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Categoria: Letture
Creato Sabato, 01 Aprile 2017

SAGRATO DELLA CHIESAAdele Faleni, di Rino Ermini

Adele Faleni era di diciotto anni d’età e lavorava da quattro in una fabbrica di cordami, sacchi e altre cose di canapa, questa pianta che si coltivava giù al piano in quei terreni che essendo poco o niente adatti al grano si cercava di utilizzare in altro modo. La fabbrica aveva una trentina di operai, più donne che uomini. Adele era di Gropina, un borgo di poche case su verso la montagna, dove finivano olivi e viti e cominciavano quercioli e castagni.

Andava al lavoro ogni giorno in bicicletta percorrendo una ventina di chilometri fra andata e ritorno. L’andata era facile perché la strada era in discesa all’inizio e poi pianeggiante. Il problema era al ritorno: sulle spalle una giornata di fatica e il lungo tratto di salita alla fine. A Gropina c’era la pieve, dicevano romanica. A lei piaceva, ma più che altro le piaceva che lì venissero a sposarsi da altri paesi della campagna intorno. Era una chiesa ambita per i matrimoni, forse per la bellezza, la posizione, il panorama che si vedeva da lassù e, più facilmente, per antica tradizione di quando la pieve di Gropina era chiesa madre per numerose altre disseminate su un vasto territorio. Ed era contenta che proprio lì, di fianco alla chiesa, stesse la sua casa: quando fosse toccato a lei di sposarsi con Folco Marsili, due passi fuori dal suo uscio e sarebbe stata all’altare. Erano a volte questi i pensieri che le passavano per la mente, semplici, e come diceva lei, un po’ da bambina. Folco Marsili era un bel ragazzo, detto il Ciocca per i suoi capelli che portava al vento, carattere spigliato e testa balzana; anche lui, come lei, figlio di contadini, e a lavorare nella stessa fabbrica, come maestro, come si diceva allora, come esperto del mestiere, a diciannove anni d’età.

Quando venne l’otto settembre del 1943 lei non ci capì molto, solo vide che il Ciocca nelle settimane successive divenne pian piano più serio, più taciturno. Pensò con orgoglio perché stava mettendo la testa a posto, visto che a breve avrebbero dovuto sposarsi. Quando ebbe occasione di parlargli glielo disse e gli disse che era contenta. Il Ciocca sorrise confuso, ma le rispose subito che se era diventato più serio non era perché doveva sposarla. Mentre glielo diceva la prese teneramente e delicatamente fra le braccia perché non ci soffrisse e chiarì che comunque non c’era dubbio che si sarebbero sposati, che le avrebbe voluto bene, e che se ci fosse riuscito sarebbe anche diventato più serio, come si conveniva a un uomo che doveva crearsi una famiglia. Cambiando discorso, accennò al fatto che c’era gente che cominciava a mettersi assieme, di nascosto perché era pericoloso, e che sarebbero venuti tempi brutti perché i fascisti che si erano “rivestiti” erano peggio di prima e per di più ora c’erano i tedeschi. Insomma la vita si faceva più dura e c’era da rischiare se si voleva che la guerra finisse davvero, non come l’estate appena passata quando si credeva e si sperava che fosse finita e invece quei delinquenti del re e di Badoglio ci hanno fregati. Ora niente re e niente Badoglio, ora si fa da noi, si fa da soli e, visto che ci siamo, li buttiamo a mare insieme ai fascisti, alla guerra e ai signori, e si fa un mondo un po’ più giusto.

Lei aspettò pazientemente che finisse di parlare standosene al calduccio fra le sue braccia, e alla fine gliela cantò calma calma: fra tutte queste cose che voleva fare cercasse di non scordarsi di sposarla, altrimenti lo faceva secco. E aggiunse perentoria che, siccome lo voleva tenere sott’occhio, era meglio se fra queste persone che volevano buttare in mare Badoglio cercasse un posto anche per lei, perché non ne voleva sapere di lasciarlo sfarfallare chi sa dove senza essere controllato, tanto più che son sicura, precisò, che fra di voi ci saranno anche delle ragazze e non soltanto uomini. Le rispose che preferiva se ne stesse tranquilla, perché c’erano senz’altro dei pericoli, ed era meglio per lui saperla al sicuro piuttosto che a rischiare: a questo bastava lui. Lo guardò decisa negli occhi, ma con un non so che di sottofondo che somigliava molto a una dichiarazione d’amore, gli posò un bacio leggero sulla bocca, si staccò dalle sue braccia e gli comunicò semplicemente che per il momento se ne andava, ma che non era finita lì.

Successe non molto tempo dopo che in uno dei loro incontri, pochi minuti appena dopo usciti dalla fabbrica e avviati fianco a fianco verso casa spingendo a mano le biciclette, le dicesse che avevano bisogno di lei. Le spiegò con precisione e semplicità quel che doveva fare e perché. Le fu tutto chiaro fin dal primo momento, anzi sentiva dentro di sé come una sensazione strana, di sicurezza e orgoglio, per cui tutto sembrava che fosse stato chiaro da sempre, anche prima di saperlo. Adele continuò il suo lavoro in fabbrica, precisa e puntuale, e allo stesso tempo ebbe inizio la sua vita partigiana. Sarà stato anche pericoloso, non lo negava, ma quel che doveva fare le appariva a volte anche parecchio uggioso: sempre la stessa cosa, come un lavoro. Ogni pochi giorni, nel tonare a casa, lungo la strada in mezzo alle campagne, sempre in un luogo diverso e sempre dalla stessa donna, forse d’una decina d’anni più grande di lei e che non conosceva affatto, senza che nessuno l’avvertisse dell’incontro, riceveva un pacco più o meno pesante che poteva contenere documenti o un arma o dinamite, un pacco che stesse nella sua sporta appesa alla bicicletta. Arrivata a casa, avvertiva il padre e la madre che quella sera sarebbe tornata fuori, cenava e poi, col buio, a piedi per sentieri e mulattiere giungeva nei pressi di Poggio di Loro, una frazione montana con intorno boschi e un po’ di poveri campi. C’era una capanna in questi campi. E lì doveva lasciare il pacco e tornare indietro. Non sapeva chi sarebbe venuto a ritirarlo né chi fosse il proprietario della capanna.

Solo una volta il Ciocca le fece sapere di avvertire in casa che non sarebbe tornata fino al mattino dopo, e che solo per quella volta alla capanna l’avrebbe aspettata lui. C’era infatti, e la fece proseguire con sé, per un paio d’ore di cammino ancora, fino a un distaccamento partigiano dove sarebbe definitivamente rimasto. Le spiegò, mentre camminavano, che lui era uno di quei richiamati per il servizio di leva nell’esercito repubblichino e che nel giorno appena passato era scaduto il termine per presentarsi. Ora lui e molti altri che non si erano presentati, se li trovavano erano passibili di fucilazione; a causa di tale situazione, quello per lui era un viaggio di sola andata e non sarebbe l’indomani tornato né a casa né al lavoro ma sarebbe entrato definitivamente come combattente nel distaccamento, quindi non si sarebbero più rivisti fino alla fine, se ne uscivano vivi.

Quella notte le rimase nella memoria. Fu la notte in cui i giovani renitenti dell’esercito dettero la loro risposta al fascismo: sulla cresta delle montagne uno dopo l’altro si accesero decine di falò immensi perché dalla pianura tutti li vedessero, in primo luogo i fascisti, e fosse chiaro quale era la scelta di molti dei ventenni richiamati. E lei quella notte, accanto al suo Ciocca, seduta un po’ distante da uno di questi falò, guardava un po’ affascinata e inquieta quel che stava accadendo e che lei sapeva bene cosa significasse. Piena di tristezza e di preoccupazione per il Ciocca, piena di una commozione che sentiva salire dentro fino alle lacrime, non tanto e non solo perché era lì con la persona cui voleva bene, ma perché sentiva di essere una parte di un grande avvenimento, di un grande momento della sua vita e di quella di tanta gente, lei giovane operaia con i suoi diciotto anni, si sentiva grande, immensa come quella montagna, terribile nel buio con i suoi falò. A notte fonda rifece la strada verso casa sua, in dura solitudine e con non poca paura, addolorata, con un unico pensiero certo, quello di continuare a svolgere il proprio compito in quelle vicende. Si rese conto che in quel momento non era possibile pensare o fare altro.

Passò il fronte, come dicevano allora, cioè la guerra finì. Erano i primi di luglio del 1944. A settembre si sposarono. E fu nella Pieve di Gropina, con molta gente. Una bella festa che Adele Faleni, come disse il Ciocca chiamato a fare un discorso, si meritava e che si poteva considerare la festa di tutti. Ora il compito più difficile, disse facendo un po’ lo smargiasso, spettava a lui perché avrebbe dovuto diventare un po’ più serio di quanto fosse stato mai. Ci fu un altro che parlò, il comandante della brigata che aveva operato su quelle montagne. Disse che voleva fare gli auguri agli sposi. Ma soprattutto voleva farli a Adele, veri, grandi e sentiti, un grande abbraccio collettivo, perché si meritava le cose più belle della vita per quel che aveva fatto nella guerra partigiana, un ruolo apparentemente semplice, ma che semplice non era stato né cosa da poco. C’era la donna che per mesi aveva incontrato Adele senza mai quasi aprire bocca, c’era il contadino proprietario della capanna, c’erano quasi tutte le operaie della fabbrica, c’erano molti di quelli che la notte dei falò erano sui crinali dei monti. Fu un buon inizio di una nuova vita insieme per Adele Faleni e Folco Marsili, ma non so niente di come questa storia, non una storia di eroi ma di gente normale, si dipanasse negli anni a venire, anni con luci ed ombre ma belli, anni in cui sul confine fra colline e montagne, in un giorno di gelo e di vento, si dice che io venissi al mondo proprio per poterla raccontare.

 

 

 

 

 

 

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