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Categoria: Interviste
Creato Giovedì, 31 Maggio 2018

Mario CapannaMario Capanna e “Noi tutti”, intervista di Ilaria Leccardi (n°213)

“Noi tutti”. Si chiama così l’ultimo libro di Mario Capanna, leader studentesco del ‘68, ex parlamentare europeo e deputato, da qualche anno tornato a vivere in Umbria, dove si occupa di apicoltura e agricoltura. Lo abbiamo incontrato ad Alessandria, all’Associazione Culturale Sin.tonia, in occasione della presentazione del volume edito da Garzanti, di cui ha discusso assieme a Gian Mario Bottino, insegnante e a sua volta protagonista di quei movimenti. 

La chiave del pensiero odierno di Capanna, in un momento della storia dove il futuro è generatore di paure, a cinquant’anni da quelle stagioni di lotta che in Italia a dire il vero durarono almeno un triennio, è tornare a un’ottica plurale e di collettività, appunto il “noi” del titolo del libro. «Al di là del fatto – spiega lui stesso – che oggi un nuovo ‘68 non basterebbe a cambiare la società, sarà solo superando l’individualismo e l’isolamento, la delega ad agire, che potremo costruire un futuro diverso». 

Con Capanna e Bottino abbiamo ragionato sulle conquiste di allora e la società di oggi. Qual è stato di quel ’68 il successo maggiore, che ancora oggi si avverte a cinquant’anni di distanza?

Capanna: «Al di là delle conquiste straordinarie ottenute, tra cui lo Statuto dei lavoratori, l’istituzione dell’assistenza sanitaria nazionale, pur con tutte le sue disfunzioni, la legge sul divorzio… il risultato maggiore è che il ‘68 c’è stato. Da allora l’umanità ha toccato con mano che cambiare il mondo è possibile. Prima lo sapevamo dai libri, da quel momento la novità straordinaria fu che venne effettivamente costruita una possibilità di cambiare il mondo per mano delle persone e dei popoli, a livello mondiale. Questo rimane il dato incancellabile. Al tempo stesso, la lezione importante è che solo quando le idee camminano sulle gambe di milioni di giovani, donne e uomini, si possono raggiungere obiettivi prima impensabili. Quando invece, come oggi, a prevalere sono la passività, la delega e la rassegnazione, i problemi non vengono risolti. E, non venendo risolti, si moltiplicano e si aggravano».

Bottino: «Spesso nella storia i grandi movimenti rivoluzionari non ottengono risultati definitivi, ma hanno come risultato secondario importanti conquiste storiche. Quasi tutto quello che ancora oggi i lavoratori italiani hanno nel campo dei diritti nasce dai movimenti rivoluzionari, dalle grandi lotte operaie di quegli anni: l’articolo 18, il diritto alla salute sui posti di lavoro, le 150 ore di cui nessuno parla più, come diritto allo studio dei lavoratori stessi. E non è un caso che oggi proprio queste conquiste vengano rimesse in discussione. Ne è un esempio l’attacco del governo Renzi con il Jobs Act che ha reso più facile il licenziamento e l’allontanamento dal posto di lavoro. Una perdita di potere che rende i lavoratori più ricattabili».

Cos’è che invece si è completamente perso? Quale può essere considerata la sconfitta di quegli anni?

Capanna: «A mio avviso si è persa la capacità di sognare, la speranza. Non che oggi sia tutto perso, ma i giovani che invadono Washington protestando contro le stragi perpetrate con le armi dai privati, qualche università in fermento, le banlieue parigine che si infiammano perché costrette a difficili condizioni di vita, sono tutti movimenti che cercano di cambiare in meglio la propria situazione, ma sono poco durevoli nel tempo e quindi si spengono rapidamente. La chiave sarebbe ricreare le condizioni perché riprenda un movimento durevole nel tempo, ad opera delle persone che irrompano di nuovo nella storia. Sono convinto che oggi, di fronte ai nuovi gravi problemi della società, un nuovo ‘68 non basterebbe, ci vorrebbe qualcosa di più. Oggi di questa possibilità non si vedono le avvisaglie, ma la storia per nostra fortuna riserva delle svolte improvvise: il ‘68 non lo aveva previsto nessuno. Il sogno e la speranza sono due ingredienti fondamentali oggi come allora».

Bottino: «I giovani oggi sembrano aver perso la speranza di un cambiamento radicale in una realtà che li vede disoccupati, sotto occupati, senza la possibilità di avere un futuro in età avanzata, il diritto alla pensione. Tuttavia, nella storia i movimenti di massa a volte esplodono in modo repentino dopo momenti di stasi. Si era detto per i giovani che poi fecero il ’68, ma si era già detto per i giovani del 1960 che venivano descritti come esseri preda ormai solo del jukebox, qualunquisti e apolitici. Lo avevano scritto anche importanti testate nazionali, pochissimi giorni prima dei fatti del luglio ’60, dove i ragazzi con le magliette a strisce cacciarono da Genova il tentativo di ripresentare noti esponenti fascisti nella città Medaglia d’oro della Resistenza. Quei giovani seppero fermare una svolta a destra nel nostro Paese che sembrava ormai irreversibile». 

Tra i momenti più importanti degli ultimi vent’anni in Italia, in termini di partecipazione collettiva, non può non venire in mente la protesta durante il G8 di Genova, nel luglio 2001, sull’onda dei movimenti di Seattle. Momento che fu spento, massacrato nel vero senso della parola.

Capanna: «Non dobbiamo mai dimenticare l’insegnamento di Che Guevara: le battaglie si vincono sempre, per il solo fatto di combatterle. Quella di Genova fu una battaglia straordinaria e corale, per un momento ha riportato in essere il ’68, per la qualità di partecipazione dei giovani e gli obiettivi globali: il problema della pace contro la guerra, lo sviluppo squilibrato nel mondo e lo sfruttamento basato sul profitto e così via. Non a caso suscitò paura nei poteri, proprio come il ’68. Da qui il massacro, immediato, che rimane una delle pagine più ignobili della storia della democrazia nel nostro Paese». 

Allargando lo sguardo ai movimenti globali – e lo dico da donna – una delle realtà attive più interessanti è a mio avviso quella di Non Una di Meno, movimento nato in Argentina e diffusosi in tutto il mondo, oggi ben radicato in diverse città italiane, contro la violenza di genere, sotto tutte le sue forme.

Quanto possono aiutare a modificare in meglio la società questo tipo di movimenti femministi e transfemministi? 

Capanna: «Direi molto. Sono convinto che il giorno in cui le donne potranno realizzare una parità effettiva, per quanto riguarda i ruoli, le cariche pubbliche e istituzionali, questo introdurrà nel mondo il sintomo di un cambiamento vero. Non è un caso che i movimenti femministi dei primi Anni ’70 non sarebbero stati possibili senza il ’68. Questi movimenti si sono affinati nel tempo e si sono resi più complessi, più capaci di una visione totale. Sono convinto che questo sia sintomo di grande speranza per il futuro». 

Altro punto su cui lei insiste molto è la tutela dell’ambiente.

Capanna: «Dopo tanti anni ho lasciato Milano per tornare in Umbria a coltivare la terra. Nella civiltà tecnologica, che per molti aspetti è assurda ma oggi prevalente, si considera l’ambiente come una zona da rapinare. E ci dimentichiamo che se andiamo avanti a sbocconcellare il nostro pianeta, lo perderemo. Gli scienziati che nel 2007 redassero per l’Onu il primo rapporto sui mutamenti climatici, ci lasciano un messaggio fondamentale: stiamo raggiungendo le soglie dell’irreversibile, se andremo avanti così non avremo la possibilità di tornare indietro. Ecco perché servono tre rivoluzioni. La prima è quella delle coscienze, ossia capire che ognuno di noi non è isolato rispetto agli altri esseri, ma deve comprendersi come in stretta simbiosi con tutte le forme di vita. La seconda è quella dell’attuale modello di sviluppo produttivo, spesso basato su beni indotti e non necessari. La terza è la rivoluzione dell’attività politica: o la politica comprende la salvaguardia dell’ambiente o abdica alla sua funzione. La politica non è solo salario, pensione, ecc., ma anche rapporto uomo-ambiente. Creare una cultura in questo senso, a partire dagli asili, dalle scuole dell’infanzia, fino all’università, è fondamentale e potrà aiutare a salvare il nostro futuro».  

 

 

 

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