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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 01 Marzo 2018

Valeria Golino e Alba RohrwacherQuattro giorni alla Berlinale 2018,  di Luca Baroncini (n°210)

Il modo migliore per approcciarsi alla Berlinale è azzerare le aspettative e lasciarsi andare al flusso. Consiglio che vale per qualunque festival e qualunque visione cinematografica ma che per la manifestazione tedesca è ancora più importante. Se, infatti, a Cannes e Venezia ci si aspetta di vedere i film che si fronteggeranno nella stagione dei premi che si concluderà con l’attribuzione degli Oscar, e questo volente o nolente finisce per condizionare anche i cuori più puri, a Berlino c’è maggiore libertà e voglia di sperimentare, non solo nelle sezioni collaterali ma anche nel concorso.

L’unico punto fermo è quello di un cinema mediamente impegnato, attento soprattutto alle dinamiche sociali, politiche e comportamentali, con un occhio all’attualità e ai suoi temi brucianti. 

Sarà forse anche per questo che mai come quest’anno i ruoli femminili hanno decisamente superato, per qualità e quantità, quelli maschili. Pensiamo all’unico film italiano in concorso, l’opera seconda di Laura Bispuri Figlia mia, in cui due donne, le brave Valeria Golino e Alba Rohrwacher, si contendono l’amore della piccola Vittoria in una Sardegna arcaica e fuori dal tempo, luogo ancestrale in cui rinascere a nuova e consapevole vita è possibile. Ma anche al discontinuo e bistrattato Eva, del francese Benoît Jacquot, in cui Isabelle Huppert si conferma icona di se stessa nel ruolo di una prostituta d’alto bordo che ammalia un giovane drammaturgo con più audacia che talento. A colpire è anche la sessantottenne svedese Léonore  Ekstrand, nello sgradevole Real Estate la respingente proprietaria di un palazzo ereditato dal padre che prova a tornare in possesso di ciò che legalmente le spetta mentre nella gestione degli appartamenti vige il malaffare. Lascia poi senza fiato la somiglianza della tedesca Marie Bäumer con il personaggio che interpreta in 3 tage in Quiberon, dove incarna la mitica attrice viennese Romy Schneider, rappresentata in un evocativo bianco e nero mentre rilascia quella che sarà la sua ultima intervista in un albergo sulla suggestiva costa bretone. 

Tra tutte le brave interpreti femminili quella che sembra destinata a ricevere un premio (a meno che non si opti per l’Orso d’Oro al film, e quando leggerete questo articolo il palmarès sarà già noto) è però la giovanissima Andrea Berntzen, protagonista assoluta del tour de force cinematografico Utøya 22. Juli. Nel film il regista Erik Poppe adotta il suo punto di vista per raccontare gli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che causarono la morte di 77 persone, 8 in seguito all’esplosione di un’autobomba vicino ai palazzi governativi di Oslo e 69 nella vicina isola di Utøya, dove era in corso un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista. La particolarità dello sguardo registico è nel proporre un unico piano sequenza, quindi senza stacchi di montaggio, della durata di 72 minuti, il tempo che l’estremista di destra Anders Breivik, che non si vede mai ma si percepisce sempre, impiega per compiere il suo massacro prima di essere fermato. Un film duro, sconvolgente, shoccante, in cui il rischio del mero virtuosismo viene superato dalla forza devastante del risultato.  

In quattro intense giornate, di cinema ce n’è quindi stato parecchio. Bello? Brutto? Soprattutto “originale”, come ci ha insegnato saggiamente il protagonista de “La coscienza di Zeno” riferendosi alla vita, di cui in fondo il cinema è una rappresentazione declinata per genere.

 

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