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Categoria: Interviste
Creato Domenica, 10 Novembre 2013

Sabrina FredaIntervista a Sabrina Freda di Annalisa Righi (n°162)

Inceneritori, assimilazione, riciclaggio, fotovoltaico, nitrati… Il parere dell’ex assessore all'Ambiente e riqualificazione urbana della Regione Emilia-Romagna

Piacenza, 4 ottobre. A quasi un mese di distanza dalla revoca delle deleghe che il presidente della Regione Vasco Errani ha notificato a Sabrina Freda, Cenerentola l’ha incontrata per conoscere il suo parere sui temi della riqualificazione ambientale, temi che non interessano, evidentemente, solo chi abita in Emilia-Romagna.

Napoletana, classe 1970, da anni vive a Piacenza. Laureata, dapprima in Architettura a Pavia, poi in Ingegneria edile al Politecnico di Milano, nel 2006 entra nelle file dell’Italia Dei Valori.

Nel 2007 le è stata affidata, attraverso la delega alla Riqualificazione urbana, commercio, marketing urbano, la carica di assessore comunale a Piacenza. Infine, dal maggio 2010 al 6 settembre 2013 ha ricoperto l’incarico di assessore della Regione Emilia-Romagna. 

Come nasce la sua attenzione all’ambiente?

L’interesse per le politiche ambientali è nato con la delega all’ambiente. Non avevo un’esperienza specifica. Mi ero occupata per professione di cose attinenti: sapevo cos’è una valutazione di impatto, quali possono essere le conseguenze concrete di un’infrastruttura da realizzare ex novo rispetto ad un contesto non urbanizzato. Quando si presentò l’occasione di ottenere questo incarico, se ne discusse anche con la segreteria regionale. Ci sembrò una delega in cui ci fosse l’opportunità per la politica di costruire, di fare cose positive e soprattutto di avere un orizzonte di prospettiva. In Regione, occupandomi delle politiche ambientali, mi ci sono appassionata strada facendo. Non vengo affatto dal mondo ambientalista, anzi, se vogliamo, vengo dal mondo opposto, quello che realizza le infrastrutture, le case ecc… però mi ci sono davvero appassionata. Penso ci sia, nelle politiche ambientali, da un lato il principio della sostenibilità (ambientale, economica e sociale), dall’altro tantissimo da fare. E’ occuparsi di qualcosa che ha un ampissimo spazio di manovra. Oggi spesso si sente dire che tutto è green, smart, ecologico, verde… sono termini che si trovano un po’ ovunque e dei quali spesso si abusa. In realtà c’è distanza tra la teoria, e quindi anche tra questi slogan, e ciò che realmente viene fatto.

Possiamo dire che lei ha voluto tenere uniti, coerentemente, parole e fatti...

In Regione, in questi tre anni, abbiamo fatto delle cose positive. Abbiamo messo mano a tutta una serie di provvedimenti, in qualche modo anche all’avanguardia. Per esempio, rispetto al tema degli impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile, siamo stati la prima regione a regolamentare le zone non idonee. C’è un mercato drogato dagli incentivi che ha portato, in prima battuta, al risultato di avere una serie di richieste per impianti fotovoltaici a terra con un impatto assolutamente non sostenibile: un consumo di suolo che spesso viene sottratto all’uso agricolo, un notevolissimo impatto sul paesaggio e il guadagno di una sola persona che prende gli incentivi dalle bollette di tutti. Inoltre questo tipo di energia non può essere immagazzinato: viene immesso in rete e utilizzato se ce n’è bisogno, se no si perde. C’è stata una corsa all’incentivo e non la corsa a ricercare un nuovo modello di sviluppo più sostenibile.

Ecco, la Regione Emilia-Romagna, come prima regione in Italia, è riuscita a regolamentare le zone non idonee, quindi a mettere dei limiti1.

Relativamente agli inceneritori che idea si è fatta?

Non sono partita con idee preconcette. Analizzando la realtà regionale insieme agli uffici preposti - e con l’obiettivo di andare a fare il primo piano regionale di gestione dei rifiuti previsto dal decreto legislativo 152 /06 - abbiamo realizzato che la gestione dei rifiuti in Emilia-Romagna poteva progressivamente essere migliorata. C’erano da fare politiche di prevenzione dei rifiuti e politiche di riciclaggio; questo avrebbe comportato la progressiva dismissione degli impianti di incenerimento, che è anche uno degli obiettivi dell’Europa. Un obiettivo europeo che la Regione ha condiviso: è nel programma di mandato la volontà di arrivare a costruire una filiera del recupero e quindi diminuire lo smaltimento, sia in discarica che per l’incenerimento.

Quindi diminuire lo smaltimento ottimizzando la raccolta differenziata?

Innanzitutto prevenire con acquisti consapevoli, cercando di produrre meno rifiuti. In questo la crisi un po’ ci ha aiutato: nell’ultimo anno siamo andati in flessione rispetto alla produzione dei rifiuti, mi pare di un 2,5%. La raccolta differenziata è il primo passo per consentire il recupero di materie, quindi il loro riciclaggio. La raccolta differenziata la fa il cittadino; il suo impegno, deve essere compensato dalla prospettiva di poter diminuire lo smaltimento con tutto quello che ne consegue: una migliore salubrità dell’ambiente in cui vive, un’aria più pulita, un costo dei rifiuti più basso. Un costo più basso perché il rifiuto diventerà “prezioso”, materia da riciclare; possiamo dire che diventerà merce.

L’inceneritore e le discariche sono strumenti di guadagno, il riciclaggio ancora no. Essendoci un guadagno nello smaltire, la raccolta differenziata viene fatta in maniera grossolana.

Bisogna riuscire a costruire un modello per cui il cittadino fa la raccolta differenziata, si sviluppa una filiera del recupero di materia e lo smaltimento diventa sempre più residuale. Certo che se gli impianti della regione importano rifiuti dal resto dell’Italia tutto crolla: non serve a nulla.

Relativamente ai rifiuti industriali...

I rifiuti urbani in Emilia-Romagna sono circa tre milioni di tonnellate all’anno. Quelli industriali sono quattro volte tanto, circa dodici milioni. Hanno però una percentuale di recupero più alta perché sono frazioni più omogenee: nella lavorazione del legno si scarta legno e quella frazione si può recuperare. Il rifiuto urbano invece è di minore quantità ma molto più composito, quindi più difficilmente recuperabile.

Il problema dei rifiuti industriali in Emilia-Romagna è l’altissima assimilazione. Gli impianti di smaltimento vengono dimensionati sulla base dei rifiuti urbani. La Regione Emilia-Romagna ne produce tre milioni di tonnellate all’anno, quindi su questo dato dimensiona gli impianti di smaltimento e recupero.

I rifiuti urbani sono i soli rifiuti che sono a carico della pianificazione pubblica. In Emilia-Romagna un’alta quota di rifiuti industriali viene assimilata agli urbani, infatti risulta tra le regioni che producono più rifiuti in Europa. Il dato è falsato dal fatto che accanto agli urbani effettivamente prodotti c’è una buona percentuale di rifiuti industriali che vengono assimilati agli urbani.

Perché molti rifiuti industriali vengono assimilati ai rifiuti urbani?

Perché si afferma che il pubblico li controlla e gestisce meglio.

L’assimilazione dei rifiuti industriali agli urbani è circa di un milione e mezzo. In realtà, di quei tre milioni di urbani, solo un milione e mezzo è di veri urbani, l’altro milione e mezzo è di industriali, poi ce ne sono fuori altri dodici milioni. Quindi, la spiegazione secondo la quale si assimila per gestire meglio una fetta di rifiuti che altrimenti non si potrebbe controllare perché non soggetta alla pianificazione pubblica (la parte dei rifiuti industriali) è una spiegazione debole: il milione e mezzo incide pochissimo rispetto ai dodici.

L’assimilazione serve a smaltire rifiuti che non provengono dall’Emilia-Romagna?

Serve a dimensionare gli impianti. Secondo me il tema è questo. Questa assimilazione così alta dimensiona gli impianti. Sostanzialmente noi abbiamo un’impiantistica di smaltimento sovradimensionata e purtroppo il tema è quello di smaltire i rifiuti degli altri.

Ogni volta che c’è un’emergenza in Italia, che sia la Campania, che sia il Lazio o altra regione, si viene in Emilia-Romagna.

Ciò che appare a caldo è: c’è qualcuno che ci guadagna, tra cui le famose multiutility, abbiamo maggiore insalubrità dell’aria e il tutto a caro prezzo per i cittadini che pagano una tassa dei rifiuti forse più alta del dovuto...

In prospettiva diranno che il fatto che ci siano dei rifiuti industriali assimilati agli urbani è un risparmio per il cittadino, perché la bolletta viene in parte spalmata sulle attività produttive che altrimenti non la pagherebbero in quanto si rivolgerebbero al libero mercato. Quindi, la tariffa che sarebbe a solo carico del cittadino viene spalmata anche sulle aziende. Nella pratica però succede che il cittadino paga con la sua tariffa questi impianti che sono sovradimensionati, quindi il risparmio…

In più c’è il tema dell’inquinamento. Nessuno può convincerci che dagli inceneritori esce aria di montagna; ci saranno tutti i filtri del caso, ma è un’attività inquinante. Inoltre c’è tutto l’inquinamento provocato dal traffico dei mezzi che raccolgono i rifiuti e arrivano in regione, magari facendo lunghe percorrenze… adesso a Forlì stiamo importando rifiuti dal Lazio.

Siamo in una situazione per cui dovremmo mirare, come è scritto nel programma della Regione, a ridurre progressivamente lo smaltimento e a potenziare il recupero di materie con il riciclaggio. Questa cosa nei fatti non succede.

C’è un’assimilazione così alta solo in Emilia-Romagna o ci sono altre regioni con questa percentuale di assimilazione?

In Emilia-Romagna abbiamo un’assimilazione altissima. Infatti risultiamo essere i maggiori produttori di rifiuti d’Europa. Altre regioni, come la Lombardia e il Veneto, hanno un’assimilazione bassa.

E la situazione nel Mezzogiorno?

In Italia abbiamo una carenza impiantistica notevole. Il ragionamento fatto, e la preoccupazione che gli impianti dell’Emilia-Romagna possano accogliere i rifiuti di tutta la nazione, deriva proprio dalla constatazione che l’Italia non è sufficientemente dotata di impianti. Il tema, nella mia ottica, è che ognuno deve fare la propria parte. Una regione non si può candidare a smaltire i rifiuti di tutta l’Italia: c’è un impatto ambientale (e sulla salute) fortissimo. L’inceneritore non è la peste: aiuta a gestire i rifiuti. Se però lo si considera come un’attività produttiva qualunque si sbaglia: è un’attività che non produce nulla, smaltisce, crea impatto e inquinamento.

Un altro tema importante è l’inquinamento da nitrati usati in agricoltura...

In Emilia-Romagna abbiamo anche questo problema, molto grave. L’anno scorso c’era stato, all’interno del decreto sviluppo, un emendamento che consentiva di spandere

i reflui zootecnici nelle zone vulnerabili, ovvero quelle che più facilmente hanno la percolazione in falda, per un anno un quantitativo di azoto pari alle zone non vulnerabili, quindi il doppio. Siamo stati noi, come Regione Emilia-Romagna, a opporci. E’ poi intervenuta la Commissione Europea e l’emendamento è stato sanato a settembre.

La politica non ha una visione di prospettiva, ha un orizzonte temporale corto e subisce le pressioni frammentarie dei vari portatori di interesse che una volta sono le associazioni agricole, una volta le multiutility, gli industriali…

L’esperienza in Regione con Errani com’è stata, quali sono le sue impressioni?

Sicuramente è stata un’esperienza positiva, dal punto di vista dell’amministrazione sono contenta di avere fatto questa esperienza. E’ stata positiva perché mi è sembrato di poter fare delle cose: tutta la regolamentazione per gli impianti della produzione di energia da fonte rinnovabile; l’accordo sulla qualità dell’aria; abbiamo impostato il piano dei rifiuti; la riforma dei parchi; la riqualificazione urbana, i concorsi di architettura; tutta una serie di provvedimenti, come la dinamica del saldo zero, quindi la possibilità di computare i vari insediamenti che producono emissioni prima di autorizzarne nuovi. Da questo punto di vista è stata positiva perché ho avuto la sensazione di contribuire a uno sviluppo sostenibile, in generale, in senso lato. Dall’altra parte, l’uscita è stata un po’ brutale, brusca, però non annovero questa esperienza tra quelle negative.

Su cosa vi siete scontrati?

Sul piano rifiuti. Sostanzialmente, ho sempre ritenuto di portare avanti il programma di mandato, in effetti nessuno può dire il contrario. Abbiamo aperto l’amministrazione con il programma comunicato in Assemblea: vogliamo costruire la filiera del riciclaggio, andare verso una società del recupero. Per fare questo, evidentemente, bisognava progressivamente diminuire lo smaltimento. Questo nella pratica non è stato perseguito.

Ma la quota dello smaltimento l’hanno incrementata o semplicemente mantenuta?

Hanno incrementato le possibilità di importare rifiuti da fuori regione. Noi siamo in un contesto nazionale che non è in grado di essere autosufficiente. Se una regione si candida come punto di smaltimento per l’Italia intera (è questo che hanno fatto, in realtà) lo smaltimento non diminuisce.

Dobbiamo fare un piano rifiuti che deve determinarne i flussi. Questo significa muoversi in un ambito regionale e ottimizzare il conferimento dei rifiuti ai vari impianti in modo tale da poter progressivamente ridurre questi ultimi. Paradossalmente, se nel 2020 l’inceneritore di Piacenza non bruciasse più le attuali centoventimila tonnellate autorizzate ma ne bruciasse trentamila, lo si chiuderebbe. Quelle trentamila si porterebbero ad un altro inceneritore e così avremmo eliminato un impianto. Questo era da perseguire secondo il programma di mandato. Ovvio che se autorizzo a prendere i rifiuti di un’altra regione, quell’impianto non lo chiuderò.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che ha portato il presidente a revocarmi le deleghe, è stato il fatto che sono intervenuta con una lettera sull’amministrazione provinciale di Modena perché il 14 di agosto, con una determina, neanche con una delibera, ha autorizzato l’inceneritore di Modena a prendere i rifiuti, prima della provincia di Modena, poi di tutta la regione, poi di tutta l’Italia. Questa cosa non si fa il 14 di agosto con una determina e soprattutto non è competenza della Provincia. E’ il piano regionale che deve definire i flussi. Se ogni Provincia fa così gli impianti non si dismetteranno mai, anzi.

Un assessore regionale non può tacere rispetto ad un’azione di questo tipo, non è amministrativamente corretto. Dal punto di vista di altri tipi di correttezza poi si vedrà. Ci saranno i vari soggetti competenti che valuteranno. L’assessore all’ambiente non può far finta di non vedere o guardare da un’altra parte, deve chiedere spiegazioni. Questo secondo l’amministrazione regionale non era possibile, bisognava non scrivere, non dire niente.

Come vede il futuro? E’ ottimista? Pensa che si riuscirà a realizzare qualcosa di positivo per i cittadini?

Posso dire che, come diceva qualcuno, c’è un pessimismo dell’intelligenza e un ottimismo della volontà. Razionalmente non si può essere ottimisti, però la volontà di fare delle cose ben fatte, di cercare di fare ognuno la propria parte nel proprio ruolo, personalmente ce la metto.

1 I provvedimenti in questione sono essenzialmente due. Innanzitutto è in vigore una norma del 2010, fortemente sollecitata anche dal Movimento 5 Stelle, che ha definito la prima individuazione delle aree non idonee all’installazione di impianti fotovoltaici con moduli ubicati al suolo. Inoltre, nel 2011, è stato varato un provvedimento relativo alla “individuazione delle aree e dei siti per l’installazione di impianti di produzione di energia elettrica mediante l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili eolica, da biogas, da biomasse e idroelettrica”. Quest’ultimo rappresenta un primo passo nel contrastare la proliferazione di impianti (soprattutto a biogas e a biomassa) fortemente contestati dalle popolazioni locali (n.d.r).

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