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Categoria: Letture parallele
Creato Lunedì, 05 Maggio 2003

Letture divergenti

Il capitalismo totalitario, di Luciano Nicolini (n°15)

Le motivazioni date per la guerra all’Iraq sono state cambiate più volte in corsa.

Prima era che Saddam non avrebbe mai accettato le ispezioni, ma quelle le ha accettate, poi che non avrebbe mai permesso a Blix e ai suoi di entrare nei "tenebrosi palazzi imperiali" e il raìs di Baghdad si è lasciato frugare persino nel frigorifero, quindi gli americani hanno sostenuto che, ispezioni o no, Saddam quelle "armi di distruzione di massa" ce le aveva di sicuro e che quindi non ciurlasse nel manico perché lo sapevano benissimo che c’erano. Per forza, verrebbe da dire, glieli avevano forniti loro il nervino e l’antrace, in combutta con altri Paesi occidentali e con la Russia.

Glieli avevano forniti perché li usasse prima contro gli iraniani di Khomeini - che allora era "il Male" di turno perché, a differenza di Saddam, all’epoca "laico" e socialisteggiante, non stava nella logica e nello schema del biimperialismo sovieto - americano, osava non essere né capitalista né marxista, orrore - e poi contro i curdi in rivolta divenuti insidiosi per l’alleata Turchia. Infine, poiché quelle armi non sono state comunque trovate nonostante i marines avessero setacciato l’Iraq in lungo e in largo, la giustificazione ufficiale è diventata che era necessario, giusto e morale abbattere un dittatore sanguinario e criminale ed esportare gloriosamente la democrazia in Medio Oriente.

Ebbene, se questa fosse davvero la motivazione della guerra all’Iraq, se le nostre opinioni pubbliche credessero sul serio che è un dovere morale dell’Occidente abbattere con le armi le dittature, le teocrazie, i regimi tradizionali e tribali e insomma tutto ciò che non è democrazia, la riterrei una motivazione sbagliata, anche se senz’altro più valida di quella reale: occupare, pardon "liberare", Baghdad per installarvi le proprie basi militari, appropriarsi del petrolio, e dar vita al colossale business della cosiddetta ricostruzione, che mistifica come aiuto ciò che è invece un’ ulteriore rapina.

Ci metteremo allora a fare guerre "di liberazione" alla Siria, come già si minaccia, e poi all’Iran, all’Arabia Saudita, alla Giordania, all’Egitto, al Pakistan, alla Cina, a Cuba, e in seguito alle democrazie imperfette, alla Russia, al Venezuela e, perché no, anche all’Italia, dove il capo del governo controlla l’intero sistema televisivo nazionale, come Saddam Hussein, e molto di più dell’autocrate Milosevic che pur siamo andati ad abbattere con le armi, senza l’avallo dell’Onu e in spregio di ogni norma di diritto internazionale?

Sempre in nome della democrazia e dei diritti umani? (Anche "umano" e "umanitario" stanno diventando termini inquietanti, che mettono in allarme come li si sente nominare.)

Ma, a parte questo, il fatto di voler portare la democrazia (quella vera, se possibile) e i diritti umani (senza virgolette) ovunque non sarebbe sbagliato. Sbagliato è voler portare ovunque il capitalismo che somiglia molto a una dittatura universale. E non tanto perchè non rispetta le tradizioni, il vissuto, i percorsi di popoli che hanno una storia che ha poco a che fare con la nostra e che si sono dati (o hanno dovuto subire) assetti politici diversi, ma perchè il capitalismo è la negazione di ogni democrazia.

Qualcuno vorrà forse sostenere che i Taleban, che avevano fino a ieri il consenso degli Stati Uniti, fossero meno servi del governo "democratico" del Quisling Karzai, consulente da anni dell’ americana Unocal, che controlla a malapena, nonostante l’ appoggio delle truppe di occupazione chiamate, anche qui, "forze di liberazione" o di "peace keeping", Kabul e qualche città?

Ma i Taleban (convintisi di essere invincibili) non intendevano cedere né il territorio né le risorse energetiche, imponevano il burqa (per la verità da quelle parti usava da sempre, e continua ad essere usato), avevano una concezione della subordinazione fem- minile diversa da quella utile ai profitti dei capitalisti, non mettevano al primo posto l’economia ma il corano, e quindi andavano abbattuti e il loro Paese spianato da bombe da dieci tonnellate. Ecrases l’infame!

Ma a parte il servilismo e la rappresentatività o meno di questi o di quelli, ogni popolo dovrebbe conservare almeno l’elementare diritto di filarsi da sé la propria storia, senza palesi supervisioni che vengono da migliaia di chilometri e da secoli di distanza. E invece questa concezione totalitaria del capitalismo non rispetta, in nome del profitto, l’altro da sé, il diverso da sé. Rispetta e concepisce solo se stessa. È questo che possiamo definire "il vizio evidente dell’Occidente".

Soffia, potente, non più in Europa ma sull’intero pianeta, lo spirito della globalizzazione capitalistica, dell’omologazione, della violenza militare: lo spirito del dollaro. E non sarà sostenendo che "tutte le culture politiche sono ugualmente valide" che potremo contrastarlo efficacemente. Affermazioni di questo tipo possono servire, forse, agli antropologi intenti a studiare le culture in via di estinzione. Non a chi desidera veder diminuire l’umana sofferenza in un mondo reso sempre più omogeneo dall’estendersi del dominio capitalistico.

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