Stampa
Categoria: Musica
Creato Mercoledì, 01 Ottobre 2008

Koiné, di Roberto Picchi, recensione di Ilaria Leccardi (n°106)

All’inizio è una frase. Il suono caldo del violoncello. Poi si aggiunge la viola, ed è di nuovo la stessa frase, secondo una variazione. Non un’ossessione, ma un incedere lento.

Quindi è la volta del violino e infine la fantasia del flauto rinascimentale. Gli strumenti entrano uno alla volta, per unirsi in una coralità luminosa. È la coralità di un popolo. Poi poco a poco gli strumenti se ne vanno, in ordine inverso rispetto all’arrivo. Prima è il flauto a lasciare la scena, quindi il violino. E le frasi in variazione si ripetono a ritroso. Poi rimangono i suoni caldi e umani. E’ il popolo che fugge, dimenticato, metafora dell’abbandono, la malinconia e l’eco lontana di chi ancora prova a sognare. Alla fine è solo il violoncello a impegnare la scena, di nuovo su quella frase iniziale. “Danza Kurda” è il brano che apre Koine (1999), un album in cui l’autore, Roberto Picchi, mette in vita una sintesi di suoni e sonorità, di strumenti, classici e tradizionali, in una serie di brani complessi che si completano l’uno con l’altro, creando un significato ulteriore.

Secondo lo stesso autore: “Come una metafora barocca che fa toccare tra loro due nuclei semantici diversi per operare un’azione di sintesi, non tanto verso la meraviglia, come è tipico della metafora barocca, ma verso l’immaginazione”.

Dopo la complessa architettura della prima traccia è la volta di cinque brani per quartetto d’archi e ghironda (“Stasimi e danze”). Sonorità diverse, ma che non si sovrappongono annullandosi, bensì dialogano, tra il suono continuo e ondeggiante di uno strumento antico come la ghironda che a tratti emerge e la luminosità degli archi che disegnano percorsi volatili.

La storia di “Pazzo per mia pietà”, brano per clavicembalo e soprano, è diversa. Il testo, nato su commissione per uno spettacolo teatrale, si è trasformato in un sottile gioiello, dove vive lo stile veneziano del clavicembalo e la voce del soprano che racconta una storia di amore e tradimento, il cui riferimento più chiaro è ai Vangeli apocrifi, dove l’inganno di Giuda è letto in realtà come atto d’amore. Un brano strutturato in una serie complessa e serrata di recitativi e arie, dove si trovano citazioni simmetriche all’inizio e alla fine dal Re Lear e da un’opera di Benedetto Marcello.

Quindi si ritorna al suono degli archi, con “La corona di Balkis”, un componimento in tre tempi. Il più drammatico è l’Adagio, dove il riferimento è alla fine drammatica di Gerard de Nerval, che raccontò la storia di Balkis, regina di Saba. Il suicidio del poeta nei vicoli di Parigi, una scena per immagini, che la musica altalenante e in certi momenti disorientante ripercorre passo passo, quasi grottesca, tra il tragico e l’ironico. 

Infine i due canti gregoriani con l’accompagnamento della chitarra suonata dallo stesso Picchi. Brani gentili, cantati da voci femminili, quasi angeliche. Viva è la presenza della Terra e del Cielo, l’universo maschile e femminile, dove non c’è supremazia di uno sull’altro, ma un combaciare nel reciproco completamento.

Oltre alla complessità e all’analisi musicale minuziosa che sta dietro alla sua creazione, questo album ha alla sua base anche la sfida di mettere a confronto e insieme musicisti di fama internazionale, grandi esecutori nel loro strumento, come David Bellugi al flauto e Stefano Zuffi alla ghironda. 

Il salto temporale e musicale rispetto all’unico altro disco edito dall’autore, “Raggi di Sole”, nel 1977, è notevole. Allora si trattava di un album cantautoriale, sei lunghe canzoni cantate, mentre qui domina l’aspetto strumentale e di stampo classico. Il passato nella canzone d’autore, affianco ad artisti come Claudio Lolli, si è evoluto, grazie anche agli studi di composizione, direzione di coro e strumentazione per banda al conservatorio bolognese Giovan Battista Martini. Una crescita notevole, ma non un distacco dalle sue origini. In realtà, infatti, il filo che unisce le due produzioni è tutt’altro che sottile. Già in “Raggi di Sole” le parti strumentali avevano grande importanza e aiutavano la voce a raccontare. Anche in quell’album c’erano i popoli e l’uomo nella sua materialità. Allora il brano di apertura, che dava il nome all’intero disco, raccontava la tragedia degli indios sradicati della propria terra e privati dei pascoli per far spazio alle miniere, mentre qui si parla di un popolo in fuga, discriminato. Anche lì c’era la ricerca di un protagonista. Quello che emergeva era però soprattutto una costruzione a contrapposizione, dove figure diverse si scontravano. Il salto qui invece è rappresentato dal desiderio di sintesi e armonia, come dice lo stesso titolo dell’album, “Koine”, un linguaggio che unisce forme diverse di espressione, il tutto arricchito da una notevole crescita musicale, sviluppata negli anni. Un’armonia che è difficile poter prevedere nel futuro, ma che rimane nell’immaginario e può servire a sognare.

Per chi volesse ascoltare Koine, può trovarne un assaggio (“Danza Kurda” eseguita da  David Bellugi e  orchestra) su www.youtube.com, o richiedere il CD all’autore:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Koiné, di Roberto Picchi, recensione di Ilaria Leccardi (n°106) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.