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Categoria: Letture
Creato Sabato, 01 Marzo 2014

Cercatori d’oro di Rino Ermini (n°166)La febbre dell'oro

Si dice che lungo l’Elvo e il Cervo, fiumi che scendono dai monti del Biellese, o lungo il Ticino, si può trovare l’oro. Di certo si trovava in epoche remote. Che cosa sarebbero altrimenti i grandi cumuli di grossi ciottoli nella zona della Bessa o dalle parti di Varallo Pombia, se non il risultato dell’immane lavoro dei cercatori che dal corso d’acqua rimuovevano le pietre per cercarlo? E, ugualmente, che cosa ci farebbe al Museo Civico di Cuggiono l’attrezzatura adoperata da chi si dedicava a tale attività? Nella valle del Ticino si dice anche che un tempo i giovanotti che volevano sposarsi avrebbero potuto farlo soltanto se fossero riusciti a trovare tanto oro quanto ne bastava per forgiare l’anello matrimoniale per sé e la ragazza amata.

Dietro a questa cosa che racconta il popolo, che sia vera o sia leggenda, c’è un aspetto concreto della vita di queste genti che, fra ghiaie di fiumi e proprietari terrieri, di miseria ne dovevano avere non poca. E chi si sposava, se non era ricco, le fedi d’oro le sognava e basta. A meno che, appunto, il giovane innamorato non andasse a cercar pepite nel Ticino. Io, per arrivare al dunque, non ho mai cercato oro, né lungo il Ticino né altrove, ho però avuto l’occasione di imbattermi in due cercatori.

Uno lo incontrai una volta che ero a fare un trekking con un mio amico lungo l’Elvo. Vestito di tutto punto di un abbigliamento da manuale, e con gli attrezzi di rito, stava venendoci incontro camminando sulla riva del fiume con l’aria di uno che cerca il posto giusto per mettersi al lavoro. Sembrava uscito da una stampa della fine del XIX secolo. Era perfetto. Rallentammo il passo e ci tirammo rispettosamente da parte per lasciarlo passare, non riuscendo nemmeno a salutarlo tanto eravamo stupefatti. Lui tirò diritto senza degnarci di uno sguardo, impettito e quasi offeso, come se con la nostra presenza gli avessimo rotto un’atmosfera. E finì lì. Riprendemmo il cammino e si rimase ancora un po’ in silenzio prima di dar la stura a frizzi, lazzi e sghignazzate che comunque, alla fin dei conti, ce li potevamo anche tenere. Chi eravamo noi per ironizzare su un vero cercatore d’oro?

Un altro lo trovai molto tempo dopo lungo il Ticino. Ero solo ed anche questa volta parecchio preso da una camminata in una splendida giornata marzolina di sole e di vento. Lo vedo e mi fermo. Lo saluto e gli domando che fa. Mi dice che sta cercando l’oro, non lo vedo? Ma non è facile trovarlo. È da un po’ che ci prova. Il personaggio, un uomo che può avere fra i venticinque e i trent’anni, mi appare un po’ strano. Parla un dialetto stretto, ma lo capisco. Lo osservo. Non è un vero cercatore come quell’altro. Non ho dubbi. Ha un paio di stivali di gomma alti al ginocchio, di uso comune, pantaloni e camicia correnti, non ha la tuta con le bretelle né il cappello a larghe tese. Ha un setaccio che potrebbe essere quello che una volta usavano le massaie per stacciare la farina o passare i pomodori da conserva. Non ha una pala, non ha la canaletta di legno per far scorrere l’acqua, ecc. Col setaccio continua a tirare su sabbia, la fa scolare, la passa fra le mani, non trova niente, la butta e ricomincia.

“Perché non mi dai una mano invece di star lì a guardarmi?” Mi riscuoto e mi sveglio. “E che dovrei fare?” “Potresti spostarmi i sassi, mentre io passo la sabbia”. “Boia!”, gli rispondo, “le pepite non saranno mica come i ghiozzi d’acqua dolce che stanno sotto i sassi?” “Che c’entrano i ghiozzi? Pochi discorsi e vediamo di fare qualcosa”. Non replico. Ho visto che ho a che fare con un matto, e son curioso di vedere dove si va a finire. Butto giù lo zaino dalle spalle, mi tolgo scarponi e calzettoni, arrotolo i pantaloni e mi metto a spostare sassi. “Ehi, tu! Devi far piano, sennò intorbidi l’acqua e l’oro non si vede”. “Ci mancherebbe!” mi affretto a rispondere, “anche quando andavo a pescare i ghiozzi nei torrenti dalle mie parti bisognava stare attenti e non intorbidare l’acqua”. “Perché? Di dove sei?” “Non sono di qua. Ma tu perché cerchi l’oro?” “Perché devo sposarmi”. “Devi sposarti!?” Mi ricordo di quel che si dice in queste zone e mi cheto. “Sì, devo sposarmi e l’oro lo devo trovare per fare l’anello alla mia sposa.” “Abbi pazienza”, dico, “se mi faccio gli affari tuoi, ma non potresti comprarlo?” “Si vede che non sei di qua. Dalle nostre parti si usa così”. Mi convinco ancora di più che è un po’ matto, o è un creativo, o un gran buontempone, ma vista l’aria che ha mi fa tenerezza, mi sento coinvolto. “E poi”, continua, “c’è un altro problema; io una ragazza non ce l’ho”. “Beh”, dico io, “questo è poco male. La ragazza verrà. Intanto cerchi l’oro per farle l’anello”. Ma mentre gli dico queste cose, mi si stringe il cuore. Lui riprende: “Sì, hai un bel ragionare, ma qui l’oro non si trova, e le ragazze non mi vogliono; d’altra parte come puoi dargli torto: io sono lo scemo del paese, io non sono mica normale”. Porca puttana, che tristezza! E ora che cosa gli dico a questo? Che se lui è matto, io non son da meno visto che sto qui a dargli una mano? Meno male che mi viene in aiuto. “Sai”, mi dice, “mi sono rotto i coglioni. Affanculo l’oro e le ragazze. Vado a casa. Fra un po’ è l’ora di cena”. Sciacqua il setaccio, mi saluta e se ne va. E io rimango lì, ringrullito e un po’ offeso, come Pinocchio quando il pulcino volò via dall’uovo, vociandogli dietro se i sassi li dovevo rimettere a posto oppure no. Ha anche risposto: non importava, li potevo lasciare dov’erano. Ci ho pensato qualche secondo e mi son detto che siccome non avevo nulla da fare volevo proprio rimetterli a posto e li ho rimessi là da dove li avevo levati. Concluso il lavoro mi sono spogliato nudo e ho fatto il bagno. Poi, con calma, mi sono asciugato e rivestito, ho rizzato la tenda perché avrei pernottato lungo il fiume e infine, appoggiato a un masso, ho mangiato pane e formaggio e bevuto mezza bottiglia di Gutturnio. Dopo ho aperto uno dei due libri che avevo nello zaino, ma solo per darmi un tono perché ero troppo distratto dal mormorio dell’acqua, dal sole al tramonto e da non pochi pensieri bislacchi.

 

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