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Categoria principale: Esteri Categoria: Usa
Creato Mercoledì, 01 Dicembre 2010

L'America era "Life", sorrisi e denti bianchi su patinata... (Francesco Guccini), di Luciano Nicolini (n°130)

Questo numero di “Cenerentola” è dedicato principalmente agli Stati Uniti d’America. Non ce ne occuperemo da un punto di vista geografico, e neppure presenteremo dei reportage. Ci interessa capire che cosa sta accadendo in quel paese in quanto sappiamo che avrà ripercussioni in tutto il mondo e, in particolare, in Italia, da oltre mezzo secolo “protettorato” statunitense. Ed è soprattutto sui rapporti di dipendenza (anche culturale) del nostro paese dagli USA che concentreremo l’attenzione. Discuteranno dell’argomento: Toni Iero, analizzando l’evolversi della crisi economica; Luciano Nicolini, ragionando sulle alterne fortune del mito americano; Eugen Galasso, con una carrellata sulle ideologie sviluppatesi a partire dall’epopea dei “padri fondatori”.

Arricchirà il quadro l’intervista rilasciata ad Annalisa Righi da Stefano Cammelli, storico, antropologo, conoscitore degli Stati Uniti e, ancor più, della sua grande antagonista: la Cina.

Sono passati quasi settant’anni da quando i soldati statunitensi (e i loro alleati), sbarcarono in Italia liberandoci dalla vergogna del fascismo, limitandoci l’indipendenza nazionale, conquistata a caro prezzo ottant’anni prima, e inondandoci di sottoprodotti della loro, pur valida, cultura. Il primo a prostituirsi fu il Mezzogiorno d’Italia, teatro di una lunga occupazione; ma fu ben presto seguìto dal Settentrione. Nulla potè il disprezzo dei fascisti nei confronti dei nuovi padroni, nulla potè l’orgoglio dei partigiani che avevano combattuto i nazifascisti per riscattare l’onore del paese (e, in molti casi, per costruire il socialismo): le nuove generazioni crescevano nel mito americano. Anche i giovani di sinistra, che non perdevano occasione per tuonare contro l’imperialismo degli USA, ne erano influenzati. Anche loro guardavano i film western e anche loro, gli antimperialisti, stavano dalla parte della macchina da presa; non certo da quella degli Indiani… Anche loro ballavano il boogie e sognavano Hollywood.

Fu la contestazione degli anni Sessanta e Settanta a fare, inaspettatamente, vacillare il mito. Ma fino a un certo punto: se i Beatles erano un fenomeno nato nella vecchia Europa, la contestazione vera e propria si era sviluppata negli USA; se il Maggio del ’68 era stato francese, il folk-revival invece proveniva, direttamente, dagli Stati Uniti. Si manifestava contro l’imperialismo “amerikano”, ma lo si faceva seguendo l’esempio dei movimenti sorti negli USA contro la guerra del Vietnam.

Con la fine degli anni Settanta il mito si rinforzò nuovamente: era iniziato il periodo degli yuppies, molto, molto amerikani. E ancor più si rinforzò con la caduta del muro di Berlino, che ai più sembrò la conferma definitiva del trionfo della “American way of life” (= il modo di vivere statunitense). Ci fu addirittura chi parlò di “fine della storia”.

Sono stati gli attentati dell’11 settembre 2001, il logoramento subìto in Iraq e in Afghanistan, e la crisi dei mutui subprime, a mettere in discussione veramente il mito.

Durante tutto questo periodo l’Italia è stata, di fatto, un “protettorato” statunitense: come altro si potrebbe chiamare un paese pieno di basi militari degli USA? Ed, effettivamente, il loro governo ha condizionato per decenni la politica interna della nostra nazione, prima attraverso l’esclusione del Partito Comunista (e, a maggior ragione, delle forze collocate alla sua sinistra) dalla stanza dei bottoni, poi, dopo il crollo dell’URSS e dei paesi satelliti, abbandonando al loro destino Craxi e Andreotti e concedendo a un amico “post-comunista”, Massimo D’Alema, l’“onore” di gestire l’aggressione alla vicina Jugoslavia. E le cose non sono cambiate, ovviamente, con Berlusconi, che non perde occasione per esaltare, riconoscente, il ruolo svolto dagli USA nel controllo poliziesco del pianeta.

Ora che questi ultimi sono in crisi, ci si domanda che ne sarà dell’Italia. Certo è difficile pensare che, nel quadro dei tagli al bilancio, il governo degli USA rinunci alla sua “portaerei naturale”, ma non è da escludere una riduzione dell’impegno militare nel paese. Per la sinistra italiana potrebbe essere un’opportunità.

Ma potrebbe anche rappresentare il pretesto per giustificare un ulteriore aumento delle spese militari…

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