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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 01 Settembre 2016

DemolitionDemolition, recensione Luca Baroncini (n°193)

di Jean-Marc Vallée

con Jake Gyllenhaal, Naomi Watts, Chris Cooper, Heather Lind

Dopo “Wild”, elaborazione del lutto di una figlia rimasta completamente sola dopo la morte della madre, il canadese Jean-Marc Vallée intraprende un altro percorso di ricerca di sé scatenato dalla morte di un familiare. Il protagonista è infatti un marito che si ritrova improvvisamente vedovo in seguito a un incidente stradale. Provato da un dolore che fatica a trovare sfogo, l’uomo prende gradualmente consapevolezza di una vita che scopre non appartenergli: non amava la donna che ha perso, ha accettato un lavoro redditizio ma non gratificante grazie agli appoggi del suocero, vive in una casa lussuosa dove tecnologia e comodità non scaldano il cuore.

Impossibile confidare il proprio sentire ad amici e parenti, sarebbe un mettersi a nudo rischioso e difficile da comunicare, soprattutto se un carattere introverso rende faticoso dare forma alle parole. Un orecchio sconosciuto, una voce non giudicante, sono ciò che ci vuole. L’occasione è offerta da una lettera di lamentele, per i soldi trattenuti da una macchinetta automatica che non ha erogato il prodotto in ospedale, proprio nella notte in cui la moglie è morta. All’ufficio reclami c’è infatti una donna che si interessa alla sofferenza del protagonista e attraverso piccoli passi lo aiuterà a ritrovarsi.

Raccontato così sembrerebbe un film piuttosto riuscito: un dolore indicibile da superare, la scoperta di parti di sé che non si pensava di avere, un incontro inaspettato in grado di mettere le cose nella giusta prospettiva. Peccato, invece, che i tanti possibili spunti si perdano in un nulla di fatto. Il maggiore difetto del film è nel modo in cui rende tangibile il dolore del protagonista. Il regista, infatti, decide di esplicitarlo creando una corrispondenza tra il dentro e il fuori. Bisogna distruggere per poter ricreare? E allora il protagonista fa piazza pulita di ogni cosa che gli capita a tiro, dalle piccole alle grandi, rompendole, fracassandole, facendole a pezzi. Ci si domanda se fosse necessario rendere così evidente un processo di evoluzione interiore dandogli una didascalica, ripetitiva, e a volte ridicola, concretezza. Non va meglio con l’incontro delle due solitudini. Anche in questo caso l’idea sarebbe stimolante, ma la donna entrata per caso nella vita del protagonista esce presto di scena per lasciare il palco al figlio, adolescente in crisi alla ricerca di un’identità.

La logica alla base del film sembra quindi quella dell’accumulo: affiancare problematiche diverse senza però approfondirne nemmeno una e buttando lì pure qualche colpo (basso) di scena tanto per rimpolpare un po’ la trama e dare mordente. Tutto, però, arriva fasullo, superficiale, urlato. Per tacere del finale buonista che pare accontentare i personaggi ma non certo lo spettatore, tediato da un dolore effettistico mai sondato veramente.

Peccato, perché Jake Gyllenhaal è davvero bravo, Naomi Watts mostra la consueta sensibilità (è il suo personaggio a non avere alcun peso), Chris Cooper ha carisma da vendere e il regista sembrava perfetto per dare spessore al soggetto.

 

 

 

 

 

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