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Categoria: Letture
Creato Lunedì, 01 Dicembre 2014

Cavalli - Foto Mario RebeschiniUno studente e una studentessa anarchici? di Rino Ermini (n°174)

Negli anni in cui ho insegnato in un Istituto tecnico agrario statale ho incontrato vari studenti che in un modo o in un altro si definivano anarchici, ma ho sempre avuto qualche dubbio circa il fatto che sapessero con precisione che cosa significasse esserlo. Uno studente che invece non si definiva tale, che anzi, per la precisione, non si definiva in alcun modo, secondo me lo era.

Lo avevo in classe da poche settimane e già aveva capito come la pensavo, ragion per cui mi aveva eletto a interlocutore privilegiato per manifestarmi le sue opinioni, i suoi dubbi, le sue perplessità su molte cose, ma soprattutto per parlare e farmi parlare di argomenti di carattere politico e sociale. Tipo un po’ solitario, timido, educato, molto studioso, disposto sempre a dare una mano ai compagni. Figlio di gente che lavorava in proprio, possedeva un grande orto di cui parlava spesso, dove trascorreva buona parte del suo tempo e dove produceva quasi tutto quel che gli serviva per casa sua, dei suoi nonni e di uno zio. Orto che io naturalmente visitai più volte e dove non aprivo bocca perché dovevo soltanto ascoltare: sapeva tutto, sperimentava il biologico e il risparmio energetico, il compostaggio e altre cose. Conosceva i vecchi contadini del suo paese, ormai tutti pensionati, e li frequentava facendosi raccontare quel che sapevano e, dove poteva, metteva in pratica. Frequentava anche le poche cascine rimaste nella zona, ormai tutte ad agricoltura industrializzata, attento alle innovazioni che qualcuno faceva. E mi teneva al corrente. “Ha visto prof che cosa ha fatto l’azienda tal dei tali? Ha presente quei cinquanta ettari a granturco al confine con il talaltro? Quest’anno li stanno irrigando col sistema goccia a goccia. Lei che cosa ne pensa?” “Che cosa vuoi che ne pensi? Io insegno Storia, e col sistema goccia a goccia mi pare che si risparmi, ma tutti quei tubi di plastica distesi per il campo, poi che fine fanno?” E ne veniva fuori una discussione. Più che altro lui mi spiegava e io imparavo, magari buttando sul tavolo le mie perplessità ed obiezioni che, se non trovavano una risposta immediata, di sicuro ce l’avevano due o tre giorni dopo perché andava a chiedere e informarsi. “Ho parlato col trattorista e col dirigente della tal dei tali, mi hanno detto che i tubi di plastica....”

Ma più ancora, come accennavo sopra, mi coinvolgeva nelle discussioni politiche. Aveva sempre un mucchio di domande e mi provocava. Quando era certo di non disturbare, magari durante l’intervallo, veniva vicino alla cattedra, si metteva le mani dietro la schiena come facevano un tempo certi contadini al mercato quando stavano a crocchio a parlare di vacche, di vino e di raccolti, e di solito cominciava così: “Prof, ha letto l’articolo di x y sulla Rivista anarchica?” “No, non l’ho letto ancora. Perché, è già uscita?” “Sì, e vorrei chiederle che cosa ne pensa lei del punto in cui dice che...” E via a spiegarmi, a cercare la risposta, e il cavillo. A volte facevo lezioni su argomenti di storia o anche di attualità politica che avevano attinenza col movimento operaio, questioni sociali, ecc. Era sempre attentissimo e pronto a discuterne. Aveva quindici anni e faceva la prima superiore.

In quel periodo avevo introdotto nel mio lavoro una “novità”, una “variazione in corso d’opera”, cioè il “racconto”. Non quello che si trova nelle antologie, quello era già nel programma. Una mattina sono entrato in aula e ho detto che avrei raccontato un’escursione che avevo fatto due giorni prima in alta montagna. Una normale escursione. Non era successo niente di particolare. E ho cominciato. Ho detto tutto e mi sono dilungato sui particolari. Le baite e le casere in rovina, la massicciata della mulattiera come appariva decenni dopo che nessuno più la curava (e quanto lavoro ci sarebbe da fare), le specie di piante lungo il sentiero, i prati sommitali, le rocce, i nevai, che cosa avevo mangiato, le sensazioni, i pensieri. Quando facevo le mie lezioni, si trattasse di Bakunin, del sistema feudale o di Leopardi, ci mettevo l’anima. Perché così mi piaceva. E loro lo sentivano. Così mi hanno seguito fino in fondo senza batter ciglio e più mi seguivano più mi divertivo a soffermarmi sul rumore del torrente, sul grido di una ghiandaia, lo stormire delle fronde dei faggi e il pane e il formaggio che ho mangiato e l’acqua del torrente dove ho fatto il bagno per levarmi il sudore di dosso. Ho finito con queste testuali parole: “Bene, ragazze e ragazzi, da qui in avanti quest’ora è vostra, io non parlo più. A turno, chi ha voglia (nessuno è obbligato) viene qui in cattedra e racconta. Tutti devono ascoltare, compreso il sottoscritto, non ci sono né interrogazioni né valutazioni negative. Alla fine, se si vuole, si possono fare soltanto domande a chi ha parlato. Voi, a me è proibito farle e anche rispondere se me le fate”.

La volta dopo ci ha subito provato una studentessa mai definitasi anarchica, ma che per me lo era. Ripetente, al termine del primo quadrimestre aveva già una sfilza di tre e quattro e un corollario di note sul registro da fare invidia. Una dalla mente svelta, secondo me brava, ma a scuola niente, così com’era fatta la scuola non era il suo pane. È salita in cattedra e ha cominciato a parlare di cavalli (la sua passione e già, per qualche ora al giorno, il suo lavoro in un maneggio), dell’equitazione, delle sensazioni con quelle bestie quando si cavalca e soprattutto quando si accudiscono, di come si può star bene fra stalle, prati e campi. Ha parlato per un’ora, precisa, con passione, linguaggio chiaro. Aveva capito perfettamente ciò che doveva fare in quell’ora e, secondo me, anche che si faceva per lasciare agli studenti un po’ di autonomia ed uscire dagli schemi.

Quando è toccato allo studente anarchico, si è presentato in aula con un sacchetto dove aveva una serie di piante di cereali (eravamo in primavera). Le ha ordinate sulla cattedra e una ad una ce le ha spiegate nei minimi particolari, vita morte e miracoli. Alla fine di quell’ora sapevamo tutto sull’avena, l’orzo e la segale, sul triticale e sul mais, sul grano degli egiziani e su quello dei romani. Il suo è stato un bel racconto sui cereali con annessi e connessi, in particolare su quelli coltivati nella zona a nord ovest di Milano e lungo il Ticino, in particolare nelle terre a monte e a valle del canale Villoresi, dove ha sede la scuola.

Questo ragazzo ora fa l’università. Ogni tanto ci scriviamo e qualche volta ci vediamo ad iniziative, diciamo così, politico-sociali-ambientali qui in zona. L’ultima volta che l’ho visto mi ha detto che con l’aiuto di alcuni docenti della sua facoltà ha brevettato una sua invenzione che dal punto di vista del risparmio energetico e del biologico rivoluzionerà le coltivazioni in rapporto ai pannelli per la produzione di energia. “Un’invenzione? Ma dai, non starai mica dicendo una sciocchezza?” “No prof, sono anni che faccio esperimenti e prove, di cui non le avevo ovviamente mai detto niente, e alla fine sono riuscito a brevettarla”. “Bravo, accidenti! E che cosa hai inventato?” “Mi dispiace prof, ma non posso dirglielo perché sono vincolato al segreto. Se troverò un’azienda che voglia mettersi a costruire quel che ho inventato, allora lo saprà”.

La ragazza invece, quella che sapeva raccontare bene di cavalli, stalle, prati e campi è stata bocciata una seconda volta e l’abbiamo persa.

 

 

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