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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 01 Ottobre 2017

Marco ManettiAmmore e malavita, recensione di Luca Baroncini (n°205)

di Antonio e Marco Manetti

con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Franco Ricciardi

Marco e Antonio Manetti (in arte Manetti Bros.) sono maestri di un cinema artigianale dove delle necessità, la mancanza di mezzi adeguati, si fa il più delle volte virtù, grazie a creatività, entusiasmo e fantasia.

Il loro cinema, spesso bistrattato e comunque mai davvero apprezzato, ha sempre cercato di pensare in grande e, cosa rara per il panorama nazionale, di abbracciare generi differenti: l’horror (“Zora la vampira” e “Paura 3D”), il thriller (“Piano 17”), la fantascienza (“L’arrivo di Wang”). Con “Song ’e Napule”, omaggio ai gialli e ai polizieschi italiani anni ’70, ottengono anche l’attenzione della critica, ma è grazie alla televisione (“Rex” e “L’ispettore Coliandro”) che il loro nome esce dall’underground e arriva al grande pubblico.

Il loro nuovo lavoro continua la strada della contaminazione di generi e osa l’impensabile: la rivisitazione della sceneggiata napoletana. Si tratta infatti di una sorta di musical che affronta un tema usuratissimo, la lotta tra bande mafiose a Napoli, con grande ironia e voglia di sperimentare. L’intreccio non cerca l’originalità (lo scambio di persone per consentire a un boss camorrista di uscire incolume dal giro) ma è ben congegnato e il film scivola leggero tra canzoni e canzonette, kitsch consapevole, amori e amicizie totalizzanti, parenti serpenti (anche perché sempre minacciati da una pistola), regolamenti di conti e una Napoli come al solito ambivalente: città bellissima e vitale ma fulcro del peggior malaffare.

Molto accurato il lavoro musicale, firmato Pivio e Aldo De Scalzi, rilettura personale e felice compenetrazione di Rhythm & Blues e tradizione popolare napoletana, con alcuni pezzi davvero strepitosi, dalla “Scampia Disco Dance”, che ironizza sulle Vele di Scampia, ormai dopo il successo di Gomorra simbolo della città come lo è la Torre Eiffel di Parigi, una parodia di “Thriller” di Michael Jackson con i sicari morti che abbozzano un irresistibile balletto (il coreografo è Luca Tommassini) e una geniale reinterpretazione della celeberrima “What a feeling” di “Flashdance”, dove una corsia d’ospedale diventa il teatro di un amore ritrovato.

Volenterosi, divertenti e divertiti gli interpreti, in cui si distingue un favoloso Carlo Buccirosso, con una padronanza dei tempi comici in grado di rendere spassose tutte le sequenze di cui è protagonista. Un po’ troppo lungo, e si sente soprattutto nei raccordi del pre-finale, è comunque un esperimento riuscito di parodia che conferma il talento, anche un po’ cialtrone, ma vitale e creativo, dei due troppo a lungo sottovalutati fratelli romani.

 

 

 

 

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