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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 22 Aprile 2018

locandina del film InsyriatedInsyriated, recensione di Luca Baroncini (n°211)

di Philippe Van Leeuw

con Hiam Abbass, Diamand Abou Abboud, Juliette Navis, Mohsen Abba 

La guerra può essere mostrata da vari punti di vista, tutti ugualmente devastanti. Il direttore della fotografia belga Philippe Van Leeuw, alla seconda regia dopo “Le jour où Dieu est parti en voyage” che racconta il calvario di una donna tutsi alla ricerca dei propri figli durante il genocidio del 1994 in Ruanda, sceglie di indagarla dal buco della serratura.

Il film è infatti ambientato nell’arco di ventiquattro ore all’interno di un appartamento. 

Siamo in Siria, a Damasco. Fuori impazzano i bombardamenti che devastano la città, gli aerei controllano dall’alto, i cecchini sparano a vista e non mancano gli sciacalli pronti a depredare ciò che gli capita a tiro. Oum Yazan è una donna della media borghesia che prova a resistere all’interno del suo appartamento insieme alla sua famiglia allargata composta dall’anziano suocero, una figlia adolescente con il fidanzato, altri due figli, la domestica e una coppia di giovani sposi con il loro neonato, in fuga dal quinto piano dello stesso condominio distrutto da una bomba. Il marito non è in casa, si sa solo che dovrebbe tornare. 

Il film è tutto giocato sul contrasto tra il dentro e il fuori attraverso un approccio quasi documentaristico, in realtà calibrato ad arte. All’interno dell’appartamento ci si aggrappa ai riti della ragione, ai pranzi, alle cene, alle buone abitudini quotidiane, almeno fino a quando è possibile, perché l’equilibrio è quanto mai precario. Il fuori è invece per lo più invisibile e prende la forma di un caos di difficile comprensione giocato soprattutto sui suoni, i rumori, l’attesa, la paura che qualcosa di terribile possa accadere. 

Con grande senso del ritmo Van Leeuw sfrutta l’unità di tempo e di luogo percorrendo l’appartamento in lungo e in largo, stando addosso ai personaggi, scandagliandone il patimento e le emozioni attraverso i primi piani. La sceneggiatura contribuisce a creare empatia grazie a una coralità ben dosata e a una scansione del racconto abilmente orchestrata per creare aspettative attraverso l’impostazione di contrasti forti, non detti insostenibili e mettendo i personaggi davanti a scelte difficili e dolorose. Lo spettatore si trova così catapultato in medias res in avvenimenti di cui fatica a capire le cause ma di cui comprende benissimo le possibili derive. Un approccio non troppo dissimile da quello dell’Occidente nei confronti di una guerra insensata che si percepisce da lontano e che non ci si preoccupa troppo di comprendere e/o disinnescare. 

Presentato alla Berlinale 2017 nella sezione Panorama ha vinto il Premio del Pubblico e ha ottenuto ampi consensi anche alla Festa di Roma 2017, dove era inserito nella sezione “Tutti ne parlano”.

 

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