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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 23 Marzo 2019

Martin Freemane e Diane KrugerBerlinale 2019: un festival al femminile, di Luca Baroncini    

Il festival di Berlino è da sempre una riflessione attraverso il cinema su ciò che ci accade intorno, quindi più attento alle urgenze sociali e politiche che al glamour, presente ma non inseguito. Quest’anno il direttore uscente Dieter Kosslick, sostituito l’anno prossimo dall’italiano Carlo Chatrian, ha dichiarato che la selezione si è posta come obiettivo quello di “approfondire il senso del nostro comportamento quotidiano nel mondo”. Il tema è quindi quello, molto concreto e contemporaneo, delle conseguenze politiche dei comportamenti privati.

Trasversale, e determinante nella selezione dei film in concorso, l’attenzione alla parità di genere: su 17 film (passati a 16 dopo il forfait del cinese Zhang Yimou per problemi di postproduzione, o con il visto, chissà!), sette sono diretti da donne. La cosa non dovrebbe fare notizia, invece la fa perché è una presa di posizione rispetto ad altre manifestazioni, anche più blasonate (vedi Cannes o Venezia) che, nel concreto, non hanno poi fatto molto; per dire, all’ultimo festival di Venezia in concorso era presente un unico film diretto da una regista (il poi premiato “The Nightingale” di Jennifer Kent). La questione è delicata e genera spesso discussioni accese perché sono in molti a sostenere che un film dovrebbe essere scelto per ciò che è e non per quello che rappresenta, però è anche vero che se non si inizia a cambiare qualcosa alla base nulla mai cambierà. Nello specifico, se mai registe donne inizieranno a essere selezionate nelle manifestazioni più importanti, difficilmente avranno poi modo di essere premiate, quindi distribuite, si spera viste, e di entrare nel novero degli autori che contano e contribuiscono a fare grande un festival. 

In tal senso l’edizione di quest’anno ha preso la questione di petto: è una presidentessa, la carismatica Juliette Binoche, a guidare la giuria internazionale; è di una regista, la danese Lone Scherfig, il film di apertura, il modesto The Kindness of Strangers; va a una donna, la mitica Charlotte Rampling, l’Orso d’Oro alla carriera, ed è al femminile anche la retrospettiva, che comprende 28 film di registe tedesche, fra est e ovest, fra il 1968 e il 1999.  

Vivere l’avventura festivaliera per sole quattro giornate comporta delle scelte: seguire un criterio preciso, e quindi focalizzarsi sul Concorso o su una delle sezioni parallele, oppure lasciarsi andare al flusso, e quindi buttarsi nella mischia delle proiezioni seguendo unicamente il filo rosso del proprio intuito e della propria curiosità? Questa seconda opzione rende la visione indubbiamente meno organica, e lo sarebbe stata comunque dato il tempo limitato, ma comunque ricca di suggestioni e spunti interessanti. Il viaggio comincia con Grâce à dieu di François Ozon in cui il regista francese affronta, in modo un po’ verboso ma efficace, il tema degli scandali sessuali nella Chiesa cattolica attraverso il caso, reale e molto documentato, del parroco di Lione Preynat, reoconfesso di abusi sessuali su minori; una chiara denuncia nei confronti della Chiesa che pur sapendo (i fatti risalgono agli anni ’90) ha taciuto consentendo al prete di continuare a operare a stretto contatto con giovanissimi. Dalla Francia si passa alla Grecia, la zona di Missolungi nella parte occidentale, e il film, The Miracle of the Sargasso Sea di Syllas Tzoumerkas, con tutta probabilità non deve avere avuto il patrocinio del Ministero del Turismo vista l’immagine che dà della zona: terra inospitale e arida i cui abitanti finiscono per abbruttirsi a causa   dell’assenza  di  opportunità. È quello che accade alla protagonista, una poliziotta obbligata a trasferirsi insieme al figlio che dopo dieci anni di insoddisfazione finirà per incrociare un’operaia in un caso piuttosto intricato di violenza e sopraffazione. Al film manca sicuramente qualcosa, soprattutto in sede di scrittura, ma il malessere dei personaggi ti si appiccica addosso. La tappa successiva, sempre all’insegna del greve, è nell’Amburgo degli anni ’70 con The Golden Glow di Fatih Akin, uno dei film più disturbanti mai visti, che ci porta dritti dritti nella mente di un serial killer realmente esistito, Fritz Honka. Un uomo invisibile per la società, un reietto che fa a pezzi altri reietti, con una messa in scena sempre a stretto confine con il grottesco eppure realistica nella violenza meticolosamente esibita e con un interprete, il giovane Jonas Dassler, che si trasfigura nella follia del protagonista. Una follia esplicitata senza alcun movente che non sia l’impotenza o la dipendenza dall’alcol e quindi molto criticata, ma forse proprio per questo efficace per sondare i limiti dell’umano. In mezzo a tanto orrore la presenza di Juliette Binoche in Celle que vous croyez di Safy Nebbou è un raggio di sole. Interpreta una splendida cinquantenne che per superare l’abbandono del marito e un vuoto interiore si inventa un falso profilo Facebook e comincia a chattare con un aitante venticinquenne; quello che comincia come un gioco diventa una ragione di vita e metterà a nudo insicurezze, desideri e bisogni attraverso una messa in scena elegante e suadente piena di parole, sguardi e anche colpi di scena. 

Nel viaggio c’è spazio anche per qualche conferenza stampa in cui si incontrano Casey Affleck (a Berlino per l’apprezzato Light of My Life, da lui diretto e interpretato, e che sorprende per loquacità), Martin Freeman e Diane Kruger (protagonisti del gioco di spie, più intimista che action, The Operative) e Christian Bale, in ritardo di quasi un’ora per presentare la prima tedesca di Vice in cui interpreta, irriconoscibile, Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush. 

Da collante tra un evento e l’altro, e garanzia di sopravvivenza tra le tante sollecitazioni ricevute, qualche boccale di birra, rigorosamente weiss.

Quando leggerete questo articolo saprete già chi ha vinto. Il tifo è tutto per l’Italia con La paranza dei bambini che Claudio Giovannesi ha tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano e che è stato accolto positivamente dalla stampa internazionale e, miracolo, anche da quella italiana.

 

 

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