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Categoria: Guerra
Creato Venerdì, 03 Giugno 2022

Nester Makno, il leggendario comandante dell'armata rivoluzionaria anarchica ucraina, in una fotografia del 1921Analisi sulla guerra in Ucraina, di Unione Sindacale Italiana, sezione di Ancona Gruppo Anarchico “Malatesta” di Ancona

 

Per un contributo di classe fuori dalle narrazioni nazionaliste, atlantiste e putiniane

La guerra in corso non inizia nel febbraio del 2022 anche se la vasta e violenta iniziativa militare della Russia di Putin porta prepotentemente ora alla ribalta la “questione ucraina” con tutte le sue complessità che volutamente non vengono spiegate dagli apparati mediatici di entrambe le parti in causa (e di quelle che le sostengono) impegnate ad alimentare il conflitto. 

Questo tentativo vuole cercare di analizzare alcuni aspetti della questione, attraverso un’ottica libertaria, antifascista e di classe, per fare un po’ di luce nel buio della disinformazione che oggi regna sovrana e fornire spunti di riflessione.

Dopo il crollo della cortina di ferro (1989) quello che si sperava diventasse un mondo di pace assume l’aspetto di un nuovo incubo moltiplicando guerre e conflitti locali in tutto il pianeta alimentati da un neoliberismo sempre più aggressivo, due imperi sempre più potenti e il riemergere ovunque di nazionalismi (o forme simili) e di piccoli e medi imperialismi. Conflitti tra potenze e aggressioni territoriali scatenati da motivi economici e finanziari, per il controllo e la gestione delle materie prime e degli impianti, nuovi ordini mondiali e conseguenti accerchiamenti strategici militari si ramificano ovunque. La nuova situazione (che coinvolge fino ai giorni nostri tutti i continenti) parte dalla prima guerra del golfo (1991) e dal 1991 dall’inizio delle guerre che dissolvono l’ex-Jugoslavia. Queste ultime portano due elementi di attenzione che ci servono a capire meglio quello che succede in seguito in Ucraina.

Il primo elemento da considerare è che con l’inizio dei conflitti del 1991 in Croazia e Bosnia la guerra torna in Europa (non si era più vista dal 1945); va ricordato come documentazione verificata abbia mostrato come la dissoluzione della Jugoslavia fu preparata e favorita da NATO e Stati Uniti (e poi appoggiata da paesi della UE) facendo leva su nazionalismi e costruendo divisioni etniche artificiali che ruppero l’allora esistente unità della federazione dove convivevano pacificamente e si mescolavano tra loro i vari popoli.

Il secondo elemento, con forti analogie con l’Ucraina, è la formazione (per la prima volta dal dopoguerra in Europa) di milizie nazifasciste che vengono inquadrate nell’esercito regolare, in questo caso quello croato. Si tratta delle Forze di Difesa Croate (HOS) corpo militare del Partito Croato dei Diritti, gli Ustascia che si rifanno all’analogo partito che collaborò col nazismo e sterminò nel campo di concentramento ustascia di Jasenovac quasi centomila tra serbi, ebrei, rom, oppositori politici. Dal 1991 queste unità neoustascia, fortemente armate ed organizzate, rappresentarono (nella prima fase della guerra) la punta di diamante dell’esercito croato (epica diventa la difesa e la capitolazione ustascia a Vukovar) venendo poi integrate (gennaio 1992) nella Guardia nazionale diventando a tutti gli effetti un corpo militare governativo. Nel 1993 il governo di destra croato (entrato in competizione con le formazioni ustascia) si sbarazza dei principali esponenti militari delle HOS eliminandoli a più riprese. 

La dissoluzione dell’URSS porta a ridimensionare l’influenza russa (economica, politica e militare) sugli stati un tempo vassalli dell’orbita sovietica e sulle nuove realtà nazionali divenute indipendenti alcune delle quali entrano all’interno dell’area atlantista, statunitense ed europeista e altre  rimangono sotto l’influenza di una nuova Russia che con Putin assume l’aspetto di una nuova media potenza (le grandi potenze che realmente si contendono il controllo del mondo rimangono Cina e Stati Uniti) che prova a ricostruire un suo piccolo/medio impero mantenendo e allargando l’area di influenza su una parte dei suoi ex territori. Il nazionalismo diviene arma di consenso per Putin mischiando vecchi sogni imperiali zaristi, capitalismo finanziario selvaggio in mano a un ristretto gruppo di potenti oligarchi spesso corrotti e intrallazzati con la mafia russa fino a un uso di propaganda del retaggio sovietico (la grande potenza, la vittoria sul nazismo, ecc.) epurato dai caratteri comunisti. Il tutto in uno stato regime simile a una dittatura con rivestimento esterno pseudodemocratico e con libertà ristrette. La situazione di scontro Russia-Occidente per il controllo dei territori ex sovietici porta in alcuni casi anche a conflitti armati certamente per motivi economici e strategici ma dove sono alimentati (analogamente a quello che avvenne nella dissoluzione della ex Jugoslavia) i vari nazionalismi (a volte mascherati da false questioni etniche) da quelli delle nuove repubbliche (ucraine, georgiane, caucasiche, ecc.) a quelli delle maggioranze o minoranze russofone presenti in quelle terre.

Il territorio di certo più importante di questo nuovo scacchiere ex-Urss è l’Ucraina ricca di materie prime e di corridoi dove passano gas ed energie. Qui inizia un lungo braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia con la partecipazione dell’Unione Europea. Si alternano per alcuni anni presidenti e governi filorussi o filoccidentali che vogliono entrare nell’EU. 

Le proteste (dopo quelle che caratterizzarono la rivoluzione “arancione” del 2004) iniziano a Kiev la notte del 21 novembre 2013 (proseguendo poi ad oltranza con disordini e violenze) dopo che il presidente eletto Viktor Janukovych (vicino alla Russia) e il governo di Mykola Azarov bloccano accordi di associazione e libero scambio con l’Unione Europea rilanciando nuovi legami politici ed economici con la Russia. Paradossalmente la popolazione russofona del Donbass (dove è consistente la componente di minatori ed operai impegnati in quel periodo in uno sciopero delle miniere di carbone), lontani dalla capitale, vede con simpatia le proteste interpretandole in chiave anticorruzione. 

Le cose cambiano presto, quando gruppi paramilitari nazisti, ben armati e pieni di dollari USA, riescono a prendere la direzione e il controllo delle piazze. I manifestanti sfoggiano ora uniformi militari con i simboli del nazismo ucraino e bandiere dell’esercito insurrezionale ucraino del nazionalista fascista Stepan Bandera (che si alleò e collaborò con i nazisti tedeschi nella seconda guerra mondiale, sterminando antifascisti ed ebrei). Questi gruppi dell’ultra destra (Pravy Sektor e Svoboda sono i due principali partiti nazisti in Ucraina) trovano consensi nell’area nazionalista presente in piazza e riescono facilmente  a  mettere  a tacere  le  altre presenze organizzate o che cercano di organizzarsi all’interno della protesta, tra cui antifascisti ed anarchici. In piazza avviene di tutto, persino una parte dei manifestanti di sinistra che si uniscono ai nazionalisti e ai nazisti (altri abbandonano la protesta ormai diretta dall’ultradestra).  Gli scontri assumono carattere di vera guerra tra il 18 e il 20 febbraio 2014 con molti morti tra i manifestanti e la polizia. Cecchini, rimasti ignoti, fanno il tiro a bersaglio provocando molte vittime. Con la fuga di Viktor Janukovych la rivolta di Maidan raggiunge la sua vittoria attuando un nuovo tipo di colpo di stato che porta a una virata fortemente ultranazionalista dell’Ucraina in tutti gli aspetti statali e sociali con le milizie naziste saldamente all’interno di questo processo in atto. 

Da una parte quindi la svolta nazionalista e filoeuropea ucraina che arriva di fatto a premere contro la componente russofona, la lingua russa (ucraino diventa unica lingua di stato) e addirittura la religione (si spacca la chiesa ortodossa costituendo la chiesa ortodossa ucraina non più unita a quella russa); nelle scuole si riabilita il peggiore passato dell’Ucraina e il collaboratore dei nazisti  Stepan Bandera e il suo esercito fascista, da fuorilegge e antipatriottici, diventano “eroi della patria”. Dall’altra parte i russi con un blitz militare si prendono la Crimea con il consenso della gran parte della popolazione. Nel Donbass, dove permangono forti tendenze antifasciste e persino nostalgie sovietiche (il mito dell’Urss che sconfigge la Germania nazista) la popolazione chiede un referendum per l’indipendenza che gli viene negato. In aprile del 2014 manifestanti armati occupano edifici pubblici e a maggio indicono un referendum non riconosciuto dall’Ucraina che porta alla proclamazione dell’indipendenza delle Repubbliche Popolari di Doneck e di Lugansk riuscendo ad occupare una parte della regione.

Da parte loro i paramilitari nazisti (con alla testa le formazioni di Pravy Sektor e Svoboda) operano per imporre la loro legge nelle città colpendo gli ucraini di lingua russa. Attacchi avvengono un po’ ovunque e la tecnica preferita è quella del linciaggio degli oppositori del nuovo corso di Maidan. Le statue di Lenin e della liberazione (molto diffuse in Ucraina) sono abbattute e chi porta fiori (molto spesso anziani) spesso è gettato a terra e ucciso a calci in testa.

Il 2 maggio 2014 avviene ad Odessa una strage terribile, che non ha precedenti nella storia del dopoguerra europeo e che segna il punto di non ritorno nella storia che stiamo trattando. Quel giorno si forma un corteo, guidato e diretto dai nazisti, a favore dell’unità dell’Ucraina. Un accampamento di manifestanti anti-Maidan di origine russa staziona davanti alla Casa dei Sindacati. Il corteo con la complicità e il sostegno della polizia cambia percorso e si dirige veloce e urlante verso l’accampamento i cui partecipanti per non essere presi dai nazisti si rifugiano dentro la Casa dei Sindacati dove ci sono altri lavoratori. L’edificio è circondato e viene dato alle fiamme. Chi cerca di fuggire, gettandosi giù dalle finestre, viene linciato e ucciso con spranghe di ferro mentre la folla incita i nazisti e urla di uccidere tutti i russi, anche i poliziotti sparano su chi cerca la salvezza. Nazisti riescono anche ad entrare nell’edificio dove scannano chi incontrano, le donne saranno ritrovate parzialmente bruciate ma violentate e uccise in modo terribile. Le foto di come sono ridotte le vittime sono qualcosa di indescrivibile, tra tutte la donna incinta, presumibilmente violentata e poi strozzata su una scrivania con il filo del telefono.

I morti trovati sono una cinquantina ma le vittime sono molte di più, circa 150 sono scomparsi e di loro non si saprà più nulla.

La strage di Odessa passa nel silenzio mediatico, dopotutto chi l’ha compiuta saranno pure i nazisti ma sono stati di fatto sdoganati dal governo ucraino e tollerati da una Unione Europea in nome e in favore della quale la rivolta di Maidan si è attuata. L’effetto del rogo di Odessa invece consolida la volontà di una parte consistente della popolazione del Donbass di non rimanere all’interno di uno stato a loro ostile e che considerano fascista.

Per capire il rapporto, di fatto stretto, tra stato ucraino e formazioni naziste occorre fare alcune considerazioni. I partiti fascisti ucraini, tranne che nei mesi immediatamente successivi a Maidan, non raggiungono un peso politico consistente, pur mobilitando molta gente nelle manifestazioni patriottiche e antirusse e disponendo di efficientissime milizie paramilitari. Il Partito neonazista Svodoba entra nel primo “democratico” governo ucraino dopo la “rivolta” del 2014 ottenendo addirittura il ministero della difesa (oltre quello dell’agricoltura), la vicepresidenza e la procura generale. A fine 2014 comunque il partito esce dal governo. Pur con non buoni risultati elettorali Svodoba e Pravyj Sektor (responsabile principale del rogo di Odessa) hanno un peso reale in Ucraina molto importante. La loro forza proviene dalla costituzione di battaglioni neonazisti che partecipano da protagonisti alla guerra (8 anni) contro le repubbliche filorusse del Donbass che hanno proclamato l’indipendenza in quei territori. Sono queste le formazioni più efficienti (e anche più spietate) nei combattimenti. 

Tra questi sicuramente il ruolo centrale viene preso dal nazionalista “Battaglione Azov” (formatosi il 5 maggio 2014, tre giorni dopo il rogo di Odessa) e che, inviato nel Donbass, acquista la sua fama nel giugno 2014 quando riesce a vincere e riconquistare la città di Mariupol precedentemente occupata dai secessionisti filorussi. Questa città e la sua provincia diventano (fino ai fatti del 2022) il quartiere generale del battaglione (che comunque è presente ed opera con sue unità in altre parti del Donbass e dell’Ucraina, Kiev compresa).

L’Azov e i nazisti vengono “istituzionalizzati” dal governo ucraino. Il battaglione è prima incorporato nella Guardia nazionale, diventando unità militare permanente, poi nel 2015 è innalzato al ruolo di “Reggimento Operazioni Speciali” occupandosi dei compiti più importanti dell’esercito ucraino (tra cui l’addestramento). Viene dotato di una compagnia corazzata e di pezzi d’artiglieria. L’Azov durante gli 8 anni di guerra è la componente militare più impiegata nel conflitto del Donbass, rendendosi responsabile di massacri di civili. L’Azov è accusato da associazioni umanitarie internazionale di uccisione di massa di prigionieri, fosse comuni e uso sistematico della tortura. Con la guerra del 2022 il battaglione viene dotato di missilistica anticarro con addestratori della NATO.

In pratica in questa guerra abbiamo davanti due stati autoritari che si fronteggiano riuscendo ad avere il consenso di una parte della popolazione: Russia e Ucraina. 

Il modello di Putin è noto nel mondo per i metodi violenti e repressivi con cui si sbarazza di oppositori e dissidenti. Un esempio per spiegare la logica di questo regime è quello della crisi (o meglio massacro) del teatro Dubrovka di Mosca nel 2002 quando una quarantina di ribelli ceceni sequestrano più di ottocento cittadini russi. Per stroncare i ribelli gli uomini delle forze speciali di Putin al terzo giorno dell’assedio non esitarono ad introdurre gas e veleni all'interno del sistema di ventilazione dell’edificio, uccidendo molti ostaggi russi e i combattenti ceceni. 

Per finire sulla Russia putiniana non dobbiamo pensare che sia esente da collegamenti e collaborazioni con la galassia di estrema destra fascista e rossobruna. Per quanto riguarda il Partito Comunista Russo (influente seconda forza politica del paese) è stato promotore del riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche Popolari del Donbass ma è diviso da chi sostiene la guerra e chi ne vuole la fine, consapevole che la Russia che uscirà da questa fase storica dovrà fare i conti con una pesante situazione economica e con tutte le contraddizioni e i crimini che il conflitto ha generato.

Dal canto suo lo stato Ucraino è ugualmente colpevole di reprimere l’opposizione e colpire i suoi principali esponenti. Undici partiti dissidenti (per lo più area socialista e di sinistra, anche di una certa consistenza al parlamento e nel paese) critici con il governo Zelensky sono stati soppressi, i parlamentari e attivisti dell’opposizione perseguitati (alcuni scomparsi ed eliminati), le reti televisive unificate in un unico canale governativo, attivisti nazionalisti utilizzati per imporre il pensiero unico nel paese ma anche all’estero (vedi le squadracce ucraine, spesso collegate all’estrema destra che in Italia e in altri paesi contestano e aggrediscono pacifisti e organizzazioni che manifestano per la pace, la fine della guerra e contro l’invio delle armi).

La campagna acquisti del nazionalismo ucraino non risparmia nessuno provocando contraddizioni e polemiche nel campo della sinistra, ci sono persino pseudo anarchici che formano gruppi armati (poca roba per fortuna) e si integrano nell’esercito ucraino, combattendo al fianco dei nazisti per la patria e per la nazione.

Sul rapporto stato ucraino e nazifascismo abbiamo già detto, mettiamo solo l’accento sulla pericolosità di questo modello di sdoganamento e di inserimento istituzionale e militare che rappresenta un precedente facilmente esportabile in altri paesi europei visto la degenerazione autoritaria e militarista in atto anche in altri stati. 

Va infine rimarcata la volontà di tutti i governi in causa di voler continuare la guerra per poter raggiungere i maggiori obiettivi possibili in favore dei loro interessi. Non c’è spazio per mediazioni e tentativi di pace. Stati Uniti, NATO ed Unione Europea soffiano sul fuoco pur consapevoli che il prolungamento della guerra oltre a far morire sempre più grandi masse di popolazione civile mette a rischio l’umanità intera con possibili risvolti di catastrofe mondiale (ricorso al nucleare o altri armi di sterminio). E tutti i governi occidentali che sulla pelle di un popolo massacrato dalle bombe fanno a gare ad inviare in Ucraina sempre più armi e sempre più potenti, allontanando ogni ipotesi di fermare il conflitto. Paradossalmente in Europa chi si oppone all’invio delle armi diventa per i media e gli apparati statali un filo putiniano quindi da emarginare e cancellare, in una escalation di puro razzismo e di imposizione del pensiero unico, insieme all’eliminazione dei simboli della cultura di un popolo (e quindi dell’umanità), siano essi il balletto del lago dei cigni, Dostoevskij o Tolstoj.

Non sta a noi fornire indicazioni precise su come poter fermare questa guerra devastante. Possiamo, anzi dobbiamo, però fare alcune considerazioni e delineare dei punti fermi rispetto a un approccio libertario, di classe e antifascista a questa questione. 

Innanzitutto abbiamo il dovere di lottare per la pace, contro il proseguimento di questa guerra, contro questa e contro tutte le guerre. E la pace non si conquista con l’invio delle armi che anzi allontana la possibilità di fermare il conflitto. Chi vuole mandare e invia armi ad eserciti in guerra è solo un guerrafondaio (anche se parla di pacifismo e cita la resistenza) e va fermato. Altro elemento è il rifiuto del militarismo, siamo per la diserzione da tutti gli eserciti e per il sabotaggio della macchina bellica, di qualsiasi stato. 

Vi è poi la pratica antifascista militante che deve essere sempre condivisa e praticata: Non sottovalutare quindi la potenzialità del neonazismo (e del suo sdoganamento istituzionale) presente nella guerra ucraina e che dalla battaglia finale di Mariupol e dalla tenace difesa condotta dal battaglione Azov rischia di prendere nuova linfa e diventare un mito fortissimo da imitare per tutta la galassia nazifascista presente in Europa e nel mondo. Così come non possiamo sottovalutare gli aspetti nazionalisti, alimentati dalla propaganda, dalla guerra e dagli effetti delle bombe stesse. 

Infine la questione dell’autodeterminazione dei popoli che per avere effetti concreti nei territori deve essere liberata dagli schemi nazionalisti e statali e indirizzata in senso autogestionario, assembleare e federalista senza riprodurre gli schemi autoritari e liberticidi degli stati e degli apparati di potere. Non crediamo alle formule che chiedono un territorio con due o più stati, divisi da frontiere armate, perché non porteranno mai la pace (Israele e Palestina insegnano e anche nel Donbass si rischia una guerra eterna). Occorre trovare una soluzione confederale in cui tutti quelli che vivono in un territorio (e le loro libere assemblee) possano convivere e fondersi tra loro in un unico popolo, proletario e solidale. I Curdi siriani del Rojava e gli zapatisti in Messico hanno sperimentato forme nuove di autogoverno e di confederalismo, non ci sono ricette precostituite ma solo una strada di sperimentazione fuori da militarismi, stati, poteri finanziari e nazionalismi. Fuori da questo percorso vi è solo la guerra e lo sfruttamento più selvaggio.

 

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