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Categoria principale: Esteri Categoria: Usa
Creato Mercoledì, 01 Dicembre 2010

Dalle stelle (e strisce) alle stalle, di Toni Iero (n°130)

Gli Stati Uniti sembrano essere la prossima vittima di una “legge” che governa l’ascesa e il declino delle grandi potenze: quando si cerca di controllare un territorio troppo vasto (nel caso degli Usa, il pianeta), si determina un aumento strutturale del peso delle spese militari che, se mantenuto per un lungo periodo di tempo, avvia un processo di deterioramento del sistema produttivo che porta, in definitiva, alla fine dell’egemonia della nazione.

Dal “too big to fail (troppo grande per essere lasciato fallire) delle banche al “too big to last” (troppo grande per durare) della geopolitica.

È esattamente quanto è accaduto all’Unione Sovietica, il cui fragile sistema economico non è stato in grado di reggere all’accelerazione della spesa bellica innescata dai piani militari lanciati dall’amministrazione Reagan negli anni ’80. La stessa sorte toccò, nella prima metà del secolo scorso all’Inghilterra, il cui impero si rivelò troppo grande per le ormai ridotte capacità economiche (e quindi militari) del regno.

In passato, abbiamo più volte commentato la deriva finanziaria che ha caratterizzato gli Stati Uniti. L’affannosa ricerca del profitto delle grandi corporation ha condotto ad una sistematica delocalizzazione degli impianti produttivi nei paesi contraddistinti da un basso costo del lavoro, determinando una progressiva deindustrializzazione della repubblica nordamericana. Nel contempo il sistema finanziario si è sviluppato in maniera impressionante: non solo banche, ma anche assicurazioni, hedge fund, private equity, finanziarie specializzate a vendere mutui, banche d’affari (come Lehman Brothers). Un caleidoscopio di strutture la cui attività, fatta di prestiti, mutui, credito al consumo, carte revolving, obbligazioni, azioni, asset backed securities, collateralized debt obbligation, credit default swap e altre diavolerie del genere, ha pervaso l’intero spettro delle attività economiche Usa.

Sappiamo come è andata a finire, con la più grande crisi economica degli ultimi ottant’ anni. Il collasso scatenato dallo scoppio della bolla immobiliare americana sta accelerando il processo di ridislocamento del potere economico mondiale. Certo, oggi la Cina appare come il vincitore. Ma, in realtà, stanno emergendo anche altri paesi come India, Brasile, Australia, Sudafrica. Mentre il grande assente è proprio quell’Unione Europea che tanti decantavano come il nuovo protagonista economico della scena planetaria. Il mondo si presenta sempre più articolato.

Naturalmente, occorre attenzione per non confondere la tendenza con la situazione attuale. L’economia americana è tuttora la maggiore nel mondo e le forze armate Usa non temono rivali in una guerra convenzionale. Tuttavia, è innegabile che gli Sati Uniti non hanno più il potere di una volta. La situazione è resa più complicata dal sostanziale fallimento di buona parte dei programmi del presidente Obama. Non solo non è riuscito a rilanciare la crescita, ma il permanere di alti livelli di disoccupazione ha disilluso molti dei suoi sostenitori, lasciando spazio agli argomenti della nuova destra, i cosiddetti Tea Party. Il rilancio delle attività manifatturiere che, grazie alle esportazioni, avrebbe dovuto contribuire a ridurre a livelli più accettabili il cronico deficit della bilancia commerciale langue, nonostante la Fed, attraverso il quantitative easing (in pratica la stampa di moneta), stia pilotando al ribasso il valore del dollaro per favorire la competitività delle merci americane sui mercati internazionali. Il braccio di ferro con Pechino sulla rivalutazione dello yuan (la moneta cinese) non si sta sbloccando. Così come rimane la dipendenza del governo Usa dai finanziamenti provenienti dalla Cina sotto forma di acquisto dei titoli pubblici americani. Le guerre in cui si è impelagato il predecessore di Obama, George Bush, rappresentano un salasso costante di fondi che, peraltro, si sta rivelando fallimentare in quanto quei conflitti risultano sostanzialmente persi.

La stessa produzione scientifica americana, eccellenza nel mondo, comincia a risentire del fatto che molti tra i più brillanti studenti scelgono discipline (come economia e giurisprudenza) in cui, una volta entrati nel mondo del lavoro, si guadagna più denaro, tralasciando così le facoltà scientifiche, più difficili e meno remunerative dal punto di visto reddituale.

A causa delle difficoltà del bilancio federale, non occorrerà aspettare molto tempo per vedere il budget della difesa Usa scendere drasticamente. La stessa scarsa disponibilità popolare ad accettare aumenti di imposte lascia pochi margini di manovra al governo di Washington. A quel punto si sarà completato il processo di deterioramento delle basi della potenza degli Stati Uniti.

Fin da oggi è possibile scorgere alcuni tratti di un nuovo mondo che, tumultuosamente, sta per nascere. Come sempre in questi casi, il quadro si presenta confuso e contraddittorio, gravido di minacce ma anche di opportunità. Non sarebbe male se “riscoprissimo” una caratteristica fondante del nostro movimento, l’internazionalismo! Faremo bene a prepararci.

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