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Categoria: Letture
Creato Sabato, 23 Marzo 2019

MazzuoloScalpello e mazzuolo, di Rino Ermini

Galligiano è una frazione di una ventina di case allineate ai lati di una strada in salita e lastricata,  metà da una parte e metà dall’altra. Finiscono le case dove la strada diventa viottolo montano. 

A Galligiano molti di cognome erano Venturi, del resto come in altre frazioni vicine quali La Lama, Caspri, Ciaspri e Mocale; genti giunte secoli addietro da chi sa dove e che, dopo aver varcato i monti, erano scese seguendo proprio quel viottolo che ora, entrando fra le case, si trasformava in strada. Giunsero con asini e muli, qualche pecora e qualche capra, magre vacche da lavoro e attrezzi. Fra gli attrezzi a nessuno mancavano scalpello e mazzuolo. Genti di mestiere contadini e pecorai, ma che sembravano portati più a cavar sasso e lavorarlo. Qui si fermarono perché il pendio bene esposto e meno erto lasciava intendere la possibilità di erigere magri campi a terrazza, e capanne da trasformare a suo tempo in case di pietra. Era anche una terra dove facilmente affiorava il macigno, buono a farci qualche cava. Più in giù, verso la valle, su terreni migliori, non vollero né potevano andare: c’erano altri coi quali volevano convivere, non urtarsi. Dove si fermarono, c’erano anche due torrenti. Voltando le spalle ai monti e guardando la piana, uno era a mancina, con meno acqua, ma buona da bere, e uno era a man ritta, più impetuoso, buono per il mulino e per lavarci le pecore a primavera, prima della tosatura.

Nel corso dei secoli, sulle lastre della strada che ancora oggi si vedono ben conservate, molti han lasciato le loro tracce a colpi di scalpello. Chi solo il nome, chi una croce, chi un simbolo strano, chi dei versi: “9.9.1929 /Giorno maledetto da me/e pur da dio/piovve da perdere la fe’/e nacqui io”. Nel borro a man ritta ci fu fatto un mulino. Sta inciso su un architrave: “Con pochi assegnamenti e men quattrini/ a solo onor di dio unico e trino/ Francesco di Giò Batta Sassolini/ di nuovo edificò questo molino”.

Franco Venturi nacque nei primi anni Cinquanta del Novecento. L’1 di ottobre del 1958 entrò in prima elementare nella scuola che stava in una frazione più in basso. Sua madre gli preparò nella cartella un quaderno con la copertina nera, un lapis per scrivere e l’appuntalapis, la gomma per scancellare e una fetta di pane col rigatino per la merenda. La cartella era di cartone rinforzato. Lui ci mise dentro anche lo scalpello e il mazzuolo perché la sua esperienza gli diceva che si scriveva con quelli: l’aveva visto fare sulla strada. Non sapeva a che servisse la gomma per scancellare: quel che fai con lo scalpello, o lo fai bene o se sbagli butti via tutto. L’aveva detto suo nonno. A scuola, quando la maestra disse di prendere il lapis e il quaderno che ora avremmo imparato a scrivere, capì che c’era qualche cosa che non quadrava, ma stette zitto. Questo qualcosa che non andava lo vide chiaro nel momento che la maestra cominciò a fare alla lavagna palettini e cerchiolini, col gesso, e loro dovevano rifarli sul quaderno. Era quello lo scrivere? Comunque si adeguò: voglio proprio vedere dove si va a finire, disse fra sé. Quando la maestra smise di fare pali e cerchietti, e girando fra i banchi passò anche accanto a lui, si fece coraggio e le chiese sottovoce come si scriveva Franco Venturi. Lei lo guardò, prese dalle sue mani il lapis e glielo scrisse in bella grafia sul quaderno accanto ai palettini. Franco osservò timidamente che non era così, ché sulla via di Galligiano le parole erano scritte in un altro modo. Allora lei glielo scrisse di nuovo, questa volta in stampatello. Ecco, disse il ragazzino, questo è giusto: a casa mia si scrive così. Bene, disse la maestra chiudendo la faccenda e proseguendo il giro per la classe.

Franco Venturi, il pomeriggio del suo primo giorno di scuola lo passò a vendemmiare con la propria famiglia e Ulinto Bruschetini, un amico di suo padre che non aveva terra e veniva a dare una mano ogni tanto per guadagnarsi una cena e un po’ di compagnia. La vendemmia, quand’era l’ora, veniva prima di ogni cosa. Ma il giorno dopo, appena tornato da scuola, non mangiò nemmeno dalla furia che aveva. Prese quaderno, mazzuolo e scalpello, apri l’uscio delle pecore e le avviò verso il ponte di Capraia, sul borro del Molino. Passò il ponte e fece scendere le bestie a mangiare nel pendio boscoso fra il viottolo su cui stava e l’acqua che scorreva in basso, così che aveva da curarle solo dal lato dei campi di Dino di Giangino, e questo poteva farlo a sassate, senza muoversi da quel punto in prossimità del ponte dove il viottolo era su lastroni di pietra serena. Sistemate le pecore, tirò fuori gli attrezzi e il quaderno che aprì alla prima pagina dove c’era il suo nome, lo poggiò aperto per terra e ci mise sopra due sassi perché il vento leggero non gli girasse le pagine. E su una lastra, armato di emozione, cominciò a dare di scalpello, con cautela per non sbagliare, ma deciso. I colpi del mazzuolo, a causa del rumore del torrente, era difficile che si sentissero da casa sua. Sua madre voleva che quando andava con le pecore si portasse dietro il quaderno per fare le lezioni che gli dava la maestra, non che si mettesse a balocco. Scalpellò per più di un’ora e poi, appunto, per far sì che la sua mamma, che era una brava donna ma metteva mano alla frusta con troppa facilità, non si arrabbiasse, tirò fuori il necessario e fece le lezioni.  Il lavoro di cavare il proprio nome sulla pietra del viottolo, durò cinque giorni. In quel pezzo di bosco le pecore alla fine non trovavano più nulla e così al quinto, intento a contemplare con soddisfazione il lavoro finito, sentì gridare Dino di Giangino che lo chiamava perché le bestie erano nel suo a mangiargli lo strame. Ora sta a vedere, disse, che le busco da Dino, e se mia madre lo sente vociare, anche da lei.

Franco, finite le elementari, fece le medie e poi andò ogni giorno giù al piano per frequentare una scuola professionale di edilizia. Nel pomeriggio, ma già da quando faceva le medie ci andava, lavorava per due spiccioli nella cava di Vasco di Bacciarino, un anziano che lo prese a squadrare pietre da costruzione perché sperava chi sa come che quel ragazzo potesse aiutarlo a salvare il mestiere. Un mestiere che era irreparabilmente sulla via del tramonto. Ora si costruiva in mattoni e cemento ed era già molto se qualcuno veniva a ordinare uno stipite, un architrave e una soglia lavorati in pietra. Quando Vasco chiuse bottega e burattini, Franco aveva appena finito il professionale, e il loro mestiere qualcuno l’avrebbe riscoperto e fatto funzionare quando Vasco era morto da tempo e Franco quasi vecchio. Una mattina prese la bisaccia di suo nonno (c’erano già borse moderne, ma lui prese quella), ci mise un pezzo di pane e uno di rigatino, lo scalpello e il mazzuolo, e se ne andò a piedi a prendere il treno che stava a undici chilometri da casa sua. Poteva andare in autobus o farsi accompagnare da qualcuno che aveva la macchina, ma chissà perché volle andare a piedi, facendo stradelle fra boschi e campi, passando per Valle dei Regi e Col di Lungo, e poi giù fino al paese dove stava la stazione. Andò in città. Trovò lavoro e divenne un mastro scalpellino che lavorò per tutta la vita con l’Università al restauro di palazzi ed edifici antichi. Andato in pensione, è tornato a vivere nella casa che fu della sua gente fin dai tempi dei tempi, a Galligiano. Il suo nome, oltre il ponte sul sentiero che porta a Capraia, si legge ancora.

 

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