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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 03 Novembre 2018

THE FIRST MANFirst Man - Il primo uomo, recensione di Luca Baroncini (n°217)

di Damien Chazelle

con Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal, Jason Clarke, Kyle Chandler

Sono passati due anni dalla consacrazione mondiale con “La La Land” e il giovane Damien Chazelle (classe 1985) torna nuovamente ad aprire il Festival di Venezia con un film completamente diverso: dalla personale rivisitazione del musical alla storia, vera, drammatica ed edificante, della missione della NASA per portare l’uomo sulla Luna.

Il punto di partenza è il testo “First Man: The Life of Neil A. Armstrong” di James R. Hansen che ripercorre la vita dell’astronauta che per primo nella storia della umanità ha posato i piedi sull’unico satellite naturale della Terra. 

Ciò che interessa a Chazelle, coadiuvato da una sceneggiatura per la prima volta non sua ma di Josh Singer (“Il caso Spotlight” e “The Post”, tra gli altri), è coniugare il macro con il micro, la Storia con la storia. Da un lato, quindi, la sfida tra U.S.A. e U.R.S.S. per la conquista dello spazio, dall’altro Neil Armstrong nel quotidiano, dove la missione impossibile è quella di raggiungere un equilibrio tra la voglia di rischiare in prima persona buttandosi in un’impresa priva di qualunque certezza e i giorni che si succedono nel tentativo di rincorrere la stabilità familiare al di là delle avventure eroiche. 

Ciò che sembra premere maggiormente al regista, e anche l’aspetto più interessante del film, è quindi lo scavo nel privato e nell’intimo di Armstrong, il suo relazionarsi a una moglie (la brava Claire Foy) che si ritrova un marito sempre più distante, il vedere i figli crescere senza trascorrere tempo con loro, il sacrificare la quiete domestica per il bene della nazione. Il progredire della missione spaziale con le sue tappe obbligate (i fallimenti, i successi, le contrapposizioni, i giochi politici e di potere) trova invece una resa più convenzionale e di superficie, nonostante la perizia tecnica e la grande attenzione alle immagini, con inquadrature studiatissime e calibrate.

Dopo una prima parte preparatoria che fatica a ingranare e a prendere un ritmo fluido, il film trova un suo centro nell’esacerbazione dei conflitti che però perde sobrietà nella conclusione. Con la voglia e il “bisogno” di commuovere si opta infatti per svolte abbastanza puerili (quella collanina) tese forzatamente a parlare alla pancia dello spettatore e a dare un andamento circolare alla sceneggiatura, tra l’altro piuttosto discutibili nella resa emotiva a cui sono scaltramente destinate (il gesto del protagonista dà più l’idea dell’abbandono in un luogo buio e oscuro che di una dimostrazione di affetto eterno).

Non è sempre di aiuto la maschera fin troppo immobile di Ryan Gosling che finisce per abusare dell’introversione di Armstrong. 

Plauso, invece, alla colonna sonora, bellissima e originale, di Justin Hurwitz (lo stesso di “La La Land”) che arriva dove non giungono gli sguardi, le parole e nemmeno i silenzi.

 

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