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Categoria: Lavoro e sindacato
Creato Mercoledì, 01 Aprile 2009

A proposito della riforma del pubblico impiego, di Luciano Nicolini (n°112)

Pochi giorni fa ci è stato inviato in redazione «molto gentilmente, con preghiera di considerazione e valutazione politica» un documento dall’accattivante titolo «Piena libertà in pochi anni!», firmato da Danilo D’Antonio del Laboratorio Eudemonia.

Non che la cosa, in sè, rappresenti una notizia (confessiamo che, fino a quel momento, non sapevamo neppure dell’esistenza del Laboratorio). Tuttavia ci è sembrato opportuno commentarlo, e non soltanto per gentilezza, ma perchè in esso vengono esposte (in maniera assai più nobile di quanto i nostri governanti siano soliti fare) idee che, spesso, vengono sostenute anche da alcuni di loro.

Scrive infatti l’autore: «Nel pubblico interesse, vedendo quanto le libertà fondamentali di noi cittadini, semplici esseri umani, vengono vieppiù ogni giorno poste sotto attacco da uno Stato irragionevolmente sempre più oppressivo, cortesemente, mi si permetta di esporre la seguente visione liberatrice:

1) L’ordinamento che assegna a vita i ruoli della Pubblica Amministrazione è palesemente antidemocratico e non rispondente agli ideali di una repubblica. Tutti gli incarichi dello Stato, compresa la Presidenza della Repubblica, devono essere rimessi al popolo dopo un certo numero di anni. Al contrario un pubblico dipendente può rimanere al “suo” posto, di fatto accaparrandoselo, per tutta la sua vita lavorativa. A volte perfino trasferendoci poi i propri figli! Nei fatti i nostri Paesi non sono Repubbliche compiute. Sono invece per gran parte ancora Cosa Loro, una proprietà dei pubblici dipendenti a vita. E questi sistemi oligarchici non possono non avere negative, pesanti ripercussioni anche sui rispettivi mondi della politica, sui governi, sulle attività economiche private ed infine sulla qualità della vita e le libertà fondamentali dei cittadini.

2) E’ proprio questa anomalia democratica, questo retaggio d’epoca antecedente l’ordine repubblicano, questo rimasuglio oligarchico dell’assegnazione a vita di un bene comune, della proprietarizzazione di una pubblica risorsa, a creare la quasi totalità dei problemi d’oggi ed a rendere odiose le organizzazioni centrali delle nostre società. Piuttosto che una Pubblica Amministrazione a vita, dovremmo avere i suoi ruoli, poteri e redditi distribuiti tra tutti i cittadini desiderosi ed abili a svolgerli. In questo modo le nostre PA sarebbero completamente reinterpretate nei metodi e negli scopi, con ben altre influenze e con ben altre visioni di quelle presenti. I nostri Paesi, con simili PA, avrebbero una politica, dei governi ed economie private perfettamente corrispondenti alle reali necessità. Ed i cittadini sarebbero finalmente liberati da ogni indebita oppressione statale!

3) Tengo a notare che una simile PA non avrebbe problema alcuno relativamente a giuste esigenze di efficienza, professionalità e competizione dei suoi prodotti e servizi. Infatti il progetto completo prevede che i lavoratori si spostino essenzialmente in due modi: essi potrebbero muoversi in uno stesso ambito di competenza come pure in un diverso ambito. Muovendosi le persone all’interno di una stessa branca specialistica, verrebbe permesso l’apporto di un più nutrito ruolo di contributori e si preverrebbe la corruzione. Muovendosi esse in ambiti diversi, si otterrebbe la condivisione dei saperi ed un avanzamento diffuso, capace di farci moltiplicare i frutti derivanti dalle nostre specializzazioni. Entrambi i movimenti favoriscono l’apertura mentale e la capacità di comunicare, nonché il sorgere di un forte sentimento d’interesse collettivo.

Se davvero aneliamo un nuovo mondo in cui la parola libertà non sia un mero ideale, se davvero vogliamo raggiungerlo, sarà bene passare dal presente problema globalmente diffuso (le oppressive PA antidemocratiche) alla giusta soluzione: una Pubblica Amministrazione, quindi la parte più consistente dello Stato, liberata da chi vi si è indebitamente insediato a vita. Una volta divenuti consapevoli di ciò, ci renderemo immediatamente conto che possiamo vedere realizzati i nostri migliori sogni di libertà e serenità nel breve volgere di pochi anni».

Una prima considerazione da fare è che “la quasi totalità dei problemi di oggi”, checchè ne pensi l’autore, non deriva dalla coesistenza di pubblici dipendenti accanto ai lavoratori autonomi, bensì dalla coesistenza di persone che hanno denaro e potere accanto a persone che non ne hanno o, quantomeno, ne hanno assai poco. Ma non è questo, evidentemente, il nocciolo della questione.

Il problema al centro dell’attenzione è piuttosto quello della garanzia della conservazione del posto di lavoro per i pubblici dipendenti, garanzia che, peraltro, oggi in Italia non esiste (il dipendente può essere licenziato per numerosi motivi, anche solo per scarso rendimento).

Ci si domanda: il diritto alla conservazione del posto di lavoro è da considerare una cosa positiva o negativa?

L’autore la vede come una cosa negativa, in quanto la ritiene una specie di privilegio.

Personalmente, invece, avendo a lungo sperimentato le “piacevolezze” della vita del precario, ritengo che il diritto a un lavoro retribuito decentemente sia una cosa molto positiva.

E non solo per il lavoratore, ma anche per la comunità.

Infatti, solo un dipendente pubblico che ha la garanzia del posto di lavoro può opporsi efficacemente ai furti e agli abusi di potere dei superiori o dei politici che, anche quando sono stati eletti in modo democratico, tendono, quasi naturalmente, ad “allagarsi”, facendo cose che vanno ben al di là del proprio mandato.

Non metto in dubbio la buonafede dell’autore della proposta sopra riportata, ma ciò che i nostri governanti (eletti, sì, democraticamente, ma grazie al controllo pressoché totale dei mezzi di informazione) vogliono è proprio questo: poter disporre di una pubblica amministrazione composta da persone che eseguono, senza batter ciglio, tutto ciò che viene loro chiesto, sotto il ricatto del licenziamento. E non ritengo saggio aiutarli a ottenerlo.

Le vere riforme delle quali avrebbe bisogno il pubblico impiego sono altre: innanzitutto ai posti di lavoro che richiedono competenze tecniche si dovrebbe accedere attraverso pubbliche graduatorie per titoli (essendo i concorsi per esami troppo facilmente “pilotabili”); in secondo luogo, i dirigenti (o, meglio ancora, i coordinatori) dovrebbero essere eletti (meglio se a rotazione) dai loro colleghi, i soli che ne possano apprezzare le reali capacità.

Ciò non porterebbe certo a «vedere realizzati i nostri migliori sogni di libertà e serenità nel breve volgere di pochi anni», ma ridurrebbe in modo significativo i favoritismi nell’accesso al pubblico impiego, contro i quali giustamente si scaglia l’autore, e consentirebbe di avere persone competenti (anche se, forse, non “le più competenti”) nei posti giusti. Il che, se lo scopo è quello di erogare servizi in modo efficiente, non guasterebbe

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