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Categoria: Cinema
Creato Sabato, 01 Giugno 2019

Palazzo con stelle - CannesCannes 2019: voilà le festival, di Luca Baroncini (n°224)

Cosa rappresenta nel panorama cinematografico mondiale il Festival di Cannes? Al di là di tutti i meriti della manifestazione francese legati alla qualità dei film proposti (discreta per le opere in concorso, buona per quelle nelle altre sezioni), è altro ciò che si cela dietro alla “Montée des marches” (la scalinata da cui si accede al Grand Auditorium Louis Lumière), ai riflettori puntati sulle star, alle interviste, alle file per accedere nelle sale, alla folla che per due settimane invade la Croisette. Ciò che il festival celebra è infatti soprattutto se stesso e la propria esclusività. Quello che Cannes grida a gran voce è ancora una volta “Se ci sei, significa che vali!”. Un valore legato alla qualità, alla dedizione, all’impegno, al talento e concesso da chi sente di avere il potere di decidere le sorti del mondo, perlomeno del cinema. 

Un festival popolato da una casta di privilegiati in cui tutto è gerarchia, dagli accrediti (a seconda del colore del badge fai file più o meno lunghe), agli inviti, elargiti con parsimonia e richiestissimi. A dominare è quindi il “Tu sì! Tu, invece, no!”. Tutto ciò fa del festival un oggetto tanto affascinante e ambito quanto pieno di contraddizioni: no a Netflix perché non è cinema, ma sì agli influencer che oscurano gli attori in passerella; tanti proclami sul film di Quentin Tarantino C’era una volta a… Hollywood ma pochissime proiezioni; molta povertà sugli schermi e un’opulenza vistosamente esibita da tutte le altre parti; un grande interesse per il mercato ma nessun biglietto in vendita (solo accreditati e invitati accedono alle proiezioni). 

Se la cornice è snob ed elitaria, per fortuna ci sono però i film, cuore pulsante del festival e sguardo a 360° sul mondo, in cui le differenze culturali e sociali non si appianano ma si possono approfondire e offrono opportunità importanti di confronto. Pur avendo visto solo una parte della selezione proposta, la sensazione è positiva. Il cinema pare infatti godere di ottima salute. Resta da capire in che forma sarà fruito perché la maggior parte dei film selezionati celebra uno sguardo d’autore, quindi non sempre allineato con i canoni estetici e narrativi imperanti. Un cinema che per fortuna esiste e dimostra la voglia di sperimentare e osare ma che, tolti pochi titoli, non avrà vita facile in sala dove l’intrattenimento è sempre più legato alla serialità e ai fuochi d’artificio.

Tra le opere che più hanno fatto parlare c’è sicuramente Dolor y gloria di Pedro Almodovar, uscito nelle sale italiane contestualmente al festival, in cui il regista spagnolo riflette sulla sua vita e sul potere salvifico dell’arte. Un film che ha messo d’accordo tutti per la capacità di coniugare il senso estetico del regista, sempre attento ai dettagli e all’efficacia delle combinazioni cromatiche, con una profonda malinconia sulla vita che avanza e su ciò che dà un senso ai giorni. Per restare al concorso, ha raccolto ampi consensi Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, ambientato nella seconda metà del Settecento, che racconta di una pittrice chiamata in Normandia a dipingere il ritratto della figlia di una contessa. Tra le due ragazze si stabilisce un legame via via sempre più profondo che la regista mette in scena trovando un equilibrio tra il furore delle pulsioni e la freddezza del contesto sociale. Un equilibrio fatto di non detti, slanci improvvisi, silenzi e dove il paesaggio, mirabilmente fotografato, diventa protagonista trasversale e specchio degli stati d’animo. Per restare al concorso è poi un vero colpo di fulmine Parasite del coreano Bong Joon-Ho. La storia è geniale e mette  a confronto  due famiglie, una povera e l’altra ricca, mescolando continuamente i generi cinematografici e facendo una satira sociale graffiante che sfuma i confini tra commedia, dramma e horror. Significativo anche Le jeune Ahmed dei fratelli Dardenne, piaciuto poco sulla Croisette e invece assai potente nell’esprimere, con lo stile rigoroso dei due registi belgi, la realtà contemporanea in modo problematico. Il racconto verte intorno all’adolescente musulmano Ahmed che pianifica l’omicidio della sua insegnante dopo aver abbracciato l’ala più radicale della sua religione. Per restare alle tematiche sociali forti, Ken Loach, in Sorry We Missed You, affronta la piaga del precariato con un padre di famiglia che diventa corriere freelance per incrementare i propri guadagni ma finisce intrappolato in una vita fatta di orari massacranti e assenza di tutele. Lo sguardo di Loach è come sempre parziale, ma l’analisi è lucida e pone l’attenzione su un tema scottante e molto attuale.

Uscendo dal concorso, e dovendo scegliere un solo titolo rappresentativo della qualità proposta, si segnala il delizioso Chambre 212, di Christophe Honoré, in cui a essere indagato è il rapporto affettivo di una coppia di lunga data, in crisi quando lui scopre i ripetuti tradimenti di lei. Quella che sembra essere una storia trita e ritrita, nelle mani del regista francese diventa una spassosissima, ma anche profonda, riflessione sul significato dello stare insieme combattendo i propri fantasmi e provando a convivere con i propri desideri. La regia regala invenzioni a ripetizione, la sceneggiatura è brillante e intelligente e il film si beve d’un fiato tra sorrisi e malinconia. Finalmente, poi, un ruolo che calza a pennello a Chiara Mastroianni.

Quando leggerete questo articolo saprete già chi ha vinto e quali saranno i titoli che resteranno nella storia del festival e, si spera, del cinema. Sarà come sempre la giuria, capitanata questa volta dal regista Alejandro González Iñárritu, a deciderlo.

 

 

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