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Categoria: Letture
Creato Domenica, 01 Marzo 2015

PolliDue fratelli, di Rino Ermini (n°177)

Avrò avuto dieci anni e mio fratello sette ed eravamo a pascolare le pecore fra boschi e campi incolti lungo il Borronaccio, una forra profonda con un filo d’acqua che garantiva rane e bisce. C’eravamo tolti le scarpe per stare nella poca acqua del rivo e sentire sabbia e fango sotto i piedi.

Quando, arrivata l’ora di tornare verso casa, ce le rimettemmo e io gli detti una mano a calzare le sue perché si sa, il fratello più grande aiuta sempre quello più piccolo, non fece altro che lamentarsi perché diceva che gli facevano male, ed era colpa mia che gliele avevo messe sbagliate. Io facevo il sordo, anzi gli dicevo che era un uggioso e si lamentava sempre di tutto. A un certo punto arrivò un nostro zio di Firenze, uno che aveva fatto la guerra ed era stato coi partigiani. Era venuto a casa e siccome non c’era nessuno (i genitori saranno stati nei campi) ci s’era fatto incontro perché aveva sentito le nostre voci. Mio fratello non fece a tempo a vederlo che subito si lamentò delle scarpe. E mio zio lo fece sedere, gliele tolse, e gliele rimise giuste perché io avevo scambiato destra con sinistra. Ci credo che avesse ragione di lamentarsi mio fratello!

 Avevo poco più di vent’anni, era estate, ed ero in giro con zaino, tenda e sacco a pelo. Avevo lasciato la costa di Sapri, dove ero andato in onore a Pisacane e c’ero rimasto una decina di giorni con una mia coetanea, e in treno stavo raggiungendo il Gargano dove ero atteso da un’altra. Non sapevo dov’era mio fratello che d’estate aveva giri diversi dai miei. Alla stazione di Foggia, intento a cercare il treno che avrei dovuto prendere, lo vedo fra la gente che va e viene di fretta. “O te? dico, che ci fai da queste parti”? “No, che ci fai te? Tutto pensavo fuorché di incontrarti. Non mi avevi detto che venivi da queste parti”. “Infatti, non lo sapevo mica. E nemmeno io mi aspettavo di trovarti qui”. “Nemmeno io lo sapevo che sarei passato di qui, perché son di passaggio”. “E allora?” “E allora nulla, se non ci sono novità e non hai bisogno, non voglio sapere nemmeno dove stai andando. Se ne parlerà quando si torna a casa”. “E allora ciao, e stammi bene!”

Ero un’estate in un campeggio in Calabria. Ero con altre e con altri. La mia tenda stava lungo la recinzione. Di là c’erano orti, una capanna e un cane alla catena. Era un cane che appariva un po’ sacrificato. Sempre legato, sempre solo, abbaiava spesso al nulla, un po’ spelacchiato e troppo magro. Aveva insomma l’aria di un prigioniero. Venne anche mio fratello e vi rimase per qualche giorno. Questo era un incontro programmato. Quando vide quel cane cominciò a bestemmiare perché se c’era una cosa che non sopportava per nessun motivo e per nessun essere vivente era quella di stare a una catena. Cominciò a dire che bisognava saltare la recinzione e liberare quel cane. I miei e i suoi compagni ci prendevano in giro, un po’ perché sapevano che mio fratello doveva dare spettacolo su tutto, e un po’ perché dicevano che due teste bislacche come le nostre era difficile trovarle. Un pomeriggio tornando dal mare trovai appeso alla mia tenda un biglietto, firmato da mia fratello: “Questa sera operazione cagno libre”. La sera a buio fatto, mentre tutti erano al bar o a far gli affari loro, saltammo la recinzione: io agguantai il cane brancandolo perché non mordesse e mio fratello sciolse la catena. Poi rischizzammo veloci di qua sempre perché non ci mordesse, ma quello se ne andò via come il vento per i fatti suoi. Probabilmente a casa del suo padrone perché il giorno dopo, in tarda mattinata, era di nuovo legato.

Una sera, non ricordo più né l’anno né la stagione, mio fratello arrivò alla Casa del popolo del nostro quartiere con un giornale in mano (cosa che non gli capitava mai; era di quelli che, diceva lui, non avevano bisogno di leggere, avevano già tutto in testa). Su questo giornale c’era l’immagine di un gruppo di scatenati, lui in testa, che assaltavano un camion che portava polli già spennati e li distribuivano a una folla vociferante e festante: erano a un festival di non so quale rivista alternativa, su in una città del nord, e quando passò questo camion a chi se non a lui poteva venire l’idea di fare un esproprio proletario su un camion di polli pronti per la griglia?

E un’altra volta, non potevamo non essere sempre sui venti anni o forse meno, saltammo la recinzione di una “casa” di suore. Non era un convento, ma, appunto, una casa in mezzo alle altre nel nostro quartiere, con tanto di giardino e di orto. E la recinzione era un muretto poco più alto di un metro. Saltammo di là perché avevamo visto (era di maggio) dei bei cipollotti freschi, di quelli da mangiare crudi a pinzimonio con pane sale e olio. Suor Maria Chiara Peccianti, simpatizzante anarchica, fece avere a sua cugina che faceva parte del Collettivo di quartiere, il seguente biglietto perché lo consegnasse a me e a mio fratello: “Rino e Lisandro Ermini, non si rubano le cipolle alle suore: è peccato mortale! Io lo so che siete stati voi perché solo due bastardi figli di contadini immigrati mangiapreti del Valdarno aretino potevano avere l’ardire di rubare cipolle alle suore. Vi perdono perché siete anarchici. Se eravate fascisti erano cazzi vostri! Vi voglio bene”. Rispondemmo a stretto giro di cugina con un altro biglietto: “Suor Maria Chiara Peccianti, sei una bugiarda e per questo andrai all’inferno; per di più stai provando maldestramente a ingannare due pecorelle smarrite: rubare le cipolle alle suore è solo peccato veniale. Comunque abbiamo distrutto le prove del furto. Erano ottime. E tu, poche chiacchiere! Butta la tonaca alle ortiche e salta la recinzione nel senso opposto a come l’abbiamo saltata noi. Di qua non troverai cipolle, ma una rivoluzione da fare. Ti vogliamo bene”.

Suor Maria Chiara qualche anno dopo lasciò il convento, tornò alla vita “civile” e divenne maestra di scuola elementare.

 

 

 

 

 

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