Stampa
Categoria: Letture
Creato Giovedì, 01 Ottobre 2015

Processione - Foto Mario RebeschiniLa processione, di Rino Ermini (n°183)

Quasi sessant’anni fa uscì un libro che le autorità vaticane, nonostante la prefazione di un vescovo e il regolare nihil obstat, fecero ritirare velocemente dal commercio. In esso un prete di una parrocchia toscana di campagna analizzava con acume e dati inoppugnabili la religiosità dei propri parrocchiani. È un libro che ho letto e riletto, non solo perché mi pareva un’ottima indagine sociologica, ma anche perché ci vedevo fotografata la realtà delle campagne in cui ho vissuto da ragazzo. In fondo, a leggere questo libro, mi divertivo nel rivedere me stesso e la mia gente contadina nel vivere quotidiano di allora, in particolare nel rapporto con la religione, il prete e la chiesa.

In proposito ho ancora vividi alcuni ricordi. C’era in determinate ricorrenze la processione. Non ci partecipavano tutti. Alcuni si defilavano con le scuse più varie. Altri, pochi, non ci partecipavano perché comunisti convinti. Fra i ragazzi e i non sposati alcuni ci andavano obbligati dalle madri; riguardo ai coniugati, erano le mogli che si incaricavano di prenderli o per la gola (“se oggi non ti vedo alla processione, stasera non mangi”) o per qualcosa d’altro. Ho sentito con le mie orecchie questo scambio di battute fra due uomini: “O te? O i’ che t’è successo, che oggi t’ho visto alla processione? Non sarai mica ringrullito?” “Sta zitto va’, e non mi far bestemmiare. La mi’ moglie la m’ha detto che se non mi vedeva in processione mi potevo scordare di trombare! Di già la me la dà quando la se ne ricorda!”

C’era una confraternita (da noi si chiamava “la compagnia”) detta della “buona morte”. I suoi membri, che portavano quando erano di servizio una cappa bianca senza cappuccio, avevano l’incarico di organizzare in parrocchia, a turno e raccogliendo vino, viveri e denaro, alcune delle feste liturgiche previste, compreso il relativo pranzo per se stessi (i “festaioli”) e per i preti ospiti. Ma loro compito primario era garantire a tutti, iscritti e non iscritti, assistenza in punto di morte e funerale uguali per tutti, indipendentemente dal ceto sociale. Avevano anche il compito di partecipare alle processioni portando le insegne e altre cose che facevano parte dell’addobbo. In particolare, gli oggetti più vistosi erano un baldacchino sotto il quale viaggiava il prete che reggeva fra le mani il santissimo, e un cristo enorme, di legno massiccio e coperto di tessuto grosso, pesantissimo. A dir la verità, dato il peso, non tutti portavano il cristo. Lo portavano i due uomini, allora sui 35-40 anni, ambedue contadini, che erano i più forti del paese. E anche i due più grandi e poetici bestemmiatori, una cosa questa risaputa da tutti, a partire dal prete. Io la sapevo meglio di chiunque altro perché uno era mio padre e l’altro era il padre di Franco Gori, un mio amico. Fra l’altro, una volta io e Franco, avremo avuto sì e no dieci anni, ci prendemmo a cazzotti perché fra me e lui era nata una discussione su quale dei due padri fosse quello che bestemmiava di più e meglio, una discussione della quale a tal punto non riuscivamo a venire a capo da ricorrere alla violenza. Ci separò Fabio Fei che era di un anno più vecchio di noi, e soprattutto mezzo metro più alto, il quale ci disse che era da idioti discutere su certe cose perché tutti e due i nostri padri erano ugualmente meritevoli e necessari alla causa. Io e Franco non sapevamo chi fosse questa “causa” di cui Fabio Fei a volte parlava, ma ci fidavamo: veniva da una famiglia comunista e nessuno di loro andava in chiesa, nemmeno a pasqua, e nemmeno le donne; e su certe cose prendeva lezioni in casa, perciò era inattaccabile e credibile.

Una volta sentii mia madre dire a mio padre, in presenza di un “rosario” da lui recitato durante un’aratura perché s’era spezzata la stanga dell’aratro, che “prima o poi quel cristo che portava a spasso in processione si sarebbe stufato di un tal bestemmiatore e di fronte a tutto il popolo gli sarebbe volato via dalle mani”; e mio padre risponderle che “non gli sarebbe parso il vero, così quell’ammasso di legname una volta tanto avrebbe camminato da solo, visto che sapeva anche volare, oppure il prete se lo sarebbe portato da sé, così imparava un po’ quel che vuol dire far fatica e tribolare”.

L’episodio più clamoroso, e che fece discutere, a proposito di cristi e di processioni, fu quando durante quella di San Pietro e Paolo, a fine giugno, col caldo che si faceva sentire più del necessario, mentre la processione ritornando verso la chiesa passava davanti al circolo dell’ACLI, i due portatori e altri che s’erano dati la voce, appoggiato il cristo e le insegne al muro del circolo, si fermarono per bere una birra e placare l’arsione. Prete, sante donne e compagnia cantando non poterono far altro che aspettare: mugugnando, deplorando e levando gli occhi al cielo, ma aspettare. Il prete poi non mancò di dire la sua. E lo fece la domenica successiva prima della lettura del vangelo, quando pur riconoscendo l’apporto indispensabile dei due cristofori per lo svolgimento delle processioni, li richiamò piuttosto duramente per il comportamento della domenica precedente. Al che io, che ero seduto accanto a mio padre, ricordandomi di quel che aveva risposto a mia madre quando gli aveva detto che prima o poi il cristo gli sarebbe volato via, mi sentii ben saldo nel mio dovere di figlio da scattare come una molla e dire al prete a voce alta e ben chiara: “Allora, se non ti sta bene, da qui in avanti il cristo lo porti te, così impari!” Nel silenzio immediato e di ghiaccio che si fece mi arrivò uno scapaccione fra capo e collo che rintronò per tutta la navata. Seguì rumore di commenti, risate a gola spiegata e putiferio dei miei coetanei. Il prete richiamò all’ordine e disse che via, non era il caso di tanta severità, e io, mandando a fare in culo fra i denti lui e mio padre, capii che la cosa migliore era senz’altro lasciare che se la cavassero da soli e poi, vista anche la bella figura che m’ero procurata, cominciare a fare come Fabio Fei e in chiesa smettere d’andarci.

 

 

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

La processione, recensione Rino Ermini (n°183) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.