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Categoria: Guerra
Creato Martedì, 01 Marzo 2016

torturaPropaganda bellica, di Luciano Nicolini (n°188)

«Divise hanno con frodi città, popoli e terre:

da ciò gli ingiusti odi che generan le guerre.

Noi che, seguendo il vero, gridiamo a tutti i cori

che patria è il mondo intero ci chiaman malfattori»

(da una canzone anarchica di fine Ottocento)

Tra i giornali editi in Italia, il meno peggio, a mio parere, è “Il fatto quotidiano”. Non condivido la sua linea politica, aborrisco il suo modo di fare giornalismo, tuttavia lo leggo con piacere (facendogli la tara...).

Tra coloro che scrivono su “Il fatto”, uno dei blogger più apprezzati è Marco Venturini: le sue analisi in tema di comunicazione sono spesso illuminanti. Il 30 gennaio scorso, quando il numero di febbraio di Cenerentola era già in stampa, a proposito di ciò che sta avvenendo nel mondo arabo, scriveva: «Obama torna a tirare Renzi per la mimetica. (...) Giovedì sera il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest sembrava aver già deciso per noi: “Paesi come l’Italia hanno esperienza in quella parte del mondo. E noi attingeremmo alle loro risorse, le loro capacità, per portare avanti i nostri obiettivi in quella regione”. (...)

Ipotizziamo che l’alleato americano si mostri convincente anche con Renzi, avendo gioco facile col ministro Pinotti da sempre sul piede di guerra (recentemente al Corriere della Sera ha detto che “Non possiamo immaginarci di far passare la primavera con una situazione libica ancora in stallo”) e col ministro degli esteri Gentiloni che già un anno fa diceva che eravamo “Pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale”. (…) Andare in guerra, quali conseguenze avrebbe in termini di consenso per il Governo?»

Gli Italiani, al momento, sembrano contrari. Come convincerli a supportare la guerra?

«Con le giuste mosse, - prosegue Venturini - per il governo italiano potrebbe essere facile invertire l’opinione pubblica a favore di un intervento più intenso in Libia. Basta basarsi su alcuni dati (...). Prima degli attentati di Parigi, un anno fa, lo stesso istituto della Ghisleri, Euromedia Research, aveva effettuato un sondaggio su un intervento militare contro l’Isis, specificamente in Libia. Allora il 52,5% degli italiani era favorevole (…). I più favorevoli erano proprio gli elettori del Pd, per il 66,6%.

Perché dopo gli attentati di Parigi la voglia interventista degli italiani è calata? La strage di Parigi, le cui motivazioni rivendicate sono riconducibili proprio alla partecipazione attiva della Francia nella guerra all’Isis, ha fatto pensare agli italiani che un atteggiamento moderato ci tenesse più al sicuro da attentati. Invece l’alta percentuale dei favorevoli alla guerra era stata rilevata a seguito di minacce dirette all’Italia da parte del Califfato, “siamo a sud di Roma”. Solo forti minacce, non stragi.

Ricapitolando: dopo Parigi abbiamo provato l’emozione paralizzante della paura. Un anno fa, dopo le provocazioni dell’Isis, abbiamo invece provato l’emozione eccitante (che stimola all’azione) della rabbia. 

Facendo uso di queste informazioni il governo ha un solo modo per convincerci ad entrare in guerra dunque: farci arrabbiare. (...)

La notizia di un attentato che non ha creato vittime per pura coincidenza, come una bomba in una scuola, inesplosa per un difetto, potrebbe farci cambiare opinione velocemente. O un grande e articolato attentato, con mappe di luoghi a noi familiari mostrate sui media, sventato grazie alla confessione di un jihadista pentito (…) ci toccherebbe da vicino, facendoci arrabbiare.

Non so se Renzi sia così spietato da usare tecniche del genere. Ma se credete che questo tipo di manipolazione dell’opinione pubblica sia fantascienza, allora siete pronti per essere manipolati. Al contrario, riconoscendo che queste tecniche esistono e vengono usate da sempre da governi in tutto il mondo, potrete riconoscerle mentre vengono usate contro di voi (...)». Teniamoci pronti.

Ma non tutte le ciambelle riescono col buco: infatti, pochi giorni dopo la pubblicazione di questo articolo, si è diffusa la notizia che, in Egitto, potenziale alleato del governo Renzi nella guerra di Libia, era stato torturato e ucciso un ricercatore italiano: Giulio Regeni. Il fatto che tale notizia non sia stata oscurata dai media, come di solito avviene in questi casi, può stupire. È tuttavia probabile che la collocazione del giovane, dottorando a Cambridge, rendesse impossibile alla stampa italiana mantenere nascosta la sua scomparsa.

Ed ecco che il 13 febbraio, il solito Sergio Romano, con un editoriale sul “Corriere della Sera”, viene in soccorso all’imbarazzato governo Renzi, accusato dalle opposizioni (e in particolare dal Movimento 5 Stelle) di fraternizzare troppo con un regime autoritario e feroce.

«Non sapremo mai con esattezza – scrive - che cosa sia realmente accaduto al giovane Giulio Regeni quando è stato fermato dalla polizia egiziana il 25 gennaio. Il governo del Cairo continuerà a dichiararsi addolorato per la tragica morte di un cittadino italiano e prometterà che le indagini saranno indipendenti e scrupolose. Ma se le cose sono andate come è lecito supporre, il nome dei veri responsabili rimarrà un segreto di Stato e le circostanze della morte difficilmente ricostruibili. Nella prospettiva del Cairo la riparazione di un atto ingiusto e crudele è molto meno importante, in questo momento, della efficacia del dispositivo di sicurezza con cui il Paese si difende dai jihadisti dell’Isis e dalla fazione radicale della Fratellanza musulmana. E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà».

Raccapricciante: non siamo ancora entrati ufficialmente in guerra e già, facendo un uso blasfemo della parola libertà, si giustifica la tortura.

 

 

 

 

 

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