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Categoria: Letture
Creato Domenica, 01 Novembre 2015

faggetaUn uomo e le sorgenti, di Rino Ermini (n°184)

Dalla mie parti vive un uomo, che dovrebbe avere ora poco più di settant’anni, il quale alcuni anni fa, stufo del mondo, decise di abbandonare il paese ed i parenti per andare a vivere in montagna, in una foresta di faggi. Come rifugio decise di stare in una antica e diroccata capanna di carbonai, a quattro ore di cammino dal genere umano. La sistemò alla meno peggio facendoci un focolare e un posto per dormire, senza usare altro che pietre e legno.

Una volta alla settimana scendeva a comprarsi qualche cosa da mangiare. In paese rimaneva sì e no un’ora e non cercava nessuno: il tempo di fare la spesa, scambiare qualche parola se capitava di incontrare un conoscente e riprendeva il sentiero per la montagna. Lassù passava il suo tempo seduto fuori del suo rifugio a guardare ed ascoltare il bosco, o a camminare lentamente, senza meta, girovagando. Nella notte, in un sonno che quasi mai io credo deve essere stato profondo, ascoltava il canto del gufo o della civetta cercando di controllare il senso di solitudine e di angoscia e anche il flusso dei pensieri che non sempre dovevano essere facili. Anche l’ululato del lupo deve aver sentito, perché i lupi dalle nostre parti son tornati da tempo, e il suo camminare leggero intorno alla casa, quando l’animale, curioso ma sicuro del proprio territorio, si attardava fra quelle rovine sentendo l’odore di umano. Nel tempo che rimase lassù, provvisto di una scure, di una zappa e di un pennato, girava la montagna alla ricerca di vecchie fonti da tempo perdute o abbandonate che lui ricordava bene per essere stato da ragazzo boscaiolo e carbonaio, e una alla volta le ripulì e le rimise in funzione. Si trattava di sorgenti, provviste di un canaletto di pietra o di un cannello di castagno, che da tempi immemorabili erano usate e curate da coloro che in montagna lavoravano o passavano.

Dicevano che era matto e fissato. Matto perché null’altro che questo può essere uno che sceglie di andare a vivere sperduto in un luogo lontano ore di cammino dagli altri, come un tempo facevano alcuni per necessità, si trattasse di carbonai o boscaioli, di eremiti o di briganti. Fissato perché girava alla ricerca delle fonti e le ripristinava. Alcuni anziani invece dicevano di sapere bene che cosa lui vedesse e provasse. E anche altri meno anziani, a volte con amarezza, capitava di sentirli dire che in questo mondo di merda quell’uomo era l’unico che avesse avuto il coraggio di andarsene e liberarsi dalle beghe quotidiane. Disse uno che era infelicemente sposato e infelicemente impiegato (sue le parole) che non aveva nulla da dire sulla scelta di quel vecchio e che lui non faceva altrettanto perché semplicemente gli mancava la forza. E che comunque quell’uomo andava rispettato perché meglio costruirsi una solitudine, anche di dolore, in mezzo a una foresta, che una solitudine di dolore e di noia in un paese di rumori e non sensi. E infine, comunque fosse, lasciare a quell’uomo la sua scelta di libertà, la sua via d’uscita. La storia non finì bene. Passò del tempo e i suoi famigliari, con l’aiuto dell’autorità, la sempre presente autorità, riuscirono a riportarlo a casa. Lui a soffrire, loro a essere contenti. Di che?

Io giro spesso le montagne dove quest’uomo s’era rifugiato. I primi tempi della sua fuga, che io non conoscevo, mi capitava di trovare fonti ripristinate e me ne stupivo: pensavo alla Forestale, pensavo a uno che avesse la mia stessa passione per l’acqua. Ed ero contento perché anche a me era capitato di ripristinarne qualcuna quando, molti anni fa, andavo in giro per le montagne con mio padre, per funghi o per castagne o per semplice perdita di tempo, e ci portavamo dietro forbici e pennato. E quando si arrivava a una fonte abbandonata, mentre mio padre me ne diceva il nome e mi raccontava storie di persone e di fatti ad essa legati, cavava le forbici dal fodero e cominciava a ripulirla dai rovi. Io facevo altrettanto, ascoltavo e imparavo.

Oggi che vado da solo, vedo che il lavoro fatto da quell’uomo piano piano viene cancellato, dalla natura, ma anche da mani assurde che passano di lì e di proposito chissà per quale strana malia lo distruggono o nella pozza d’acqua che sta sotto la fonte lasciano rifiuti. Quell’uomo era pazzo, questa è gente normale. Io vorrei una società così civile ed evoluta che desse lavoro a centinaia di giovani che avessero studiato scienze ambientali e che insieme con vecchi saggi ed esperti mettessero a frutto le reciproche conoscenze, in giro per monti a curare boschi, sentieri e sorgenti, per salvare la memoria di un tempo passato e creare bellezza per i tempi di ora e per quelli che verranno.

 

 

 

 

 

 

 

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