepara l’albero di Natale già a settembre, con reciproche accuse / maledizioni tra madre e figlio su chi morirà prima...

Da non dimenticare, Palomino: e difatti, in DVD e CD, Palo non passa ma rimane nelle menti e nei cuori di chi non vuole soccombere alla realtà terribile della Colombia. Fisicamente non più in vita, vi rimarrà a lungo qui, appunto nelle teste e nei cuori dei Colombiani che non votano "conservador", che ancora sperano in altro... e che ritrovano, nello specchio intelligentemente deformante dei suoi racconti la migliore prova di "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".

 

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