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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 11 Febbraio 2018

STRONGER-Jeff Bauman e Jake GyllenhaalStronger, recensione di Luca Baroncini (n°209)

di David Gordon Green

con Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Clancy Brown, Frankie Shaw, Miranda Richardson

L’attentato alla maratona di Boston del 15 aprile 2013, in cui l’esplosione di due ordigni piazzati vicino al traguardo causò la morte di tre persone e il ferimento di altre 264, è già stato portato sullo schermo da Peter Berg nel thriller “Boston”, incentrato sulla conseguente caccia all’uomo.

Il regista americano indipendente David Gordon Green cambia il punto di vista sul tragico evento e opta per una dimensione meno muscolare e più intima. Alla base della sceneggiatura vi è infatti l’omonimo libro autobiografico scritto da Jeff Bauman insieme a Bret Witter. Lo sguardo attraverso cui la vicenda è filtrata è quello dello stesso Bauman, vicinissimo alle bombe nel momento della deflagrazione. Un impatto devastante che gli ha ucciso molti sogni e cambiato la vita per sempre facendogli perdere le gambe. La sua foto in carrozzina, raccolto dai soccorritori, ha fatto il giro del mondo e in breve tempo Jeff Bauman è diventato il simbolo del “Boston Strong”, uno slogan utilizzato per rappresentare la capacità di recupero di tutti quelli che sono rimasti coinvolti nell’at-tentato di Boston. 

Una storia che incarna i tipici valori americani: la seconda possibilità, la forza del singolo, il bisogno di avere eroi. Nelle mani di Gordon Green il racconto cerca di contenere, e di mettere in discussione, retorica e patriottismo, ma poi non ce la fa e il film finisce per abbandonarsi all’enfasi e allo sventolio di bandiere a stelle e strisce.

Al di là dell’interpretazione molto fisica e credibile di Jake Gyllenhaal, ma anche della giovane Tatiana Maslany nel ruolo della giovane fidanzata del protagonista, ciò che più colpisce non è tanto il calvario di Bauman, umanamente quasi insostenibile ma cinematograficamente abbastanza scontato, quanto il contesto in cui si muovono i personaggi. L’America che ne emerge è infatti monotematica (lo sport su tutto), con pochi stimoli culturali e molta insoddisfazione neanche troppo latente (l’alcool è un rifugio a portata di mano), poco incline all’ascolto, ossessionata dai media, competitiva, bisognosa di miti e ambivalente nei confronti di una collettività che si critica ma dal cui consenso si finisce per dipendere. Tutti aspetti che affiorano tra le pieghe del racconto e alla fine molto più interessanti del tripudio di fanfare a cui il film pare (in)evitabilmente destinato.

 

 

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