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Categoria: Letture parallele
Creato Lunedì, 02 Dicembre 2002

 

Il sonno della ragione genera mostri, di Luciano Nicolini (n°5)

Più d'una e d'uno, a sinistra, ha percepito la giornata di ieri - la storica visita di un papa al parlamento italiano - come una sconfitta dello spirito laico della repubblica. Una sensibilità, o una posizione, che si possono facilmente capire: hanno radici antiche, in un Paese dove da secoli la chiesa è anche, e soprattutto, una grande potenza politica, così come ragioni rinnovate, nei confronti di quel messaggio culturale premoderno, misogino, intriso di oscurantismo, di cui spesso sono portatrici le massime gerarchie ecclesiastiche. Per questo non mi ha per nulla persuaso l'ennesima genuflessione, in pubblico, di cui sono stati protagonisti, ieri, quasi tutti i parlamentari, compresi quelli di Rifondazione Comunista. Non è questo, se mai c’è stato nella storia, il momento di far dormire la ragione. Non è il tempo, se mai c’è stato, di dimenticare il pericolo costituito dalle guerre di religione. E Woityla, questo papa spiritualista, antiprogressista, antimoderno, è più pericoloso di molti altri uomini di potere: certo è vecchio, ma questo, prima o poi, purtroppo, capita a tutti (a Giordano Bruno, e a tanti altri, però, non è capitato, come dovrebbe sapere anche il filosofo Cacciari). L'evento di ieri, in fondo, si è tutto misurato in questo scarto: tra una figura sempre sulla cresta dell’onda (la barca si S.Pietro non affonda mai...) com'è oggi Wojtyla, e un parlamento che è lo specchio, volente o nolente, del Paese di chierichetti che la chiesa ha pesantemente contribuito a creare. Vedete bene, la laicità non è difesa ormai da nessuno, corre seri pericoli; e la miseria della politica, tutti fa genuflettere. Sono quegli applausi da stadio, da tifosi, da spettatori di un concerto - che nell'aula di Montecitorio hanno ritmato per ventidue o ventitré volte il discorso del papa, ogni volta che ha mostrato la sua fastidiosa faziosità - a farci pensare che viviamo davvero in tempi oscuri. La politica-spettacolo, separata dall'umanità in carne ed ossa, la politica senza progetti e radici, fa passare questo papa come un gigante dello spirito, e forse lo è, rispetto ai parlamentari che lo acclamano. E contestualmente quella politica fa valere le sue leggi inflessibili, trasforma tutto e tutti in cattivo teatro, fiumi di retorica, appunto, spettacolo. Proprio come se la ragione fosse addormentata per sempre.

In questo quadro, non è facile ragionare sul discorso che Woityla ha proposto alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Si sono sentite parole molto vaghe sulla necessità dell'indulto e della clemenza: un pronunciamento, anche politico, di importanza trascurabile, ma capace di dare speranza a chi vive oggi una drammatica condizione carceraria. Niente di nuovo: sulla speranza di un aiuto dall’alto, si fonda il potere delle sette religiose. Vaghe sono state anche le invocazioni di pace, con l'invito rituale, e comunque non esplicito, ai potenti d'Italia a non lasciarsi trascinare nel conflitto, vaga la solidarietà con chi è senza lavoro. Wojtyla, dunque, conferma la propensione dei papi di sempre: finge di farsi carico, se così possiamo dire, del dolore del mondo, e interviene con grida d'angoscia, con ostentata sofferenza, di fronte a quella che descrive come una ineluttabile catastrofe. In questa catastrofe, egli colloca la crisi morale del XXI secolo, e la legge con le proprie categorie preconciliari: tutta in chiave sessuofobica e familista, tutta nel segno (e nel sogno) di una possibile restaurazione di un modello feudale, quando le donne erano solo serve degli uomini, quando la vita scorreva su binari rigidi e norme immodificabili. Questa propaganda reazionaria (se vogliamo usare categorie semplici, evitando di intorbidire le acque) è lontana anni luce dagli ideali di libertà e di eguaglianza che si sono fatti strada, faticosamente, nel corso degli ultimi secoli, ed è certamente pericolosa, perchè, nel mondo d’oggi, non va in controtendenza. A suo modo, insomma, questo papa è un alleato della globalizzazione capitalistica.

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