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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 05 Luglio 2018

Colin FarrellIl sacrificio del cervo sacro, recensione di Luca Baroncini (n°214)

di Yorgos Lanthimos

con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Alicia Silverstone

Yorgos Lanthimos si è ormai imposto nel panorama internazionale grazie al suo cinema in cui a emergere sono alienazione, incomunicabilità e angosce contemporanee.

Un padre padrone che si appropria del linguaggio per dominare il nucleo familiare (l’acclamato “Kynodontas”, candidato all’Oscar come Migliore Film Straniero); una società i cui membri si sostituiscono a persone decedute per dare ai loro familiari l’illusione che siano ancora in vita (“Alps”, premio al Festival di Venezia per la sceneggiatura); un futuro non lontano in cui essere single è fuorilegge e si hanno quarantacinque giorni di tempo per formare una coppia (“The Lobster”, premio della Giuria a Cannes). 

Nel nuovo film, distribuito in Italia a un anno dalla presentazione in Concorso al Festival di Cannes, le ossessioni del regista convergono in un film di genere. La famiglia covo di insidie, i rapporti di potere, la violenza inevitabile, la enunciazione di regole a cui dover necessariamente soggiacere, la meccanicità asettica di gesti e situazioni, i personaggi pedine di un gioco mortifero, vengono infatti declinati all’horror attraverso un percorso che, per la prima volta, non si limita a porre domande, mettere a disagio, far perdere ogni certezza, ma si sviluppa anche in modo compiuto, con premesse, svolgimento e conclusione. Scelta che ha fatto perdere al regista il favore di buona parte della critica, “sconcertata” da un’opera più decifrabile rispetto alle precedenti.

L’abbracciare il genere horror/thriller produce invece un risultato ben calibrato. Difficile far convivere grottesco e surreale con la linearità e la necessaria progressione di una storia in fondo convenzionale (una vendetta personale attraverso un maleficio a cui si può sfuggire solo facendo una scelta dolorosa), ma il regista riesce nella difficile impresa adattando il suo stile algido alle esigenze narrative. Ancora una volta Lanthimos ci accompagna nel suo mondo, che è uno specchio deformato e bizzarro del nostro, in cui i personaggi si connotano subito in modo originale ma coerente con l’atmosfera malata e dolente in cui sono immersi. Ironia, cinismo e crudeltà si intrecciano irridendo i riti borghesi, le consuetudini sociali, ridicolizzando ogni gesto umano e quotidiano (irresistibile la copula in modalità “anestesia totale”), e il film riesce nell’intento di destabilizzare. 

La chiusa non è di quelle ad effetto e l’epilogo finisce per portare la vicenda su binari meno sperimentali e più ordinari, i riferimenti al mito (la tragedia di Euripide “Ifigenìa in Àulide”) suonano un po’ contorno giustificativo, ma l’opera è di quelle che si ricordano anche a mesi di distanza, segno che ha svolto il suo lavoro perturbante in modo più che egregio. 

Plauso alla Kidman, icona di gelida bellezza, che potrebbe limitarsi a qualche comparsata pagata a peso d’oro e invece sceglie ruoli controversi e rischiosi. 

 

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