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Categoria: Letture
Creato Giovedì, 02 Aprile 2015

Casa sommersa dall'erba - Foto di Mario RebeschiniLa memoria, di Rino Ermini (n°178)

Mio padre ancora racconta fatti del fascismo, della guerra, della Resistenza e della vita contadina, fatti di cui ha avuto esperienza diretta o che sono accaduti nel raggio del suo mondo.

 

Uno, in particolare, ritorna spesso nei suoi ricordi. Lui, allora diciottenne, e la sua famiglia vivevano in un podere in alta collina, fra campi e boschi, a un chilometro da una frazione di circa quaranta case. Proprio nei giorni del passaggio del fronte, e a liberazione ormai fatta, un soldato tedesco sbandato diretto a nord attraversa questo villaggio, quasi certamente nel tentativo di raggiungere la retroguardia del proprio reparto in sosta in una borgata poco più avanti, a mezzora di cammino.

La gente vede questo soldato, sì dà la voce e scende in strada. Lo circondano, cominciano a canzonarlo, vola qualche offesa, qualcuno lo spintona. Qualcuno dice portiamolo al muro del camposanto e ammazziamolo, qualche altro dice ma state fermi ché poi la cosa finisce male, insomma c’è concitazione e quasi scontro sul da fare fra due opposti gruppi. È soprattutto il prete del paese, don Bianco Cotoneschi che, fattosi anche lui in strada, redarguisce i più eccitati, insomma quelli che pare abbiano l’intenzione di andare oltre la canzonatura e gli spintoni, invitandoli a smetterla e lasciarlo andare, ché tanto ormai la guerra è finita. E fra mugugni e discussioni e musi duri alla fine la vince il prete e il tedesco è lasciato libero di andarsene senza che gli sia torto un capello.

Nemmeno un’ora dopo riappare nella frazione accompagnato da due commilitoni. Sotto la minaccia delle armi buttano fuori dalle case la gente e la radunano, prete compreso, davanti alla chiesa. Constatato che ci sono quelli che evidentemente cercano, rimandano gli altri e trattengono tre uomini e il sacerdote. Li affiancano a un basso muro che separa la piazzetta in cui si trovano dai campi a terrazza sottostanti. Uno dei fermati, con un balzo, si lancia di sotto e fugge all’impazzata di terrazza in terrazza lungo il pendio della collina. A nulla valgono le raffiche che i tedeschi gli lasciano andar dietro. Gli altri tre vengono presi e avviati sulla strada che porta dove sosta la retroguardia già detta. La casa dei miei sta su quella strada, la superano di qualche centinaio di metri e giunti in una radura del bosco dove ci sono alcuni grandi castagni, li allineano con la faccia contro una catasta di legna, le mani dietro la nuca, e li fucilano alla schiena. Muoiono sul colpo Don Bianco Cotoneschi, 30 anni, e Alfredo Calcinai, 29. Si salva il terzo che, colpito di striscio a una mano, ha la freddezza di fingersi morto. I tedeschi devono essere ben presi dalla paura (gli Alleati e i partigiani sono già al paese giù in basso, verso la valle) se non hanno tempo per il colpo di grazia.

Oggi in questa frazione, se si fa eccezione per tre o quattro vecchi, abitano persone che non sono nate qui e in genere vengono da Firenze e qui hanno la seconda casa; vi abita poi qualcuno che è nipote o parente alla lontana della gente di allora; e c’è infine anche qualche tedesco che ci viene in vacanza o vi si è trasferito per viverci da pensionato i suoi ultimi anni. E la memoria, una memoria vera, non esiste più. Ma per un lungo dopoguerra è stata ben viva, sia pure divisa. Non ex fascisti o fascisti da una parte e partigiani o antifascisti dall’altra (qui di fascisti non ne erano rimasti) bensì, tutti antifascisti, una parte che ha rimproverato per decenni a un’altra l’aver provocato per niente la morte del prete e di Alfredo. Con quest’altra parte che rispondeva a muso duro che la colpa è vostra perché se quella carogna la facevamo fuori certo nessuno sarebbe tornato indietro a cercarlo o a mettere in atto una rappresaglia.

A volte, quando mi capita nel silenzio di queste colline di tornare verso casa da una camminata notturna, passando davanti al cimitero dove la gente di allora è sepolta, prete compreso perché anche lui è lì, mi pare di sentirli discutere e litigare ancora, esattamente come facevano al circolo dell’ACLI o alla Casa del popolo fino a non molto tempo fa, di sicuro ancora quando ero ragazzo perché ricordo bene di avere assistito, ascoltato e preso partito.

In quel bosco di castagni secolari, io passo spesso perché quella strada che lo attraversa è oggi una parte del sentiero che da qui dove scrivo mi porta in montagna. Ci sono una lapide e una croce. Il luogo è una delle tappe di un percorso della Memoria, quella ufficiale, curato dal CAI Valdarno Superiore, un percorso che unisce i luoghi della Resistenza, delle fucilazioni e delle rappresaglie sparsi su queste montagne. Per tanti anni mia madre, portatrice di una sua personale Memoria, nel corso delle sue solitarie camminate, passando di lì lasciava un mazzo di fiori di campo e, che io sappia, nessuna preghiera.

 

 

 

 

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