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Categoria: Cinema
Creato Martedì, 05 Febbraio 2019

Barry JenkinsSe la strada potesse parlarerecensione di Luca Baroncini (n°220)

di Barry Jenkins

con KiKi Layne, Stephan James, Regina King, Teyonah Parris

L’acclamato “Moonlight”, secondo lungometraggio di Barry Jenkins vincitore a sorpresa dell’Oscar come Migliore Film nel 2017 (scippandolo a “La La Land”, va detto), evidenziava alcune caratteristiche: la GENTILEZZA dello sguardo, un OTTIMISMO di fondo, la ricerca del BELLO. Caratteristiche che si ritrovano anche in “Se la strada potesse parlare”, trasposizione dell’omonimo romanzo dello scrittore statunitense James Baldwin.

Il film ci trasporta nella Harlem dei primi anni ’70 ed è incentrato sull’amore contrastato tra la diciannovenne Tish e il fidanzato Fonny. A spezzare i loro sogni è l’arresto di Fonny per uno stupro che non ha commesso. Da quel momento Tish, che ha anche scoperto di essere incinta, lotterà in tutti i modi, e con il sostegno incondizionato della sua famiglia, per scagionare l’uomo che ama. Il lungometraggio segue le vicende giudiziarie e familiari successive al tragico evento in parallelo al racconto della nascita di quel sentimento così puro da sopravvivere a una distanza forzata e ingiusta. 

Ancora una volta ritroviamo i punti cardine della poetica di Jenkins. La GENTILEZZA è l’arma utilizzata dal regista, e dai suoi personaggi, per ottenere giustizia, affrontare le avversità e parlare di un passato che nelle dinamiche sociali si riverbera ancora nel presente. È anche la base comunicativa dell’amore tra i due protagonisti che affidano al rispetto reciproco e alla forza interiore la capacità di resistere a un mondo che sembra andare da tutt’altra parte. L’OTTIMISMO è nella determinazione dei personaggi, nel coraggio che esprimono, nella speranza di un lieto fine che non abbandona mai Tish e Fonny, e nemmeno lo spettatore. Il BELLO è invece nello sguardo di Jenkins e ammanta tutta l’opera. 

Sono splendidi i due protagonisti, KiKi Layne e Stephan James, la musica è suadente e accompagna con incisività l’incedere della vicenda, i costumi li vorresti indossare tanto sono perfetti, le inquadrature trovano sempre un’armonia tra cromatismi, disposizione dei personaggi e fulcro dell’azione, la luce pennella le immagini con calore creando una sorta di incanto. Se tutto ciò appaga l’occhio, finisce però per creare una certa asincronia tra la concretezza dei fatti narrati e l’universo idealizzato messo invece in scena. A mancare dopo un po’ è il peso delle pulsioni e quell’amore così esemplare, integro, maturo, anche un po’ noioso, finisce per essere percepito più come immaginato che davvero vissuto.

Anche il tema razziale perde via via spessore a causa di una parzialità evidente nel tratteggiare la comunità afroamericana, tutta solidarietà, sacrifici e buoni sentimenti, rispetto al resto del mondo, invece ostile, ottuso e violento. Specchio dei tempi, certo, ma anche mostrato a senso unico e senza essere mai in grado di insinuare il dubbio. Se quindi non si può non restare affascinati dal talento del regista nel dare coerenza alla sua visione, la evidente mitizzazione dei contenuti finisce per rendere l’opera meno potente delle intenzioni.

 

 

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