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Categoria: Interviste
Creato Domenica, 01 Giugno 2014

A proposito di pensioni: intervista a Enrico Totò di Annalisa Righi (n°169)

pensionatoAbbiamo incontrato Enrico Totò, esperto previdenziale della sede regionale INAS Emilia-Romagna, per riflettere insieme sullo stato del sistema pensionistico italiano. Sistema che trova le sue origini tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando la drammaticità delle condizioni di vita dei lavoratori aveva prodotto forme libere e volontarie di assicurazione trasformatesi poi fino ad addivenire a vere e proprie politiche sociali in grado di garantire previdenza e assistenza a lavoratori e cittadini. Ciò che appare oggi, a distanza di più di un secolo dalle prime conquiste operaie, sembra più un’involuzione del sistema che un suo miglioramento. Involuzione originata soprattutto dallo scollamento tra le politiche previdenziali e il mondo del lavoro. Le prime non sono state in grado di seguire i cambiamenti del secondo, il quale tra l’altro ha visto recentemente al suo interno mutazioni drammatiche: proliferare di contratti a termine, disoccupazione crescente, cassa integrazione, licenziamenti collettivi, esodati... il tutto nella cornice di una forte recessione economica.

 Potremmo partire con una fotografia del sistema previdenziale…

Oggi siamo, sostanzialmente, in un sistema così detto a ripartizione. Ciò significa che il nostro sistema pensionistico si regge sulla contribuzione che viene prelevata ogni giorno, perché ci permette di pagare immediatamente le pensioni di chi le sta riscuotendo. Si basa sulla solidarietà tra generazioni: c’è una generazione che riscuote e una che paga. Se si ferma questo flusso va in crisi il sistema.

Nei primi anni novanta, per tenerlo in equilibrio l’unico modo era quello di aumentare la pressione contributiva: se devo pagare cento, deve entrare cento; se comincio a spendere centocinquanta, devo chiedere a chi lavora centocinquanta. Si è arrivati così a una pressione contributiva per i lavoratori dipendenti (gli autonomi un po’ meno) pari a un terzo dello stipendio. Evidentemente non era più possibile aumentare tale pressione, così il legislatore ha pensato di ostacolare l’uscita dal mondo del lavoro. Con la Fornero questo processo ha subito poi un’accelerazione paurosa.

Ci hanno provato Amato, Dini, i vari governi, Berlusconi, Prodi… il meccanismo è sempre stato quello di elevare l’età alla quale il lavoratore poteva andare in pensione.

Oggi l’età per la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi. Età che viene aggiornata - ogni tre anni, fino al 2019, poi ogni due - attraverso quello che si chiama adeguamento alla speranza di vita: se cresce l’aspettativa di vita, la pensione di vecchiaia si allontana.

La speranza di vita viene calcolata sull’intera popolazione, indistintamente?

Uno degli aspetti più ingiusti di questo meccanismo è proprio quello di calcolare l’allungamento della speranza di vita su tutta la popolazione: attiva e non attiva, senza tenere conto delle tipologie lavorative. La speranza di vita varia al variare del tipo di lavoro che l’individuo svolge. Ora invece è calcolata su uomini e donne, persone attive e non attive. Su questo bisognerebbe intervenire, creando griglie che diano la possibilità ai lavori più usuranti di garantire accessi diversi alla pensione…

Di questo aspetto, differenziare l’età pensionistica secondo il lavoro svolto, si parla da tempo. Lei pensa si possa realizzare questa differenziazione?

Come siamo messi adesso è pura utopia. Abbiamo un sistema che è in grossissima sofferenza. Oltre al discorso della bomba anagrafica, c’è il fatto che il sistema non può più alzare la pressione contributiva. Anzi, il progetto è proprio quello di cercare di abbassarla. Il famoso cuneo fiscale riguarda il costo del lavoro: il 33% dello stipendio è un terzo di quello che un lavoratore guadagna, non può più essere aumentato, al contrario dovrebbe diminuire…

Come si potrebbe riequilibrare il sistema pensionistico?

Solo aumentando il numero di coloro che contribuiscono, che significa allargare l’occupazione. In questo momento è difficile…

Questo è il momento più brutto per progettare una riforma. Durante la campagna elettorale anche Renzi ha detto che revisionerà la riforma Fornero perché è molto dura, rispetto a quello che c’era prima. Onestamente, però, non ci sono le condizioni, rispetto ai parametri economici che si utilizzano, per governare quel tipo di situazione, a meno che non si passi a un sistema totalmente diverso. Cioè che non si passi ad un discorso di reddito di cittadinanza.

Che cosa significa, nello specifico?

Significa che la spesa previdenziale per chi non può più lavorare va a carico della fiscalità generale: non solo di chi lavora ma anche di chi vive con redditi diversi. Oggi la contribuzione per le casse pensioni è obbligatoria sul reddito che viene prodotto dalle attività. Su una rendita finanziaria o su altre rendite non c’è una contribuzione che va sul fondo delle pensioni. Così, o si allarga la base produttiva e si continua a prelevare sul lavoro, oppure si passa alla fiscalità generale. Un po’ come un reddito di cittadinanza con tutele previdenziali e per i lavoratori. La cassa più grossa, che è quella dell’Inps, se si escludono alcuni settori: autonomi, commercianti, artigiani, coltivatori diretti, che sonoin passivo perché quello che si incassa non copre quello che si spende, in questo periodo è in equilibrio, ma molto precario: c’è poco lavoro e molta cassa integrazione, quindi la contribuzione non entra…

La contribuzione non entra, il lavoro non c’è, e se si pensa alla cassa integrazione, sostanzialmente, sono solo soldi che escono; o no ?

Sì, sono soldi che escono e non entrano, perché nel periodo di cassa integrazione viene riconosciuta quella che si chiama contribuzione figurativa: come fosse versata, in realtà non entra. In più c’è il costo della cassa integrazione, dell’indennità che si dà al lavoratore per il mancato guadagno dei mancati giorni di lavoro. Però, sostanzialmente, prima della riforma il fondo dei lavoratori dipendenti era in attivo, di poco, ma era in equilibrio. Nel momento in cui fu fatta l’operazione, che è stata un’operazione di facciata, di portare l’ente Inpdap (che è il fondo dei lavoratori del pubblico impiego) dentro l’Inps, questo ha creato una situazione paurosa, se la guardiamo complessivamente.

Che cosa è accaduto?

Si sono trascinati tre milioni di pensioni da pagare e tre milioni e mezzo di lavoratori. Va da sé che tre milioni e mezzo di lavoratori non possono pagare la pensione di tre milioni di pensionati. Nel nostro sistema a ripartizione, per poter compensare, dovrebbero pagare il 70% - 80% di quello che guadagnano. Così c’è quel famoso buco, sul settore delle pensioni del pubblico impiego, dicono di 8 miliardi ogni anno, che è stato portato dentro l’Inps, fingendo un intervento legislativo per correggere la situazione. In realtà le pensioni del pubblico impiego non hanno mai avuto, se non dopo la legge Dini, un sistema di riscossione della contribuzione: il nostro sistema, fino a Dini, era che il dipendente pubblico, sia che lavorasse o che andasse in pensione, rimaneva sempre dentro il ministero, che pagava prima lo stipendio e poi la pensione, quindi era nel bilancio della Stato.

Di fatto non era in un sistema a contribuzione, i denari trattenuti al lavoratore non venivano effettivamente versati. Nel momento in cui lo passi ad un sistema a contribuzione, tutto quello che non è stato versato prima dallo Stato non può essere versato adesso. I soldi bisogna trovarli dentro una voce di bilancio. Anche perché ormai è stato limato anche l’impossibile. Si è alzata la pressione su chi lavora in maniera esponenziale; si è ritardata la possibilità di accesso alle prestazioni, quindi riscuotiamo la pensione per molto meno tempo; si è anche tagliato sul rendimento, una volta si andava in pensione in rapporto agli stipendi dell’ultimo periodo di lavoro, adesso si va con calcoli così detti contributivi che nel confronto danno un importo della pensione più basso. Sono state fatte proiezioni in base alle quali, considerando un lavoratore con 40 anni di lavoro tutto retributivo e uno con 40 di lavoro tutto contributivo, il primo prende l’80% netto dello stipendio mentre il secondo - se ha versato per 40 anni, e in modo regolare - riesce ad arrivare al 50% - 60% …

È stato adottato il meccanismo alla Dini, che è più attinente alla storia previdenziale della persona. Le sperequazioni che avevamo sul retributivo erano grossissime. In alcuni casi il calcolo si faceva sull’ultimo stipendio: bastava essere promossi il giorno prima di andare in pensione. Queste sperequazioni sono state tolte perché adesso viene pesato tutto quello che uno versa dall’inizio alla fine: hai versato in una cassa, nella tua vita lavorativa /assicurativa, quel montante e quello ti viene restituito come rendita. Però è una “capitalizzazione virtuale”, non è una capitalizzazione pura, in realtà quei soldi non sono dentro l’Inps, sono già stati spesi pagando le pensioni di adesso.

Volendo pensare in prospettiva?

Ci sono cose interessanti per le nuove generazioni, naturalmente senza toccare i diritti acquisiti di chi ha un’assicurazione in corso. Per le nuove generazioni c’è qualche studioso che pensa che, siccome il rendimento sarà sempre più basso, con un sistema a capitalizzazione virtuale ma sempre dentro a un sistema a ripartizione, bisognerebbe creare uno zoccolo duro, sempre a carico della fiscalità generale. Una parte ti viene riconosciuta perché sei cittadino italiano: hai pagato le tasse e hai fatto parte di una comunità quindi una quota te la garantisce la comunità, poi c’è la parte calcolata in base ai contributi pensionistici versati nel corso della vita dentro le casse.

In quali paesi è presente un sistema simile?

Nei paesi anglosassoni, in Canada e Australia, parzialmente in America. In Canada per esempio, per i nostri emigrati, la quota della pensione viene calcolata, per gli anni nei quali hanno lavorato là, sul periodo che sono stati residenti legalmente, più la parte contributiva versata. Sei stato nel nostro paese, hai contribuito al nostro sviluppo, per un certo periodo hai pagato le tasse, quindi ti riconosciamo una parte di questo. Naturalmente poi c’è quello che uno ha versato. In Europa, Francia, Germania, funziona con un sistema a ripartizione come in Italia, poi i metodi per pesare la contribuzione versata e trasformarla in rendita sono un po’ diversi: ognuno ha i suoi meccanismi.

Tuttavia noi siamo fortunati, il nostro sistema sta reggendo perché abbiamo due milioni e mezzo di immigrati che stanno versando e non riscuotendo.

Ciò che appare è una schizofrenia, un meccanismo perverso: il sistema di pagamento delle pensioni è strutturato su un mondo del lavoro che oggi non riesce a contribuire come dovrebbe per rendere efficace l’erogazione delle pensioni; in più l’uso dei contratti “atipici” toglie anche quello che faticosamente potrebbe entrare...

Il modo di regolare i rapporti lavorativi per certi versi si è imbarbarito. Quindi o si agisce sul mondo del lavoro, oppure si crea una solidarietà tra tutti i cittadini che vivono nello stesso paese, dove tutti devono contribuire se hanno un reddito, non necessariamente da lavoro.

La previdenza, del resto, è nata da un’idea solidaristica: il problema era sociale e quindi non doveva riguardare solo chi riusciva ad organizzarsi nel mutuo soccorso.

Per concludere, occorre creare una solidarietà allargata, tassare tutte le rendite…

Il mio pensiero è che oggi chi vive meglio in questa comunità è chi ha praticato la speculazione finanziaria. È giusto che queste persone contribuiscano. Fino ad oggi hanno contribuito veramente poco. Il lavoro invece è stato tassato in maniera spropositata. Prima che si sfaldi completamente tutto bisogna agire in questa direzione. Naturalmente ci deve essere una volontà politica. Non è semplice perché va tassato chi muove grossi capitali o comunque chi agisce nel mercato finanziario ogni giorno. Però queste transazioni pesano sulle aziende e i lavoratori, ed è giusto che vengano tassate dal punto di vista fiscale e contributivo.

 

 

 

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