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Categoria: Interviste
Creato Venerdì, 01 Maggio 2009

Intervista a Stefano Tassinari, di Annalisa Righi (n°113)

Bologna, La Linea caffè un mezzogiorno di aprile. Il sole, l’aria tiepida, voci sovrapposte in sottofondo. Un tavolino, due caffè.

Stefano, sei nato nel 1955, dieci anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, eppure da sempre interessato alle vicende partigiane, come nasce questo interesse?

L’interesse per la Resistenza deriva soprattutto da un fatto generazionale. Sono cresciuto negli anni settanta, ho cominciato ad avere un impegno culturale e politico fin da ragazzino. Tutti noi abbiamo avuto nei partigiani un punto di riferimento culturale molto importante. Siamo cresciuti cercando una relazione diretta con queste persone che abbiamo visto fondamentalmente come degli eroi, lo dico senza retorica. Contemporaneamente per me ha anche significato cercare, nelle pieghe di quell’esperienza, quella parte di sinistra che ha fatto la Resistenza, che è stata antifascista, e che nel dopo guerra è stata completamente emarginata dal processo politico. Emarginata per ragioni interne alla sinistra novecentesca, soprattutto da quella ancora intrisa di stalinismo. Ho scritto due romanzi su questi temi: uno di fantasia, “L’ora del ritorno” e uno di carattere storico, “Il vento contro” che si riferisce ad un personaggio reale della storia italiana: Pietro Tresso. C’era il terrore di affrontare questo tema. Io l’ho fatto da persona di sinistra. Infatti quando è uscito il libro su Tresso molti ne hanno parlato. Mi ha colpito in particolare un giornale, tra l’altro legato a Confindustria, che poteva quindi strumentalizzare questa storia, che ha scritto: Stefano Tassinari non ha nulla a che vedere con Gianpaolo Pansa, casomai con Ken Loach. Questo mi ha fatto piacere perché quello era lo sguardo che mi interessava.

Come dire, riportare alla luce fatti rimossi dalla memoria collettiva in modo anche da riequilibrare forze altrimenti mal distribuite nelle istanze sociali per una politica diversa?

Certo, questo infatti è importante. Lavorare sul tema della memoria non condivisa, mi piace molto chiamarla così, anche della sinistra, soprattutto della sinistra. Il rapporto con la memoria, con la storia, è un rapporto per me molto importante. In altri miei due romanzi - “Assalti al cielo” e “L’amore degli insorti” – ho raccontato invece un frammento degli anni settanta, e lì ho scelto di raccontare ancora una volta la memoria non condivisa, in questo caso di quegli anni. C’è ancora la tendenza a raccontarli come gli anni di piombo. In realtà son stati ben altro.

Poi c’è la memoria immediata, dove c’è il conflitto. E, nel 2003 scrivo “I segni sulla pelle”, un romanzo su Genova, sul G8, raccontando – attraverso un personaggio di fantasia, Caterina Ramat - una vicenda nascosta, non si sa ancora quanto vera, emblematica dei lati oscuri che ci sono nella ricostruzione di quelle giornate.

Quindi soprattutto la memoria non condivisa della sinistra, specialmente adesso che sta pagando molto i suoi errori…

Quale tipo di proposta politica puoi fare oggi quando continui a nascondere vicende come queste? Quando la parte migliore della sinistra, cioè gli anarchici e i trozkisti, sono stati massacrati, anche fisicamente, dallo stalinismo, e questa cosa non è stata risolta. In realtà lo stalinismo è rimasto presente nei comportamenti di tante persone di sinistra, e anche nei meccanismi interni all’organizzazione politica della sinistra non è cambiato molto. O riusciamo ad abbattere questo meccanismo di potere, questo meccanismo mentale, a superarlo veramente e a ricostruire una cultura politica alternativa, oppure non c’è più speranza.

Secondo il tuo sentire, allora, la politica cosa dovrebbe essere, e cos’è oggi in realtà?

Quello che oggi manca alla politica è la passione. Dovrebbe essere un elemento centrale delle nostre vite. Staccato il più possibile dalle istituzioni, non perché io ritenga che le istituzioni siano sempre malate, credo possano anche servire, penso però debbano essere un momento di rappresentanza e di rappresentazione di qualcosa che ha a che fare innanzitutto col sociale. Credo che la politica debba essere anche un luogo di confronto culturale. Da scrittore, da uomo di teatro, da persona che lavora in questi ambienti credo molto nel rapporto conflittuale tra il mondo tradizionale della politica e il mondo dell’arte e della cultura in generale. Credo che i percorsi di ricerca siano molto forti all’interno del mondo letterario, teatrale, cinematografico, musicale … perché lì c’è un elemento che nella politica non esiste più, che è l’emozione.

Cos’è la sinistra oggi e cosa dovrebbe essere?

La sinistra oggi è un magma di diversità spesso nominalistiche con divisioni personalistiche. Credo che dobbiamo rifondare tutta la sinistra alternativa recuperando il meglio che c’è stato dal punto di vista teorico. Un percorso che tenga conto del meglio della tradizione marxista, di quella anarchica del mutuo soccorso, della solidarietà, della società - potenziale, possibile, forse tra mille anni - libera dallo Stato, su cui poi c’è un punto comune anche con il marxismo rivoluzionario. Recuperare gli elementi importanti del pensiero di Trotskij, ma anche di Rosa Luxemburg, Kropotkin per ricostruire un nuovo pensiero. Bisogna avere un’altra idea di comunismo, di anarco-comunismo, o di comunismo libertario che oggi potrebbe essere una possibilità, che però deve essere qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto fino ad ora.

Bisogna anche ripensare alle forme di organizzazione. Un altro elemento importante di riflessione è il rapporto tra contenitore e contenuti. I contenuti senza contenitore si fa fatica a diffonderli, e il contenitore senza contenuti è un disastro. La politica è diventata un corpo separato, un pezzo autoreferenziale della società, così viene a mancare il progetto e il percorso di confronto. E chi lo fa allora? Continuo a credere nello stimolo del mondo artistico/culturale, per questo facciamo la rivista.

Ecco, questa nuova rivista – “Letteraria” – che uscirà a maggio, sarà semestrale ed è edita da Editori Riuniti …

Siamo un gruppo di scrittori italiani, con qualche critico, qualche docente universitario… Carlo Lucarelli, Simona Vinci, Grazia Verasani, Milena Magnani, Giampiero Rigosi, Marcello Fois, Pino Cacucci, Massimo Carlotto, Marco Baliani, Wu Ming… sono tanti, non riesco ad elencarli tutti…

Abbiamo fatto questa cosa con l’idea di riaprire un confronto politico-culturale leggendo la società attraverso la letteratura. La rivista, infatti, avrà un sottotitolo: rivista semestrale di letteratura sociale. Per letteratura sociale intendiamo quella letteratura che ha a che fare col conflitto, la memoria, il lavoro, la storia… tutto ciò che non è letteratura intimista.

Per esempio il tema centrale su cui facciamo una monografia - una trentina di pagine su cento - è il bianco e il nero, dal punto di vista della percezione del razzismo ma anche dal punto di vista letterario. Esiste il romanzo bianco? Ha ancora senso il romanzo nero? Perché poi il romanzo nero oggi è quello che interpreta la società, magari anzi la scalfisce, ne coglie aspetti importanti e li rilancia, li critica.

I primi di aprile Matteo Belli ha portato in scena un tuo lavoro…

Si, Requiem - partitura per voci spezzate. Sono dodici monologhi, che ho scritto per Matteo, all’interno della partitura del Requiem di Mozart nella trascrizione di Carl Czerny, allievo di Beethoven e maestro di Liszt. Fece questa trascrizione per pianoforte a quattro mani, mai suonata in pubblico ed eseguita la prima volta per lo spettacolo da due pianisti che sono Paolo Dirani e Mauro Landi. Le immagini di Luca Gavagna hanno contestualizzato i monologhi dedicati a dodici figure di intellettuali ed artisti del novecento che sono stati assassinati o spinti al suicidio dai sistemi autoritari. Da Federico Garcia Lorca a Olga Benario Prestes, a Tamara Bunke, fino a Walter Benjamin. Nei monologhi ho cercato di raccontare gli ultimi cinque minuti di vita di queste persone. Ho cercato di entrare nella loro testa.

Cos’è per te l’anarchia?

L’anarchia è la parte ludica della nostra vita. Credo che qualsiasi persona di sensibilità non possa non avere una grande passione per l’anarchia e per la cultura anarchica in generale. Penso che il problema vero dell’anarchia è che, ogni qual volta facciamo i conti con la realtà, tendiamo a metterla da parte, per i giorni belli, per quando sarà possibile. Intanto bisogna fare i conti con la realtà e allora tendiamo ad essere più vicini ad una concezione marxista. Da questo punto di vista ho una grande simpatia, tra l’altro anche qualche trascorso da giovanissimo, per Bakunin, Kropotkin, Malatesta... Credo che sia un grande stimolo. Credo che non sarà mai possibile costruire una società socialista non autoritaria e non drammatica se non si immetterà un pezzo importante del pensiero anarchico nella costruzione di un nuovo pensiero critico che, secondo me, parte dal marxismo rivoluzionario, anche dal trotzkismo, ma che ha bisogno continuamente di essere rinforzato da una cultura anarchica. Credo che il comunismo libertario possa essere la formula migliore per costruire un’esperienza diversa veramente. Nel comunismo libertario l’anarchismo è a pieno titolo partecipe.

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