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Categoria principale: Esteri Categoria: Usa
Creato Mercoledì, 01 Dicembre 2010

Dai padri fondatori alla caduta del mito americano, di Eugen Galasso (n°130)

In “Volunteers of America”, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, Grace Slick e i suoi “Jefferson Airplane” cantavano: “cerchiamo volontari per la rivoluzione americana”. Già due espressioni-chiave: “volontari dell’America”, precisando come, nella canzone, si parli di una seconda rivoluzione dopo quella jeffersoniana, ricordata nell’emblema della band, dove poi l’aggiunta “Airplane” suggerisce una contaminazione con la modernità.

Da sempre gli USA si muovono tra spinte rivoluzionarie, come quella che portò alla proclamazione della Repubblica e sarà d’esempio ai rivoluzionari francesi, e teorizzazioni reazionarie come la dottrina Monroe per cui, già negli anni Venti dell’Ottocento, tutto ciò che era vicino agli Stati Uniti, dal Messico all’America centrale, diventava “cortile di casa”.

Del resto, figure come Thomas Jefferson, George Washington, Abraham Lincoln erano molto diverse tra loro, con la tendenza federalista /accentratrice di Washington, quella antifederalista/ autonomista di Jefferson, e un Lincoln che, nel pieno della Guerra di Secessione (1861-1865), sostenne le ragioni del Nord antischiavista non per sacra convinzione ma per motivazioni legate all’opportunità economica del Nord industriale, che aveva bisogno di manodopera nera.

Gli USA sono un paese giovane rispetto all’ampio millennio di storia delle nazioni europee, con una tradizione molto più recente anche rispetto all’Asia. Il continuo richiamarsi ai “padri fondatori”, persino in esponenti della controcultura, non è casuale, ma risponde alla logica, con l’emergere di tre elementi forti:

A) la lotta contro la madre patria, che diviene competizione, contrasto sull’uso della lingua (i coloni “americani” non erano tutti inglesi, tanto che la decisione di adottare la lingua inglese piuttosto che quella tedesca passò con soli tre voti di scarto);

B) La questione degli schiavi /dei neri, non risolta neppure con le grandi lotte portate avanti (con strumenti diversi) da un Martin Luther King e da un Malcom X. Si prendano i libri di Joe Lansdale, tra i più interessanti scrittori statunitensi attuali, ma anche ben prima i romanzi di William Faulkner e quelli di Erskine Caldwell, per trovare la cartina di tornasole letteraria di quanto politicamente è risolto, ma non lo è nel senso comune ancora oggi;

C) I veri americani sono i nativi, detti impropriamente indiani o pellerossa. Ma il mito della “frontiera”, celebrato soprattutto al cinema, deriva dalla lotta degli ex-Europei contro i nativi, esaltata fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, quando “Soldato blu” e “Piccolo grande uomo” inaugurarono una nuova, forse troppo breve, stagione.

La cultura degli USA è divisa da sempre; da un lato i libertari veri, dal grande protagonista della rivoluzione Benjamin Franklin, amico di Voltaire e Condorcet, a David Thoreau, a Lysander Spooner, ai moderni Howard Zinn e Noam Chomsky (con punte di radicalità in quest’ultimo che, alle elezioni del 2008, sostenne l’astensionismo demonizzando il candidato Obama), dall’altro lato i sedicenti “libertarians”.

Ma, tra i libertari veri e i “libertarians” di estrema destra, c’è un mondo, quello della beat generation, degli Allen Ginsberg, dei William Burroughs, dei Jack Kerouac, che a livello teorico ebbe il suo guru in Timothy Leary, profeta dell’LSD e della liberazione individuale della coscienza, amico dei Black Panthers, ma nemico di ogni forma di socialismo. Discorso analogo vale per Burroughs, grande scrittore ultra-individualista; Kerouac era nazionalista, nonostante le sue origini franco-canadesi; Ginsberg, forse il più politicizzato della beat generation, rimane legato a lotte settoriali (studentesche, per la libertà di consumo della cannabis, per la libertà di religione), piuttosto che a lotte sociali.

Concludendo, non è vero quanto scriveva Jean François Revel nel 1970 in “Ni Marx Ni Jésus”, ossia che la “rivoluzione viene dall’America”: il filosofo si riferiva a San Francisco, dove riteneva d’aver trovato la rivoluzione sessuale, ma anche la capacità di criticare il potere dominante. Ciò vale, solo in parte, per “oasi felici” quali la California (che però ha scelto per due mandati Schwarzenegger come governatore), non certo per tutti gli stati dell’Unione...

E del resto, per diventare più ameni, dove nasce una delle più grandi invenzioni dello scorso secolo, la minigonna? A Londra, nella madrepatria, grazie a Mary Quant.

 

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