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Categoria principale: Esteri Categoria: Usa
Creato Lunedì, 06 Giugno 2005

Usa contro Cina, opinioni a confronto, redazionale (n°59)

Secondo quanto dichiarato da Joseph Nye, ex segretario aggiunto alla Difesa degli USA e professore ad Harvard, “credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue cause”. (www.project.syndicate.org)

«Nelle ultima settimane – scrive - la Cina ha annunciato un aumento del 12,6% delle sue spese militari; il direttore della CIA, Porter Gross, ha riportato il peggioramento dell’equilibrio militare nello stretto di Taiwan, il presidente Bush ha chiesto agli Europei di non togliere il loro embargo sulla vendita di armi in Cina. Tuttavia, i leader cinesi parlano di “crescita pacifica” (...).

Analisti come John Mearsheimer dell'Università di Chicago hanno dichiarato categoricamente che la Cina non potrà crescere pacificamente e predicono che “gli Stati Uniti e la Cina hanno alte probabilità di confrontarsi in un’intensa competizione riguardo alla sicurezza con un considerevole potenziale bellico".

Gli ottimisti sottolineano che la Cina si è impegnata ad avviare politiche di buon vicinato sin dagli anni '90 (...). Ma gli scettici replicano che sta meramente aspettando che la sua economia getti le basi per un’egemonia futura.

Chi ha ragione? – si domanda Nye - Non lo sapremo per molto tempo, ma i partecipanti al dibattito dovrebbero ricordare il monito che Tucidide fece più di duemila anni fa, dicendo che credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue principali cause. Entrambe le parti, credendo che la conclusione sarà una guerra con l’altro, organizzano preparativi militari ragionevoli, che l’avversario interpreta come una conferma dei suoi peggiori timori».

«Gli USA e la Cina – conclude - non hanno bisogno di entrare in guerra. Non tutte la potenze emergenti intraprendono una guerra - e un esempio è stato il sorpasso americano dell'Inghilterra alla fine del XIX secolo. (...) Ma, ricordando il consiglio di Tucidide, sarà importante non confondere le teorie degli analisti con la realtà, e continuare a segnalarlo ai leader e ai popoli».

Come è noto ai nostri lettori, noi della redazione di Cenerentola siamo assai più pessimisti dello studioso statunitense; temiamo che il conflitto, in realtà, sia già cominciato, e si stia concretizzando in un reciproco accerchiamento. In questa prospettiva guardiamo a ciò che gli USA stanno facendo in Asia (altro che “guerra al terrorismo”!) e in America Latina (dove la Cina sta investendo in maniera massiccia). Ci è però sembrato opportuno far conoscere anche il punto di vista di Nye: non vorremmo essere accusati di costituire, proprio noi, “una delle cause” di quanto sta accadendo!

Più simile alla nostra è la posizione espressa da Stefano Capello, in un lungo e interessante articolo pubblicato da Wobbly; «L’inizio del nuovo secolo – scrive - ha visto una significativa accelerazione delle dinamiche di concorrenza globale all’interno dall’economia-mondo capitalistica e del tentativo, da parte delle classi dominanti degli Stati Uniti, di mantenere la propria supremazia sulle reti commerciali e finanziarie attraverso l’utilizzo dello strapotere militare che attualmente detengono.

Le linee direttrici di questa operazione sono sostanzialmente due: la prima rivolta verso i paesi del Sud del mondo, e in particolare delle zone produttrici di materie prime energetiche o necessarie allo sviluppo della moderna industria, consiste in una forma specifica e innovativa di colonizzazione il cui tramite sono le élite locali cresciute all’interno delle università USA (...)

La seconda linea direttrice è rivolta verso i paesi appartenenti al centro dell’economia capitalistica mondiale, economicamente importanti ma politicamente soggetti alla direzione USA, ossia i paesi europei e il Giappone, e verso quei paesi che potenzialmente sono in grado di ricoprire il ruolo di competitori globali della superpotenza americana, ossia Cina e India; nei confronti di questi paesi la politica adottata è quella di impedirne l’indipendenza nel rifornimento energetico presidiandone militarmente i luoghi di rifornimento e condizionandone così le politiche e lo sviluppo, e soprattutto ottenendone l’attivazione di imponenti flussi di capitali diretti da questi paesi verso il centro finanziario USA.

L’intervento in Afganistan, quello successivo in Iraq e quelli per ora in preparazione (...) rispondono a questo tipo di politica (...)».

«Il modello di crescita degli USA – prosegue Capello - risulta chiaramente basato sull’assorbimento di risorse dall’estero e finalizzato al finanziamento della domanda di spesa pubblica militare (...)». E «funziona su di una base di abbandono di qualsiasi riferimento di valore per il dollaro e di adozione di un doppio standard di relazioni finanziarie internazionali: creditorio verso i paesi del Sud del mondo e debitorio verso Europa, Cina e Giappone. Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse tra di loro perché l’accentramento economico e l’espansione sui mercati esteri sono resi possibili dall’accentramento del potere politico e dell’uso della forza, e l’uso del dollaro come mezzo di pagamento internazionale sganciato da qualsiasi riferimento di valore è impensabile senza l’espansione del debito pubblico a sua volta garantito dalla solidità di un governo militarmente forte ed accentrato. (...)

Il quadro così descritto – osserva Capello - segnala negli ultimi anni notevoli punti di fuga nel senso del suo incrinamento. Le risposte date dagli Stati Uniti ai fenomeni che mettono in crisi i meccanismi finanziari descritti sono ben lontane dall’essere vincenti: l’occupazione dell’Iraq e dell’ Afganistan e la quasi guerra a Siria e Iran, nonché la pressione indebita sulla Russia sono state tutte manovre costose e non risolutive (...)

La crisi che si sta determinando – conclude - non sarà né facile né breve e vedrà probabilmente non il ripetersi di guerre mondiali, rese impossibili dalla diffusione di armamenti in grado di distruggere il mondo, quanto di crisi degli assetti statali e di quelli sociali non solo dei paesi del Sud del mondo ma, progressivamente, del cuore stesso dell’Occidente.(...)

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