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Categoria: Guerra
Creato Lunedì, 21 Marzo 2005

A proposito di un rapimento, redazionale (n°54)

Si è concluso positivamente (per lei) il sequestro di Giuliana Sgrena, la giornalista del “Manifesto” rapita oltre un mese fa, a Baghdad, da un gruppo armato iracheno non ben identificato.

Ma le modalità del suo rapimento e, ancor più, quelle del suo rilascio, nel corso del quale è stato ucciso l’agente del governo italiano Nicola Calipari, sono tutt’altro che chiare. Stando a quello che ci dicono, l’automezzo che li stava portando all’aeroporto della capitale irachena sarebbe stato colpito dal fuoco di una pattuglia statunitense.

Errore o agguato? Non lo sappiamo. E non è detto che lo sappia neppure chi si trovava sull’automezzo. Certo, sembra più ragionevole la seconda ipotesi: possibile che non avessero avvertito gli Statunitensi del loro arrivo?

Se di agguato si vuole parlare, c’era una vittima predestinata? O si trattava soltanto di un pesantissimo "avvertimento"? E, nel primo caso, chi sarebbe stato l’obiettivo: Calipari o la Sgrena? A tutt’oggi, sono domande senza risposta, anche se sembra improbabile che, da parte degli Statunitensi, vi fosse l’intenzione di uccidere quest’ultima: a quel punto, nulla avrebbe impedito loro di farlo...

E, che fine ha fatto l’altro agente italiano? Quello che, nelle prime ore, veniva dato, dal presidente del consiglio, per "gravemente ferito"? Che fine ha fatto l’altro automezzo, del quale le prime versioni avevano parlato? Spariti dalle ricostruzioni. Il presidente si era sbagliato.

Eh, già, non sbagliano mica solo gli Americani!

Lunedì 7 marzo, il presidente dell’Unione Europea, Romano Prodi, è andato in ospedale a far visita alla giornalista ferita. Secondo quanto riportato il giorno successivo da "La Stampa", è "giunto in auto con Pier Scolari, subito dopo la fine dei funerali (di Calipari n.d.r.) (...). Anche a lui Giuliana racconta la pioggia di pallottole di venerdì scorso. Prodi ascolta, perplesso, ‘La realtà è molto diversa da quanto si capisce leggendo i giornali – commenta – La verità deve venire fuori’ ".

Quando, la faranno venire fuori? Dovremo aspettare che il presidente si metta a scrivere le sue memorie?

Forse no. L’influenza che i politici sanno di avere sui giornali, e il controllo che questi ultimi esercitano sull’opinione pubblica, sono talmente dati per scontati che, alle volte, sono i politici stessi a infrangere, in un delirio di onnipotenza, il muro di silenzio. Come è avvenuto in occasione delle commemorazioni di Calipari, quando in molti lo hanno definito il regista della liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, le due operatrici italiane rapite in Irak pochi mesi fa.

Ma, non era stato Scelli il regista della liberazione? Così avevano detto i maggiori quotidiani, e così risultava, a quanto pare, anche agli inquirenti che, infatti, risentiranno quanto prima "le due Simone".

"Credo sinceramente – scrive Sandro Curzi su Liberazione del 9 marzo - che (...) sulla prima guerra del Golfo, sull'invasione e su questo tormentato dopoguerra in Iraq, noi sappiamo molto meno di quello che sapessero i nostri padri e nonni sulla seconda e forse anche sulla prima guerra mondiale. (...)

Certo, siamo, anzi crediamo di essere informati molto più di una volta. Certo, le informazioni, le notizie, le statistiche, i sondaggi di opinione, le immagini, le dichiarazioni circolano a migliaia ogni giorno nella nostra vita (...). Ma, forse, il poco che i nostri nonni seppero su Caporetto conteneva molta più verità del tanto, del molto, forse del troppo che abbiamo visto, ascoltato e letto sull'assassinio di Nicola Calipari e sul ferimento di Giuliana Sgrena e dell'agente che li accompagnava.

Sapete delle polemiche sul giornalismo di guerra ‘embedded’: cioè intruppato, arruolato, autorizzato e controllato, giorno per giorno, ripresa per ripresa, articolo per articolo, direttamente dalle autorità militari sul campo. (...) Oggi delle guerre super-tecnologiche, proprio in quanto tali, sappiamo dai nostri super-tecnologici strumenti di comunicazione di massa solo ciò che le autorità militari ritengono di farci sapere, quello che fa loro comodo, anche autentiche menzogne e abili manipolazioni della realtà. Comunque mai la verità (non avendo oggi, in epoca di potere militare unipolare, nemmeno la possibilità di confrontare una versione, per quanto manipolata, con un'altra, per quanto manipolata anch'essa). I pochi spazi che restano per un giornalismo non ‘embedded’ sono assai scarsi e peraltro rischiosissimi, come conferma appunto il caso Sgrena.

Ma più sconsolante ancora, se possibile, è che questo discorso non vale solo per la guerra e per il giornalismo di guerra, per i grandi inviati e reporter. Vale anche per il giornalismo economico, per i notisti politici, per i cronisti giudiziari, per le cronache dello spettacolo e per le rubriche di moda (...)".

I dati della realtà "ci arrivano quasi sempre attraverso il filtro deformante, il setaccio e gli efficacissimi strumenti e metodi di preselezione cinicamente adoperati dal potere economico, politico e militare, e da un turbo-sistema informativo perlopiù embedded o inconsapevolmente complice".

Se lo dice Curzi che, nella sua lunga carriera, è stato anche direttore di un telegiornale pubblico, possiamo credergli.

Del resto, per quanto la cosa possa sembrare assurda, nell’attuale contesto, anche noi di Cenerentola che, per via dei nostri scarsi mezzi e della periodicità quindicinale, abbiamo scartato fin dall’inizio l’idea di fare un giornale "d’informazione", optando, piuttosto, per un giornale "di commento", ci troviamo sempre più spesso a essere ringraziati dai lettori per le informazioni che forniamo.

Il che la dice lunga su come è messo il giornalismo in questo paese.

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