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Categoria: Letture
Creato Sabato, 01 Novembre 2014

tanicaGaribaldi di Rino Ermini (n°173)

Garibaldi aveva un po’ di anni più dei nostri, ma credo non arrivasse ai quaranta. Piccolo, biondino, un po’ stempiato, pizzetto e baffi, denti davanti un po’ in fuori. Vestito sempre come si conveniva a un uomo serio (velluto, gilè, giacca, camicia bianca rigorosamente senza cravatta, e stivali verdi di gomma, bassi, da contadino), passava quasi ogni giorno dalla Casa del Popolo fra le tre e le quattro del pomeriggio. Noi che eravamo nei nostri venti-venticinque anni non sempre ci trovavamo lì a quell’ora (insomma: lavoravamo, studiavamo, facevamo politica, non eravamo sempre liberi di andare al circolo), ma se c’eravamo scambiavamo due parole con lui, sempre rispettosamente perché era piuttosto suscettibile. Fra di noi e con gli altri avventori eravamo abbastanza portati a fare gli scemi, ma con Garibaldi si faceva molta attenzione.

A volte beveva il caffè con noi, a volte pagava lui, a volte pagavamo noi, come si usava. Se, parlando, obiettavamo qualche cosa alle sue argomentazioni (per la verità non sempre lucide, ma neanche le nostre lo erano poi tanto), ci guardava con l’aria fra lo stupito e l’indignato, aggrottava la fronte, sollevava le sopracciglia e sentenziava: “Ne avete di strada da fare!”.

Si presentava sempre con due taniche di plastica vuote e un imbuto che teneva infilato fra la giacca abbottonata e il gilè, all’altezza del petto. Era l’epoca che nella nostra città alle porte di Firenze (come del resto a Firenze stessa) l’acqua che arrivava nelle abitazioni veniva prelevata dall’Arno. Era potabile, ci mancherebbe, ma, dicevano gli esperti, faceva piuttosto schifo; ragion per cui molti di noi avevano l’abitudine di andare in macchina sulle colline a fare rifornimento a qualche fonte le cui acque avevano fama d’essere non solo potabili, ma anche bevibili. Garibaldi era fra questi, o meglio ne aveva l’intenzione: infatti alle fonti non ci arrivava mai perché una volta uscito dopo il caffè dalla Casa del Popolo, faceva nemmeno cento passi e si fermava.

La Casa del Popolo che noi frequentavamo era fra gli ultimi edifici dell’area urbana fiorentina prima che cominciassero le colline. Era affacciata sulla provinciale per Firenze che qualche decina di metri prima si allargava in una piazza dove, provenienti dalle alture, sbucavano altre due strade. Una di esse veniva giù in modo tale da avere ampia visuale, per cui chi da essa in macchina provenisse, se non vedeva intralci entrava veloce nella piazza e veloce, curvando a secco verso destra, imboccava la via per Firenze. Ecco: Garibaldi ce l’aveva con questo tipo di automobilisti. Imbuto sempre in petto, piazzava le due taniche sulla traiettoria che dalla piazza si seguiva per immettersi nella via fiorentina, quasi in mezzo alla strada, in modo tale che gli automobilisti vedendole da lontano fossero costretti a rallentare per scansarle. Regolava il traffico a suo modo, senza bisogno dei vigili. Ci stava qualche ora, in piedi, impettito, l’occhio puntato sui due recipienti, fermo all’angolo del marciapiede, a controllare che nessuno li urtasse.

Gli automobilisti che provenivano dalle colline, a dire il vero non molti perché non è che ci fosse chissà quale traffico, quasi tutti ormai conoscevano la storia, perciò rallentavano, scansavano le stagne, lo salutavano con un gesto o un colpo di clacson, e tiravano via. A una certa ora se ne andava, e tornava a casa per la cena. Che io sappia nessuno mai protestava per questa cosa. Ho visto più d’una volta i vigili urbani bere il caffè con Garibaldi alla Casa del Popolo, sicché figuriamoci. Una volta protestò debolmente il prete del quartiere, ma proprio debolmente, e con noi, non con lui, perché era un compagno (sì, proprio un compagno comunista, lo diceva lui stesso, a parole e nei fatti, che voleva il comunismo), e a Garibaldi gli voleva bene; e la sua protesta fu una semplice constatazione: siccome aveva casa proprio lì a due passi, lo infastidivano un po’ i clacson. Nient’altro.

A dire il vero in altra occasione accadde anche che si fermasse uno che evidentemente non era del posto. Superò le taniche, accostò e scese di macchina dirigendosi verso Garibaldi con l’aria minacciosa. Ci fu uno scambio di parole, all’apparenza del tutto civile, ma noi non capimmo perché vedemmo la scena da qualche decina di metri, dall’esterno del Circolo, dopodiché quello venne nella nostra direzione. Fra noi c’era un vigile urbano donna. Si diceva che fosse la prima donna vigile in Italia, ma quelli che avevano girato il mondo ed avevano varcato perfino l’Appennino sapevano che ce n’erano già a Bologna e a Reggio Emilia, e anche a Mosca. Di sicuro era una bella donna, questo era indiscutibile e ce lo ricordiamo ancora adesso. Il tipo che aveva discusso con Garibaldi puntò deciso verso la signora in questione e la investì con queste parole: “Che razza di paese è questo, dove si lascia che gli scemi ingombrino le strade con le stagne e i vigili stiano al bar a fare un cazzo?” Risposta: “I vigili stanno al bar ad aspettare quelli che si rivolgono loro con simili parole, per vedere se ci siano gli estremi di una denuncia per offesa a pubblico ufficiale. Senza contare il fatto che quello che ha appena definito scemo, scemo non lo è affatto e lei non ha alcun diritto di offenderlo. In terzo luogo, questo non è un paese, ma una città, conta settantamila abitanti e per di più sta alle porte di Firenze”. “Senta, ho già capito, ho perso in partenza, venga dentro che si beve un caffè e poi vò via”. Disse la signora che non poteva perché era in servizio, ma secondo noi rifiutò solo perché nella mezzora trascorsa da quando s’era unita alle nostre chiacchiere ne aveva già bevuti tre. Quello entrò da solo, bevve il suo, ne lasciò due pagati, uno per la signora vigile e uno per quello delle taniche, tornò alla macchina e proseguì per la sua strada. Insomma, un vero signore.

Garibaldi era quello che un tempo si definiva, diciamo così, un tipo originale. Ogni villaggio aveva il proprio. Siccome noi eravamo una città con settantamila abitanti e non un villaggio, l’aveva appena detto il vigile, di tipi originali ne avevamo molti, almeno uno per quartiere. Soltanto in quello dove abitavo io non c’era. Gli esperti della questione, che in genere erano le lingue più affilate e mai ferme del circondario, dicevano che nel mio quartiere era difficile eleggerlo perché c’erano troppi candidati con le carte in regola, e naturalmente per noi questa cosa fu sempre un onore.

 

 

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