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Categoria: Cinema
Creato Martedì, 01 Maggio 2018

Copertina del film "Lovers"Lovers, recensione di Luca Baroncini

di Matteo Vicino (n°212)

con Primo Reggiani, Margherita Mannino, Ivano Marescotti, Antonietta Bello, Luca Nucera 

“Lovers” di Matteo Vicino è un film molto pensato e curato e non sembra un’opera prima. E infatti non lo è. Si tratta del terzo film dopo “Young Europe”, commissionato dal progetto europeo Icarus e coordinato dalla Polizia Stradale italiana per sensibilizzare sulla sicurezza stradale, e la commedia “Outing – Fidanzati per sbaglio”.

La nuova opera è una commedia sofisticata, un rondò dei sentimenti, in cui cambiano le storie ma non i personaggi. Nei quattro raccordi che compongono il lungometraggio, infatti, i quattro attori protagonisti evolvono e mutano insieme al racconto senza soluzione di continuità. Più facile sicuramente da vedere che da spiegare. Il rischio è che il complicato lavoro di scrittura fatichi a emergere riducendosi a un gioco geometrico di simmetrie, ma l’effetto è sicuramente originale e piacevolmente straniante. Anche l’occasione per parlare trasversalmente di sentimenti, stimoli culturali, pulsioni e tutto ciò che finisce per caratterizzare l’umano, rendendoci ciò che siamo nel contesto in cui ci troviamo a interagire. Per capire meglio il progetto, ne abbiamo parlato con il regista Matteo Vicino e abbiamo deciso di dare spazio alla sua rabbia. Giustificata? Esagerata? Ci siamo limitati a registrarla per lasciare a voi lettori ogni libera interpretazione e ai diretti interessati la possibilità di controbattere, magari proprio attraverso le pagine della nostra rivista.

Nel film gli attori sono gli stessi ma cambiano le storie. Come ti è venuta questa idea?

«Volevamo qualcosa di assolutamente originale e mai visto nella storia del cinema. I personaggi ruotano intorno alle storie, ma dentro sono sempre la stessa persona».

Quattro raccordi, ognuno con colori, musiche e generi diversi. Lo spettatore può rischiare di perdersi?

«“Lovers” è una prova di intelligenza. Chi ha gli strumenti culturali, riesce a districarsi senza sforzi».

Il film è tutt’altro che sciatto e non ha quell’aura di maledettismo che di solito accompagna le opere indipendenti. Ma cosa significa, oggi, essere un film indipendente?

«Purtroppo un film indipendente in Italia è tagliato fuori da tutto. Il mainstream consente soltanto opere sgradevoli che rendono le persone più ignoranti. Tutto questo è ampiamente spiegato nel film».

Qual è la maggiore difficoltà incontrata?

«Abbiamo ricevuto “no” da tutti. Lucky Red, Bim, Rai Cinema, Medusa, Videa, Officine Ubu, Teodora. Il “no” che ha fatto più male è stato quello di I Wonder Pictures, sono di Bologna e non si sono nemmeno degnati di guardare il film. È un fatto politico. I loro finanziamenti arrivano da Unipol, quindi dal Partito Democratico. Non sono liberi, anch’essi sono purtroppo schiavi di un sistema politico che controlla il cinema. La difficoltà peggiore è stata vedere che “Lovers” è relegato in 30 sale mentre “Metti la nonna in freezer” in 400. Più i film sono brutti, più Rai cinema li produce».

Il film si gioca tutto sul doppio, ogni azione/ emozione ha il suo contraltare in un altro episodio, pieni e vuoti si rincorrono. È stato complicato in fase di scrittura restare fedeli a questa idea mantenendo comunque vivi e credibili i personaggi?

«È stato il lavoro più complesso della mia vita. Credo che più di così davvero non possa fare».

L’ignoranza e la cultura sono due facce della stessa medaglia?

«No, sarebbe un mondo perfetto senza ignoranza. L’Italia, secondo le statistiche Ocse, è il primo paese nel mondo occidentale per numero di analfabeti funzionali. Si parla addirittura del 73%. Anche questo fatto in “Lovers” è ampiamente denunciato».

Un film girato interamente a Bologna. Sembra un sogno, perché solo da poco la città è tornata a essere un set cinematografico. Basta pensare che in passato Pupi Avati per girare sotto ai portici è dovuto andare a Cuneo. Come mai questa enorme difficoltà a valorizzare una città meravigliosa?

«Vedi alla voce “politica”. Bologna purtroppo è sotto il giogo di settant’anni di potere dello stesso colore. Non se ne esce».

Che riscontri hai avuto nei tanti festival in cui il film è stato presentato?

«Negli Stati Uniti è stato un trionfo. Pensavamo di essere pazzi, poi è bastato varcare il confine. Abbiamo vinto a Miami, Londra, Lisbona, e a Philadelphia siamo candidati con 6 nomination».

Ho visto un promo in cui l’uscita era prevista per aprile 2017. È passato un anno. Cosa è successo in mezzo?

«Il tentativo disperato di convincere i padroni del cinema italiano a distribuirlo. Ci dicevano “non è commerciale”. Poi vai a vedere le visualizzazioni e sfioriamo il milione. Non sono gli italiani a essere imbecilli. È chi decide per loro che lo è».

Perché è così difficile distribuire un film in Italia? Come si potrebbe migliorare la situazione?

«L’Italia è il paese della mafia, il cinema non fa eccezione. Si è stretto un accordo mafioso tra le distribuzioni, e non passa nulla. Falsificano anche i dati Cinetel. Controllano gli esercenti. Tutto alla luce del sole, e nessuno fa nulla. Se pensiamo che il regista di punta dei vari governi era Fausto Brizzi, abbiamo detto tutto». 

Che ricordo hai del tuo esordio “Young Europe” e del successivo “Outing – fidanzati per sbaglio?”

«Young Europe è un ricordo indelebile. A tutt’oggi il mio miglior film e un film che ha cambiato, a mio giudizio, la storia del cinema. Girato con 5 ragazzi in troupe totali. “Outing” è un ricordo più brutto, ma sono convinto sia la mia opera più riuscita dal punto di vista comico. Non è facile per un autore fare un film totalmente comico».

Quali i progetti futuri?

«Lasciare l’Italia».

 

 

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