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Categoria: Letture
Creato Domenica, 01 Ottobre 2017

femministaLa femminista, di Rino Ermini (n°205)

Passavamo l’estate, se eravamo studenti, o le ferie, se eravamo lavoratori, nei modi più disparati, facendo grandi o piccole cose, quasi sempre ben riuscite e piacevoli. C’era chi andava ad Amsterdam e chi al mare in Sardegna, chi a fare un giro a piedi sull’Appennino con tenda e sacco a pelo nello zaino, chi una settimana a Rimini e chi dalla mattina alla sera a oziare seduto davanti alla Casa del popolo.

Io ero uno di quelli che quell’estate per l’appunto stavo davanti alla Casa del popolo. Un pomeriggio ricevetti una telefonata, non a casa mia ché il telefono non ce l’avevo, ma qui, al circolo. Era una mia amica che, avendo avuto problemi di salute, allo scopo di rimettersi un po’ in sesto aveva preso una casa in affitto sulle montagne pistoiesi per passare lassù, al fresco e all’aria pulita, il mese d’agosto. Mi chiedeva se avevo voglia di andare a trovarla. Non era sola, a passare le vacanze con lei c’erano altre due ragazze del nostro quartiere, che conoscevo. Così il giorno dopo sono partito, zaino in spalla con tenda e sacco a pelo (caso mai ci fosse stato qualche problema di letti), quattro o cinque libri e due o tre indumenti per cambiarsi. Non serviva altro. È inutile dire che non avevo la macchina, quindi ho preso il treno per Pistoia e poi l’autobus di linea che si arrampicava fino all’Abetone.

La casa dove queste ragazze erano alloggiate era bella e spaziosa, ai margini di un paesetto abbarbicato sul fianco della montagna e sommerso dai boschi. Dalle sue finestre si dominava una valle, anch’essa folta di vegetazione, e percorsa al fondo da un torrente che si poteva raggiungere con un sentiero pulito e ben tenuto. Non c’è stato bisogno di tenda. Non avevo un letto ma due coperte sul pavimento sotto il sacco a pelo andavano benissimo. Quasi ogni giorno, soprattutto di pomeriggio, qualche volta in compagnia ma più spesso da solo, raggiungevo il torrente e camminavo qualche ora seguendolo, nel senso della corrente o verso monte, a volte sulle rive e a volte coi piedi in acqua, spesso facendo il bagno. Dopo cena si andava un’ora al bar del paese, seduti al fresco a bere un caffè e fare due chiacchiere.

C’era anche, oltre alle tre ragazze del mio quartiere, una loro amica di Firenze di cui non mi avevano detto nulla, sui venticinque anni, di famiglia ricca, bella ragazza, femminista di primo piano. Io davo una mano in casa, questo era ovvio e scontato. Riassettavo anche la sua camera, rifacevo la mattina il suo letto, ecc. Non è che la cosa mi interessasse più di tanto, ma un po’ mi dava fastidio, inutile lo neghi, tanto più che lei passava tutto il suo tempo a curarsi le unghie e fare altre cose sue. Non cucinava mai, non apparecchiava, non sparecchiava, non andava a fare la spesa. Si curava le unghie. Era sempre con la limetta in mano. Era così e basta. Le mie amiche mi prendevano in giro perché sapevano che le femministe, sebbene le frequentassi e avessi fra loro anche qualche conoscenza, non le digerivo molto.

Il bello è che questa ragazza, dopo alcuni giorni che ero lì, ha deciso di venire con me lungo il torrente. Non è che me l’abbia chiesto se poteva venire, mi ha detto semplicemente “oggi vengo con te al torrente”. Il primo immediato impulso è stato di risponderle “te al torrente se ci vuoi andare ci vai da sola, e se hai paura che le serpi d’acqua ti mordano il culo sono affari tuoi”. Mi sono però frenato la lingua, primo perché il torrente non era il mio e poi perché non volevo fare il cafone a casa di altre e con una del loro giro. Sono rimasto però un po’ perplesso e credo di aver anche fatto il viso rosso perché sebbene si dicessero di me molte cose ero persona piuttosto timida. Così siamo andati. Lungo il sentiero, a scendere, era molto chiacchierina. Avevo voglia di dirle qualche cosa sul suo comportamento in casa, ma anche qui ho lasciato perdere. Che mi importava? Tanto, mi dicevo, quando si fa la rivoluzione, femminista o no, visto che è di famiglia ricca, la mandiamo qualche anno in fabbrica a rieducarsi e così impara a stare al mondo. Arrivati al torrente, l’abbiamo seguito verso monte perché volevo raggiungere un buzzico (una pozza) piuttosto ampio e profondo dove si poteva fare il bagno. Camminando ogni tanto scivolava, perché non era molto pratica, e imprecava, cosa su cui invece era molto esperta; e mi toccava prenderla per mano per aiutarla, e andando si continuava a parlare. Giunti al buzzico abbiamo cominciato a spogliarci, ma mentre io sono rimasto in mutande lei s’è tolta tutto e mi guardava con aria ironica. Al che mi son tolto tutto anch’io e abbiamo cominciato a sguazzare. E mentre sguazzavamo le spiegavo che piante c’erano intorno, che pesci c’erano nell’acqua, delle serpi e così via. Lei per un po’ mi ha ascoltato ma si vedeva che rimuginava qualcosa. Infatti a un certo punto mi ha detto di piantarla perché non le importava niente di tutto quello che stavo dicendo: voleva solo mettersi con me e fare l’amore. Io sono rimasto molto male, ho balbettato che non sapevo, che la conoscevo da pochi giorni e tutte quelle cose lì. Mi ha detto che ero proprio scemo come lei pensava e quindi che la piantassi perché ero la persona adatta per lei. A queste parole mi sono molto risentito: “Ah sì?” le ho detto “sarei la persona giusta perché sono scemo?” Ma nell’attimo che così le dicevo l’ho presa fra le braccia, l’ho rovesciata nell’acqua, l’ho girata e ho cominciato a darle morsi sulle chiappe dicendole “ora ti faccio vedere come fanno le serpi d’acqua, razza di delinquente sbruffona che non sei altro”. Rideva come una matta e rotolandoci nell’acqua per un’ora abbondante abbiamo con grande foga e ripetutamente fatto l’amore. È stato bellissimo. Siamo poi rimasti accanto l’una nelle braccia dell’altro, sdraiati nell’acqua bassa, finché non c’è preso il freddo e ci siamo allora avviati verso casa; ci siamo asciugati per strada al venticello fresco del bosco, camminando nudi e scalzi. Quando è iniziata la salita verso il paese si lamentava che non poteva camminare perché i suoi piedi non erano come i miei da contadino. Così le ho messo in mano scarpe e vestiti e le ho detto “reggili te che ti prendo a cavalluccio”. Per fortuna aveva il fisico di una silfide e non ho faticato troppo, ma sentivo che le piaceva a essere portata così, come un ranocchio. In prossimità del paese ci siamo fermati per rivestirci prima di correre il rischio di incontrare gente.

La sera a cena e nel dopo cena al bar nemmeno l’ho guardata negli occhi. Ho preferito comportarmi come nei giorni passati: ignorarla. Nei giorni successivi lei ha continuato a farsi le unghie. E io a rifarle il letto quando toccava a me rifare i letti. In un momento che siamo rimasti soli, le ho detto che bastava così, che era stato bello ma che la nostra storia appena iniziata doveva finire lì. Mi ha risposto che andava bene lasciar perdere per quei giorni che saremmo rimasti in montagna, ma che appena tornati in città si continuava, aveva già deciso, e se per caso mi opponevo mi avrebbe strozzato. Quando siamo rientrati in città per qualche giorno non l’ho vista, insomma non c’erano cellulari, non avevo il telefono e non le avevo lasciato l’indirizzo, quindi avevo cercato di seminarla. Non che non mi piacesse, ma mi sentivo più tranquillo così. Un giorno che ero a una riunione nella biblioteca della Casa del popolo, s’è affacciato un anziano che, con l’aria di chi la sa lunga, mi ha detto che c’era gente giù al bar che mi cercava e che facessi presto se non volevo essere strozzato. Dopodiché, mentre spariva e riaccostava la porta, l’ho sentito borbottare qualche cosa su questi rivoluzionari del cazzo che mettono incinte le ragazze e poi vigliaccamente scappano. Mi s’è gelato il sangue e ho avuto in effetti l’impulso di saltare dalla finestra e fuggire, senza preoccuparmi di sapere chi ci fosse dabbasso. Ma la finestra era troppo alta e allora sono sceso. Non c’era nessuna ragazza incinta. C’era solo la femminista, che era una ragazza ma non in stato “interessante”. Mi aspettava. Ho balbettato ingenuamente come aveva fatto a trovarmi e mi ha risposto ridacchiando di avermi già detto che ero scemo. Dopodiché ha soggiunto, graffiandomi leggermente sul collo con le unghie, che era meglio che non facessi troppo il furbo, che le era piaciuto da morire come le avevo mordicchiato il culo e che voleva farlo ancora. La ragazza addetta al bar che stava di là dal bancone faceva il proprio lavoro e intanto ascoltava, tanto più che la mia innamorata non si preoccupava di tener la voce bassa, e a queste parole mi ha guardato col viso contratto nel tentativo di bloccare una sghignazzata; ma non ce l’ha fatta, e finito lo sghignazzo mi ha quasi gridato coram populo, facendo girare tutti quelli che stavano nella sala a chiacchierare o a giocare a carte, che di me si poteva sapere più o meno tutto, ma non che avessi il vizio di mordere il culo alle ragazze. Insomma è stata una bella situazione. Sta di fatto che io e Loredana Lorenza, la disgraziata che passava il tempo a curarsi le unghie si chiamava così, aveva due nomi, siamo rimasti insieme per i successivi tre anni e che io sappia senza che nessuno dei due se ne sia mai pentito. Solo io, da lì in avanti, chiunque incontrassi non potevo evitare di sentirmi fare battute ironiche circa questo mio presunto vizio che lei, se richiesta, confermava molto convinta e divertita.

 

 

 

 

 

 

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