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Categoria: Cinema
Creato Venerdì, 01 Dicembre 2017

Matt DamonSuburbicon, recensione di Luca Baroncini (n°207)

di George Clooney

con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Oscar Isaac

A Suburbicon le villette sono a schiera, gli uomini vanno al lavoro mentre le donne puliscono la casa, accudiscono i figli e attendono il marito con la cena fumante e il sorriso sempre pronto. Del resto siamo nel 1959 e questo è il modello che l’America sta cercando di vendere al mondo. I fratelli Coen, però, da sempre si divertono, e il più delle volte divertono, a smontare questa apparente serenità attraverso il cinema. Nel loro sguardo tagliente dietro a ogni sorriso non si nasconde tanto una lacrima, come da ricetta Disney, quanto un coltello, molto affilato e pronto a squarciare ogni superficie per mostrare l’abisso che nasconde. 

 

Il celebrato duo, però, firma solo la sceneggiatura, scritta nel 1986 dopo il felice debutto con “Blood Simple”; la regia è invece di George Clooney, che riadatta anche il copione, insieme al fidato Grant Heslov, attualizzandolo al presente nella contaminazione del thriller con il conflitto razziale. La vita della piccola comunità viene infatti sconvolta dall’arrivo di una famiglia di neri che diventano il capro espiatorio di qualunque malefatta sancendo l’ottusità di una società incapace di vedere oltre il proprio naso, pronta a punire chi non ha la pelle bianca al posto di assassini e malavitosi. 

Il marcio è quindi dietro le mura domestiche, camuffato da cortesia e buone maniere, e i Coen, e Clooney, ma soprattutto i Coen, lo mostrano con il consueto brio, attraverso un racconto spiazzante e ricco di colpi di scena che garantisce un intrattenimento solido, divertente e non fine a se stesso. 

Matt Damon incarna come al solito l’uomo comune, questa volta particolarmente inetto e preda di una serie di sfortunati eventi che lo fanno cadere nel baratro. Julianne Moore è perfetta donna che visse due volte, doppia non solo fisicamente ma anche nella noncuranza con cui passa dalla gentilezza verso i nuovi vicini alla furia omicida nei confronti del piccolo testimone scomodo. Ruolo decisivo, anche se dal corto minutaggio, per Oscar Isaac, ago della bilancia per far uscire i personaggi dal-l’ipocrisia di cui si nutrono. 

A Clooney riesce particolarmente bene l’impasto di generi cinematografici differenti, perché il film risulta brillante pur abbracciando il noir, thriller ma anche grottesco, drammatico eppure spassoso, ed è proprio l’essere indefinibile, e ironico, l’arma vincente di una regia la cui personalità si esprime più nei toni e nel contesto politico e sociale che nella messa in scena. Forse è l’impossibilità di incasellare l’opera ad avere spiazzato il pubblico americano, sta di fatto che in patria il film è stato completamente disertato nonostante i nomi altisonanti coinvolti e l’uscita massiccia. Un vero e proprio insuccesso. A questo punto cerca riscatto nei mercati internazionali. Diamogli una chance, perché se la merita. 

 

 

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