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Categoria: Cinema
Creato Venerdì, 01 Dicembre 2017

lovelessLoveless, recensione di Luca Baroncini (n°207)

di Andrey Zvyagintsev

con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Varvara Shmykova, Matvey Novikov

Un uomo. Una donna. Un bambino di dodici anni. La Russia. Sono questi gli elementi del film durissimo di Andrey Zvyagintsev, Leone d’Oro a Venezia nel 2003 per il potente “Il ritorno” e da allora sempre presente nei maggiori festival internazionali. E potente lo è anche la nuova opera che mette in scena due figure genitoriali mostruose nell’avere perso ogni ragionevolezza concentrandosi unicamente su se stessi. 

Il rapporto è logoro e deteriorato e ogni incontro è un continuo rinfaccio; lei più istintiva, lui più apparentemente distaccato, entrambi senza alcuna considerazione per il bambino frutto di quell’unione, per cui nel futuro familiare non c’è posto. Sia il padre che la madre si illudono infatti di potersi ricostruire una vita, e una felicità, rimuovendo un passato scomodo accanto a nuovi partner. Il presente è quindi una tappa intermedia, qualcosa da cui prendere le distanze il prima possibile.

Ci rimettono tutti dall’incapacità di comunicare dei due genitori, ma soprattutto chi ha la sola colpa di esistere e, invece di essere tutelato e protetto, viene rifiutato e rimpallato senza riguardo. Un giorno, dopo l’ennesima dimostrazione di disinteresse quel bimbo scompare. E tutto cambia. O forse no. Perché, al di là del dolore per le scelte sbagliate e delle colpe per l’irresponsabilità dimostrata, è l’indifferenza a farsi largo e a trovare uno spazio se non consolatorio comunque in grado di porre basi di apparente serenità. 

Metafora perfettamente leggibile, fin troppo a volte, di una Russia immersa in una modernità solo in superficie rassicurante, che dietro la tecnologia e lo sguardo in avanti cela non poche crepe. In tal senso l’epilogo ambientato nel periodo dell’intervento militare in Ucraina, evocato dietro la freddezza di schermi che ne celano l’orrore, concretizza tale disillusione verso un obiettivo specifico, mostrando la perdita di valori e di senso comunitario di una nazione alla deriva. 

Non è quindi un caso che il film non abbia avuto alcun sostegno finanziario in patria e sia stato reso possibile solo grazie all’inter-vento di privati esteri. Se il collante politico non stona ma arriva un po’ didascalico (a cominciare dall’edificio abbandonato in cui si pensa possa avere trovato rifugio il bambino, metafora di un passato andato perduto), lo scavo dei personaggi tocca invece nel profondo. Una sequenza su tutte si imprime nella memoria, e non si dimentica anche a mesi di distanza, quella dello strazio del bambino in seguito all’ennesimo confronto rabbioso tra i genitori; sequenza potentissima grazie alla solidità della regia, che riesce a spiazzare e a portare il nostro sguardo proprio nel punto in cui fa più male. A Cannes, dove è stato presentato in concorso, ha vinto il Premio della Giuria.

 

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