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Categoria: Letture
Creato Lunedì, 01 Gennaio 2018

SpigaLia Bonarini Bagiardi, di Rino Ermini (n°208)

Lia Bonarini Bagiardi, contessa, era una che veniva da una famiglia nobile proprietaria di poderi. Quando l’ho conosciuta era ormai molto in là con gli anni, la sua famiglia non c’era più, l’essere nobile non contava più nulla, e in quanto ai poderi gliene erano rimasti tre, con sopra altrettante famiglie mezzadrili. Anche la mezzadria, nemmeno a farlo apposta, era sul punto di morire. Tanto è vero che i figli dei suoi mezzadri di lavorare la terra non ne volevano sapere: erano in tutto sei e due, di età intorno ai vent’anni, già lavoravano come operai in città, preferendo alzarsi alle quattro la mattina e tornare a casa alle otto di sera, ma trovarsi ogni mese un salario, piuttosto che fare la stessa cosa per lavorare il campo sotto casa, ma a fine mese non trovare nulla o quasi; gli altri, di età fra i dieci e i quindici anni, andavano a scuola e dicevano che volevano studiare fino a diventare dottori. Non c’era speranza.

 

La contessa Lia, come famigliarmente la chiamavano, non era persona malvagia o che potesse rimanere antipatica. Con i contadini aveva sempre trattato con rispetto, applicando i patti della mezzadria con correttezza; e spesso, quando giungevano a dividere l’olio o il vino o il grano, (ormai solo quelli si dividevano perché le antiche abitudini di dare al “padrone” la frutta o gli ortaggi migliori, gli agnelli e le uova a pasqua e i capponi a natale, erano scomparse), lasciava a chi lavorava la terra anche qualcosa in più di quel che sarebbe spettato. Senza contare che i contadini, com’era ormai consuetudine, per ripagarsi in qualche modo della fatica mai compensata a dovere, prima di andare alla divisione una certa quota del prodotto l’avevano già sottratta. E lei lo sapeva, come lo sapevano tutti quelli che avevano ancora dei poderi ed erano alla disperata ricerca di disfarsene e trovare una qualche alternativa perché quel tipo di agricoltura non aveva più sbocchi.

La Bonarini Bagiardi viveva in una bella casa in paese, non una vera e propria villa, ma insomma una dimora che di certo per ampiezza e aspetto esteriore era al disopra delle altre. Questa donna si alzava presto al mattino e beveva in casa il suo caffè con un po’ di zucchero e inzuppandoci, diceva lei, e non abbiamo motivo di dubitarne, un po’ di pane raffermo. Poi usciva e passo dopo passo, né lentamente come i vecchi, né troppo veloce, se ne andava camminando e tirandosi dietro un bastone che s’era fatto da sola, più per darsi un tono che per appoggiarsi. Camminava sulla strada che in falsopiano, con continui saliscendi leggeri, tagliava a sinistra e a destra del suo paese le colline, portando a due paesi vicini, uno a dieci chilometri, quello a sinistra guardando le alture, e l’altro, quello a destra, a sette chilometri. Un giorno da una parte e un giorno dall’altra. Macchine a quell’epoca ne passavano assai di rado. Tuttavia chiunque transitasse si fermava e le chiedeva cortesemente se voleva “montare su” (così si diceva all’epoca), sapendo già che la risposta altrettanto cortese sarebbe stata un “no grazie, preferisco camminare un pochino”. Un giorno da una parte e un giorno dall’altra, dicevo, e poteva o meno arrivare a uno dei due paesi, dipendeva da quali e quante persone incontrava, non sulla strada ché, a quell’epoca, nessuno camminava per divertirsi, ma nei campi a fianco. Campi che allora non erano, come quasi tutti sono oggi, abbandonati o semi abbandonati. E di contadini ce n’erano sempre. Se non era fine inverno o inizio della primavera quando erano in atto le potature, poteva essere novembre e dicembre per la raccolta delle olive, o meglio ancora ottobre per la vendemmia, o giugno per la mietitura che avveniva ancora a mano.

Se c’era una cosa che alla Bonarini Bagiardi piaceva fuori di misura era chiacchierare di campi e di lavoro dei campi, materia su cui era assai competente sebbene mancasse, non avendo mai lavorato,  di esperienza diretta. Amava parlare anche di religione e di dio: non era credente, e in un  mondo dove di credenti più o meno convinti ce n’erano tanti, di spazio per certe discussioni ne trovava in abbondanza. Aveva passione per l’agricoltura, e se il contadino o la contadina incontrati erano disponibili avrebbe passato l’intera giornata lì, lei al bordo della strada, gli altri nel campo mentre lavoravano, a parlare con affetto di olivi e di stagioni, di frutti e di raccolti. E di religione e di dio, perché i contadini da quelle parti, fossero credenti o non credenti, non perdevano occasione, magari partendo da una processione, un battesimo, una morte o un matrimonio, di entrare subito nel discorso di dio che c’è o non c’è, e dei preti e della chiesa. Lei sapeva il fatto suo e se erano credenti l’ascoltavano con timore e senza troppo saper cosa dire di fronte alle sue argomentazioni; se non credevano l’ascoltavano con attenzione per “imparare”, per avere argomenti e parole da “spendere”, magari in un contraddittorio al circolo, capitasse col prete o con chiunque altro.

Il giorno più bello per lei era forse la domenica. Se ne andava a mezza mattinata davanti al Circolo dell’ACLI o alla Casa del popolo a parlare delle solite cose, di vitelli come d’olio, di vino come di foraggi. Appoggiata all’immancabile bastone, aspettava che qualcuno facesse crocchio intorno a lei, ma più spesso era lei che girando da un crocchio all’altro  si fermava  dove  il discorso le pareva avviato meglio e di maggiore interesse. Era l’unica donna. Le altre ne avevano le scatole piene delle vacche e dei vitelli, dei polli e dei conigli, e a me pareva anche dei figli e dei mariti. Se uscivano di mattina era per andare alla messa e poi tornare svelte a casa a preparare il desinare; se uscivano al pomeriggio, se proprio non erano le tre beghine che non perdevano neanche il vespro, uscivano per andare a guardare la televisione al circolo o un film al cinema del prete.

La Lia non mancava mai alla battitura del grano, alle vendemmie e ad altri lavori nei suoi poderi, non per controllare, ma per guardare. Che cosa ci poteva essere di più bello che sedersi su una seggiola all’ombra di un noce ai bordi dell’aia e guardare per ore la “macchina” che batteva il grano. Io me la ricordo alle battiture, che non mancava mai di rivolgersi a noi ragazzi con parole dalle quali straripava la sua contentezza di trovarsi lì; ma noi, povera vecchia, la consideravamo poco e dall’alto della nostra sapienza ci chiedevamo saputi e alteri chi glielo facesse fare di venir lì a prendere caldo e pula invece di stare al fresco in casa sua. Lei sapeva bene perché c’era, noi invece l’avremmo capito soltanto secoli dopo quando, diventati adulti e spariti dalle nostre aie per andare a giro per il mondo, ci saremmo ricordati di quelli e di tanti altri momenti senza più poterli riagguantare. Alla battitura del grano alla fine c’era il pranzo, se il lavoro terminava sul mezzogiorno; ma se si lavorava fino a buio era meglio perché poi la cena era sull’aia, con le luci fioche di quattro lampade, la trebbiatrice ferma, i sacchi del grano ordinati sotto la loggia, le voci della gente che dopo essersi sciacquata al pozzo si sedeva per mangiare insieme, e tutti erano i benvenuti, chi aveva lavorato, chi era stato a guardare e anche chi aveva rotto le scatole, cioè i ragazzi.

Quand’era ancora in vita lasciò i poderi ai suoi contadini, vivendo da lì in poi di una modesta pensione, e con l’accordo che loro l’accudissero in casa sua fino all’ultimo giorno. C’era un’altra clausola in questo “contratto”: che finché fosse vissuta le avessero concesso di stare nei campi come prima. Così fu. Io l’ho conosciuta. Oggi ne parlo a volte con un mio amico, figlio di uno di quei contadini, che dopo una vita da dirigente passata da un continente all’altro, è tornato felicemente a “mettere le mani nella terra e nel concio”, cioè a fare l’agricoltore, nel podere che suo padre ebbe in eredità dalla contessa Lia Bonarini Bagiardi. 

 

 

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