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Categoria: Letture
Creato Sabato, 01 Febbraio 2014

Due studenti comunisti di Rino Ermini (n°165)

Nei quindici anni durante i quali ho insegnato in unmegafono Istituto di istruzione superiore a nord-ovest di Milano, fra centinaia di studentesse e di studenti, di comunisti dichiarati ne ho incontrati pochissimi, forse una decina. Di significativi poi, cioè che sapessero che cosa vuol dire “comunista” e avessero un minimo di preparazione in proposito, ne ho incontrati due.

Uno me lo trovai in una prima classe diversi anni fa, nella quale, come in altre, facevo fare un’ora di lettura libera a settimana. Questo metodo consisteva, in sintesi, nel lasciare liberi i ragazzi di portarsi qualunque libro volessero per un’ora di lettura silenziosa, come si fa in biblioteca. Liberi anche di non portare niente e di non leggere. Durante la prima ora di questa attività, a un certo punto mi alzai dalla cattedra e cominciai a girare fra i banchi per curiosare su quel che gli studenti stavano leggendo. Le solite cose: ciò che era di moda in quel momento, un libro qualunque pescato a caso nella libreria di famiglia, l’ultimo libro letto alle medie costretti dall’insegnante di lettere, e via dicendo. C’era anche chi aveva portato il libro, ma lo teneva nello zainetto per vedere se era vero che si era liberi di non leggere.

Uno aveva sotto gli occhi “Il manifesto del Partito comunista”, di Marx ed Engels. Mi viene il dubbio che l’abbia preso a caso nella libreria dei genitori. Non resisto e gli chiedo se sa di che cosa si tratta. Lo sa e l’ha già letto. E allora se l’hai già letto, non potevi portarne un altro, gli domando. Risposta: lo voglio rileggere, perché questo è l’unico libro che mi interessa. Bene, la spiegazione mi basta. E proseguo il mio giro. E la spiegazione mi basta davvero. Al suono della campanella, mentre loro si rilassano e io mi preparo ad uscire, l’ho sentito che con aria cospiratoria diceva a un altro che lui era comunista e che al pomeriggio non studiava perché doveva andare alla sede di Rifondazione.

Era un ragazzo che sapeva tutto sull’Unione sovietica, sulla guerra di Corea e sulla guerra del Vietnam. Dava l’idea di non sapere altro. Anzi, no. Sapeva tutto anche sulle armi sovietiche e su quelle usate in tali guerre. Non so come si fosse fatto questa “cultura”, perché da quel che diceva e da quel che sembrava non leggeva niente. Ascoltava le mie lezioni di storia e di italiano con estrema attenzione e spesso interveniva, e mai a sproposito. Le verifiche gliele facevo solo su quel che sapeva e di solito non avevo bisogno di chiamarlo perché si presentava “volontario”. In storia e in italiano non potevo dargli brutti voti: quel che gli interessava lo sapeva e lo esponeva in un italiano corretto. A fine anno, a gran fatica fu promosso. Nel secondo anno tirò avanti così, come andava andava, ma fu bocciato e subito abbandonò. Era un altro di quei ragazzi che io avrei portato fino alla fine del corso di studi. Aveva secondo me grosse potenzialità. Bisognava scoprirle e metterle in moto. Ma al di là delle sue potenzialità, poteva essere sufficiente che di fronte all’ignoranza e alla superficialità dilaganti, lui non era né ignorante né superficiale. Era figlio unico di professionisti che lavoravano in proprio. Famiglia benestante. Che io sappia non erano comunisti. L’ho ritrovato tempo dopo. Lavorava in una ditta di pulizie, suonava il basso in un gruppo rock, era ancora comunista ed era contento di sé.

 

L’altro l’ho avuto per tre anni, dalla prima alla terza. Bravo, studioso, buon lettore, leggeva un po’ di tutto e si interessava di diverse questioni. Fiducioso nel potere della parola, parlava con tutti, anche con i fascisti per convincerli che sbagliavano. Aveva un’infarinatura delle cose che per un quindicenne di oggi poteva bastare e avanzare. Aveva un bel carattere, direi di uno che crede fino in fondo in quel che pensa e fa: per un intero inverno l’ho visto venire a scuola con un colbacco alla russa con su falce e martello, caso mai non fosse sufficiente il fatto che diceva urbi et orbi d’essere comunista e se ne vantava. Godeva del rispetto di tutti. Le rare volte che ho visto qualcuno che accennava nei suoi confronti alla canzonatura, la sua reazione era sempre pacata e volta al dialogo. Quando al mattino avevo la prima ora nella sua classe e lo vedevo entrare in aula orgoglioso del suo colbacco e con la voglia di mettersi subito a parlare coi compagni delle questioni più varie, mi tornava in mente l’onorevole Occhetto che quando, nel 1989, disfece il PCI, subito si premurò in un’intervista di dire ai giornalisti che ora finalmente avrebbero potuto smettere di chiamarlo comunista. Uno studentello di sedici anni che ha maggiore dignità di un segretario di partito. Io lo trovo interessante.

Attraverso i pochi cenni su questi due secondo me bravi e originali ragazzi non ho voluto dir niente a nessuno, in particolare a chi leggerà queste righe che sicuramente non avrà bisogno delle mie lezioni. Ma se dovessi rivolgermi a studentesse e studenti di quella età vorrei dir loro che parlando di questi due loro colleghi, un po’ ho avuto l’intenzione di suggerire un modo d’essere, non un modo d’essere comunista che non è questione che possa interessarmi, ma un modo d’essere fuori dal gregge.

 

 

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