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Categoria: Lavoro e sindacato
Creato Domenica, 10 Luglio 2016

forestaleGratis, di Domenico Secondulfo (n°192)

Una barzelletta di non moltissimi anni fa raccontava che ad un giovane in cerca di lavoro, presentatosi ad un colloquio, veniva richiesto di pagare un tanto al mese per poter essere assunto; l’effetto comico era sicuro: pagare per lavorare quando invece si lavora per essere pagati, ma oggi questa barzelletta forse non farebbe più ridere...

Quando si fa uno stage, cioè si lavora gratis per qualcuno, non si paga forse? Se non altro spendendo per raggiungere il lavoro? Certo si dirà che non è una spesa ma un investimento sulla speranza di essere poi assunti, ovviamente a tempo determinato, prima o poi, ma intanto si spende, e qualcuno, comunque, dal nostro lavoro gratuito trae guadagno. Da qui a chiedere un “contributo” per il periodo di stage (uso della postazione di lavoro, uso delle macchine, apprendimento, assicurazione....) il passo mi pare molto molto breve.

Ma, come si suol dire, questa è soltanto la punta dell’iceberg, il tardo capitalismo, il capitalismo della conoscenza e della comunicazione ha scoperto un filone d’oro: il lavoro gratuito. Crisi economica, incapacità dei sistemi produttivi di produrre posti sufficienti e di sufficiente livello rispetto all’output di laureati e tecnici prodotti dal sistema formativo (vedi “fuga dei cervelli”), ha provocato un surplus di domanda di lavoro, ed ha reso verosimile lavorare gratis nella speranza di essere, prima o poi, pagati, ma anche di lavorare gratis e basta, per vocazione e miglioramento spirituale, una magia che sinora era riuscita solo alla Chiesa ma che ora le cooperative di volontariato hanno finalmente messo alla portata di tutti.

Quale concezione egoista e arretrata del lavoro volersi far pagare! Il tardo-capitalismo, che sarà anche tardo ma non è certo scemo, ha finalmente trovato il modo di mettere a profitto la ricchezza accumulata dalle famiglie negli anni in cui per lavorare ci si faceva ancora pagare, costringendo i figli a lavorare gratis, mantenuti dalle famiglie di origine, che in questo modo finanziano il sistema delle imprese con i loro risparmi. Elementare! In cambio un po’ di speranza, qualche assunzione a tempo determinato, un po’ di precariato e una infarinatura di buoni sentimenti (soprattutto per il volontariato), come la relazione con l’altro, la generosità ecc., predicati ma raramente messi in atto dai “padroni”.

Un esempio di questa cattiva coscienza demagogica? La spesa solidale delle Coop. Di tanto in tanto, nei punti vendita della Coop è possibile acquistare dei beni lasciandoli in beneficenza, naturalmente questi beni li paghiamo a prezzo pieno e pur guardando con attenzione non ho mai visto la sportina con la spesa offerta dalla Coop, che si limita ad incassare, come al solito. In altre parole, la Coop incoraggia i suoi consumatori ad acquistare più prodotti per darne una parte in beneficenza, ma si guarda bene da fare altrettanto o dal praticare uno sconto sui beni acquistati per beneficenza, in modo da partecipare con l’esempio alla lodevole azione cui spinge i suoi clienti. La Coop si pone più volentieri tra i bisognosi cui è indirizzata la beneficenza, guadagnando come al solito, anzi di più, visto che questi buoni sentimenti aumentano la sua vendita e il suo fatturato.

Se ben ricordo, qualcosa di simile accade, di tanto in tanto, anche nelle farmacie. Ma non divaghiamo.

Uno dei meccanismi centrali della creazione di lavoro gratuito è stato il progressivo mutamento del suo significato, sfumandone il significato produttivo e sottolineando significati come “formazione”, “dono”, “riabilitazione” ecc. (si veda l’esempio non solo del volontariato e del “terzo settore”, ma anche quello di Expo 2015), il lavoro diventa così un vantaggio per chi lo fa e non per chi lo usa, che, magnanimamente, si accontenta di non pagare senza chiedere nulla in cambio, per ora. Lavoro e non lavoro si mescolano, sia nella vita reale, grazie alle reti telematiche e alla telefonia mobile, sia nei significati, in cui l’interesse personale del lavoratore ad elevarsi o divertirsi si applica sia al lavoro che al non lavoro.

Dopo che il capitale aveva reso funzionale al profitto sia il tempo lavorato che il tempo libero, trasformando quest’ultimo in tempo di acquisto e consumo, con la recessione economica la redditività del tempo di consumo cala, quindi è necessario inventarsi un altro modo perché non una stilla di tempo sfugga al ciclo di valorizzazione del capitale, ma non vorremo mica pagare vero??? Ed ecco il lampo di genio: il lavoro gratuito, che contiene in sé la gratificazione per il lavoratore, che quindi non può chiedere, volgarmente, di essere anche pagato. “Ars gratia artis” si diceva un tempo, perché non può valere per il lavoro?

Su questo processo ha fortemente influito anche il passaggio da un sistema produttivo fondato sul lavoro manuale ad un sistema produttivo fondato sul lavoro intellettuale, il dissolversi della fabbrica come archetipo del lavoro ne ha favorito fortemente la nuova significazione di occasione formativa ed evolutiva per il lavoratore stesso, trovando, come dicevamo, nel lavoro la sua gratificazione per il lavoratore e rompendo il legame lavoro-salario. Se il lavoro è gratificante in sé tutto è possibile, la remunerazione diventa un aiuto dato al lavoratore per la riproduzione del quotidiano, non il corrispettivo del suo impegno, si può lavorare gratis e magari, in un vicino futuro, pagare per lavorare. Quello che un tempo veniva imposto all’apprendista dall’artigiano che, in cambio, gli insegnava il lavoro, diventa un’imposizione senza necessario corrispettivo, o almeno senza corrispettivi più o meno monetizzabili, visto che diventa il lavoro stesso la ricompensa al lavoro.

Il confine tra la parte remunerata del lavoro e quella non remunerata si sta spostando, e le conseguenze sono enormi, una tra tutte la fine del welfare state che, appunto, si fondava sul prelievo fiscale sul lavoro remunerato. Se non c’è remunerazione dove ci attacchiamo? Ai profitti, verrebbe da dire, e qui la risposta la lascio alla vostra fantasia...

 

 

 

 

 

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