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Categoria: Letture parallele
Creato Lunedì, 02 Dicembre 2002

 

"La storica visita", di Rina Gagiardi (da " Liberazione" 15/11/2002) (n°5)

Più d'una e d'uno, a sinistra, ha percepito la giornata di ieri - la storica visita di un Papa al Parlamento italiano - come una sconfitta dello spirito laico della Repubblica e come una "lesione" dell'autonomia della massima istituzione rappresentativa. Una sensibilità, o una posizione, che si possono capire: hanno radici antiche, in un Paese dove per secoli la Chiesa è stata anche e soprattutto una grande potenza politica, così come ragioni rinnovate, nei confronti di quel messaggio culturale "premoderno", misogino, intriso di oscurantismo, di cui spesso sono portatrici le massime gerarchie ecclesiastiche. Eppure, non ci ha per nulla persuaso l'ennesima riproduzione, in piccolo, della guerra tra "guelfi" e "ghibellini" di cui sono stati protagonisti, ieri, alcuni parlamentari. Non è questa, se mai lo è stata nella storia, la discriminante vera. Non è tempo, se mai lo è stato, di guerre di religione tra cattolici e anticlericali "puri". E Giovanni Paolo II, questo Papa spiritualista, antiprogressista, antimoderno, non è più un grande uomo di potere: è un vecchio sofferente, che cammina a passi lentissimi curvando sempre la schiena, che parla a fatica dei drammi del mondo, non ascoltato da nessuno, e in particolare dai potenti della Terra, come ha detto Massimo Cacciari. L’evento di ieri, in fondo, si è tutto misurato in questo scarto: tra una figura tragica e sconfitta, com'è oggi Wojtyla, e un parlamento che è lo specchio, volente o nolente, della crisi della politica. Vedete bene, la laicità non è messa in discussione da nessuno, non corre alcun pericolo: è la "miseria della politica", piuttosto, che ci deve far riflettere. Sono quegli applausi da stadio, da tifosi, da spettatori di un concerto - che nell'aula di Montecitorio hanno ritmato per ventidue o ventitré volte il discorso del Papa, ogni volta con fastidiosa faziosità - a farci pensare che viviamo davvero in tempi oscuri. La politica-spettacolo, separata dall'umanità in carne ed ossa, la politica senza progetti e radici, fa apparire questo Papa come un gigante dello spirito, e i parlamentari della seconda repubblica come un ceto di modesti parassiti. Ma contestualmente proprio quella politica fa valere le sue leggi inflessibili, e trasforma tutto e tutti in cattivo teatro, fiumi di retorica, appunto, spettacolo. Proprio come se il Sacro fosse finito per sempre.

In questo quadro, non è facile ragionare sul discorso che Giovanni Paolo II ha proposto alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Si sono sentite parole molto chiare sulla necessità dell'indulto e della clemenza: un pronunciamento, anche politico, non solo importante in sé, ma forse perfino capace di incidere e di dare una speranza in più a chi vive oggi una drammatica condizione carceraria. E chiare sono state anche le invocazioni di pace, con l'invito quasi esplicito ai potenti d'Italia a non lasciarsi trascinare nel prossimo conflitto, e di solidarietà con chi è senza lavoro. Wojtyla, dunque, conferma la sua propensione di questi ultimi anni: si fa carico, se così possiamo dire, del dolore del mondo, e interviene con grida d'angoscia, con visibile sofferenza, di fronte a quella che gli appare come una ineluttabile catastrofe. In questa catastrofe, egli colloca la crisi morale del XXI secolo, e la legge con le proprie categorie "polacche", preconciliari: tutta in chiave sessuofobica, familista, "demografica", tutta nel segno (e nel sogno) dell'impossibile restaurazione di un modello rurale, quando le donne erano solo riproduttrici di forzalavoro, quando i ruoli sessuali erano rigorosamente definiti, quando la vita scorreva su binari rigidi e norme immodificabili. Questa critica reazionaria (da "destra", se vogliamo usare categorie semplici e un po' banalizzanti) del capitalismo e della globalizzazione è lontana dalla nostra, ma è certo una critica non banale, che va in controtendenza. A suo modo, insomma, questo Papa è un no global.

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