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Categoria: Lavoro e sindacato
Creato Lunedì, 01 Ottobre 2012

Tre spunti per gli anarcosindacalisti (e anche per gli altri), di Corrado Barbieri (n°150)

Il lavoro autonomo è l’oggetto di studio di Sergio Bologna e Dario Banfi. Duecentosettantanove pagine dettagliate che attraversano la storia e le stratificazioni del mondo del lavoro per arrivare ad una definizione.

Che è (o meglio: potrebbe essere, se vivessimo in un mondo senza disoccupazione e precarietà): un lavoratore della conoscenza, fiero delle sue capacità e indipendenza, che non è precario, né imprenditore, né lavoratore dipendente. Un soggetto che però deve fare coalizione (da qui il sindacato ACTA), ha bisogno di indicazioni pratiche (il libro mostra, ad esempio, come “costruire una busta paga del free lance”) e di una visione d’insieme che i due autori, anch’essi lavoratori autonomi, definiscono in modo quasi sempre convincente. E’ di Bologna, già direttore di Primo maggio, se non sbaglio, l’affermazione: “Ci chiamavamo operaisti. Dovevamo chiamarci anarcosindacalisti”. Il suo richiamo mantiene senso. La conoscenza indispensabile agli autonomi per il loro lavoro infatti è condivisa, in perenne costruzione e socializzazione, aperta a tutti. Somiglia ad una forma di comunismo libertario, che poi è l’orizzonte dell’anarcosindacalismo. Gli autonomi inoltre hanno una carica antistatalista, libertaria, perché vessati dalle tasse, da un sistema previdenziale ingiusto, abbandonati da un ceto politico che non li rappresenta. Di Proudhon si impossessò Craxi. Un pezzo di mondo del lavoro guarda alla Lega. Riusciranno gli anarcosindacalisti ad incrociare in modo costruttivo la strada dei lavoratori autonomi della conoscenza?

“Servire lo stato” è un titolo che respinge un libertario. Cade a proposito quindi la precisazione che di “servire la collettività” si tratta. Il saggio di Alessandro Messina diventa quindi un riferimento per affrontare alcune domande: come erogare i servizi necessari alla vita collettiva, in tutte le situazioni che non sono l’ospedale autogestito di Chilchis in Grecia o gli ambulatori autogestiti di Firenze e Genova o le scuole libertarie? Come intervenire da anarcosindacalisti nella pubblica amministrazione? L’amministrazione pubblica, così com’è, non sempre è accettabile. E’ fondamentale però, per una vita comune in cui coesistono gruppi sociali differenti, una struttura che eroghi servizi a tutti, per la cura e la riproduzione della vita, garantendo la dignità di chi ci lavora. Una struttura che si può immaginare partendo dall’amministrazione pubblica come potrebbe essere. Messina, dirigente a contratto in enti pubblici, proveniente dal Terzo settore, scrive un libro di argomento difficile ma leggibile, con un’analisi storica dell’amministrazione pubblica italiana, una diagnosi e alcune proposte per riformarla subito. Uno strumento di intervento, partendo da una revisione della spesa e del funzionamento fatti dal basso, dai cittadini e da chi lavora nella pubblica amministrazione, sarebbe auspicabile, proprio dagli anarcosindacalisti. Non è poco poi leggere, in un capitolo, la citazione dell’anarchico Paul Goodman, da Utopian thinking.

Camillo Berneri ne “L’operaiolatria” sottolinea la combattività del mondo contadino. Molti anni dopo, Silvia Pérez Vitoria descrive un movimento contadino in fase di risveglio mondiale e di attivismo (in Italia, per inciso, senza una rappresentanza efficace) che affronta questioni fondamentali come: la creazione di ricchezza senza l’intervento redistributivo dello stato, ma attraverso reti orizzontali i cui attivisti non si scomporrebbero a leggere “Campi fabbriche officine”; il controllo del territorio e dell’ambiente; una radicalità a volte poco compatibile con burocrazia, capitalismo e libero mercato; la sovranità alimentare. Che il mondo contadino non sia solo Vandea lo dimostrano gli esperimenti della Federazione Anarchica Italiana nel Lazio rurale, la comune Urupia del Salento e, ad essa collegata, l’importante azione pratica e di laboratorio d’avanguardia condotta da alcuni anarchici nella cooperativa Iris di Calvatone.

 

 

Sergio Bologna e Dario Banfi, Vita da free lance: i lavoratori della conoscenza e il loro futuro, Feltrinelli.

 

Alessandro Messina, Servire lo stato, Edizioni dell’Asino.

 

Silvia Pérez Vitoria, La risposta dei contadini, Jaca book.

 

 

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