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Categoria: Medioriente
Creato Domenica, 10 Novembre 2019

Rojava1Pace e libertà per il Rojava! redazionale

Trump ritira i militari statunitensi lasciando via libera a Erdogan. 

L’esercito turco aggredisce il Rojava. Putin si propone nei panni di mediatore, purchè non si parli più di socialismo libertario

Su di un’unica cosa tutti gli stati coinvolti nella guerra siriana sono d’accordo: l’esperienza di “confederalismo democratico” (in buona sostanza, di socialismo libertario) in corso nel Rojava deve finire.

Non siamo nati ieri, e non è nostra abitudine sostenere qualsiasi rivoluzione in atto; in generale siamo anzi piuttosto scettici sull’affermazione che da una insurrezione armata possa nascere una società socialista e libertaria (e quindi tendenzialmente nonviolenta).  Come dicevano gli antichi (o, meglio, alcuni tra essi): “La guerra è bella per chi non l’ha mai vista in faccia” e, aggiungiamo noi, difficilmente dalla guerra (anche da quella rivoluzionaria) può nascere la società che desideriamo.

Ma la rivoluzione in corso nel Rojava non è una rivoluzione qualsiasi: per la prima volta, in una regione in cui imperversano i regimi autoritari, l’integralismo religioso, il maschilismo, si afferma di desiderare una società nella quale le donne non siano sottomesse ai maschi, multietnica, socialista, libertaria e, addirittura, ecologista.

Sono soltanto affermazioni vuote? Chi è stato nel Rojava, pur sottolineando la profonda differenza tra la teoria e la realtà, lo nega. E non abbiamo motivo di dubitare delle sue parole.

I timori di Erdogan

Siamo consapevoli che per Erdogan  il problema è (anche) un altro: poiché in Turchia risiede, soprattutto nella parte orientale del paese, una forte minoranza curda,  teme la nascita di uno stato curdo che, partendo dall’aggregazione dell’Iraq settentrionale e del Rojava, finisca con il mettere in discussione la integrità territoriale dello stato turco. In altre parole: probabilmente si accanirebbe contro il Rojava anche se non fosse rivoluzionario, semplicemente perché è una regione a maggioranza curda.

E quelli degli altri...

Ma anche se ciò valesse per Erdogan, non vale certo per Trump o per Putin, per Assad o per il governo iraniano, infastiditi piuttosto proprio dal fatto che il Rojava affermi di non voler essere uno stato, ma una confederazione di autonomie locali.

Ed ecco che, di fronte all’aggressione attuata da Erdogan con il beneplacito di Trump, Putin si offre come mediatore, purchè il Rojava torni sotto il controllo di Assad, da lui protetto e a lui debitore. Il che significherebbe, ovviamente, la tanto desiderata fine del “confederalismo democratico”.

Tutti d’accordo, quindi, per liquidare questa scomoda esperienza. Paradossalmente, i più recalcitranti sono stati (forse in nome di una discutibile “etica guerriera”)  i militari statunitensi, che si sono vergognati di dare in pasto  agli squali  quei combattenti che erano stati al loro fianco (o, meglio, alla loro testa) nella guerra, non ancora completamente terminata, contro gli integralisti fanatici dell’Isis.

I prigionieri dell’Isis

Al  momento l’unica ricaduta negativa derivante dall’aggressione turca, per quasi tutti i capi di stato coinvolti nella vicenda (e includiamo, questa volta, anche i governanti dei paesi europei), è rappresentata dal pericolo costituito dall’evasione delle migliaia di prigionieri dell’Isis attualmente in mano alle milizie del Rojava: temono che approfittino della situazione per fuggire e riprendere a far danni, magari anche in Europa o negli Stati Uniti d’America. Nessuno spiega, però, come mai nel Rojava ci siano tanti prigionieri: a quanto pare, per i seguaci dell’Isis, arrendersi alle milizie del Rojava era la soluzione che dava loro maggior probabilità di aver salva la vita. A dimostrazione di come, pur nel contesto di una guerra brutale (quali sono, in fin dei conti, tutte le guerre) i difensori della Siria settentrionale riescano a comportarsi un po’ meglio delle altre forze in campo, comprese quelle dei “civili” paesi dell’Occidente che si sono distinte per ferocia in Siria come in Iraq e in Afghanistan.

Quanto a Erdogan (chissa perché?) non sembra troppo preoccupato di un’eventuale evasione di massa dei prigionieri dell’Isis…

Le proteste della sinistra

In tutto il mondo, ciò che rimane della sinistra, e in particolare della sinistra libertaria, si sta mobilitando in solidarietà con la popolazione del Rojava, in difesa della sua incolumità e del “confederalismo democratico” che cerca di praticare. Anche in Italia hanno avuto luogo numerose manifestazioni, come quella del 12 ottobre a Bologna (della quale pubblichiamo, su questo numero di Cenerentola, alcune belle immagini) o quella, particolarmente vivace, del 26 ottobre a Milano. 

Speriamo, anche se, data la disparità delle forze in campo, non ci facciamo troppe illusioni in proposito, che tutto ciò possa servire a salvaguardare la continuità dell’esperienza rivoluzionaria in corso nella Siria settentrionale, le cui caratteristiche socialiste, libertarie e femministe ci colpiscono particolarmente. 

Non ci facciamo – lo ripetiamo - troppe illusioni in proposito, ma non è detto che il miracolo non possa accadere… La storia, cui concorrono molti fattori, ha finora dimostrato di essere imprevedibile. 

In ogni caso, più ampia sarà la mobilitazione internazionale  maggiori saranno le probabilità che il seme gettato germogli, magari anche altrove. Del resto, chi avrebbe mai immaginato che una proposta politica  ritenuta dai più ormai superata, quale il socialismo libertario, germogliasse e desse i suoi frutti nei terreni della Siria settentrionale?       

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