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Categoria: Cinema
Creato Venerdì, 19 Luglio 2019

Big Little Lies - Piccole grandi bugie4 serie TV (3 da vedere + 1), recensione di Luca Baroncini (n°225)

Vi diranno che le serie televisive sono il nuovo cinema e il futuro dell’intrattenimento, che rivoluzioneranno il modo di raccontare storie, che tutti i grandi attori e registi ormai sono indirizzati al piccolo schermo perché più remunerativo e in grado di colonizzare l’immaginario. Tutto vero? Boh! Di oggettivo c’è che le piattaforme di streaming legale sono sempre più diffuse e per una visione casalinga la fruizione a puntate sembra un ottimo modo per agganciare il pubblico e dargli storie, tante, in cui perdersi.

Poi, i telefilm sono sempre esistiti e in tantissime declinazioni (dalle sit-com ai film-tv), ora sono sicuramente molti di più a causa del moltiplicarsi dei canali di sfruttamento ed è vero che sono prodotti spesso molto più curati rispetto al passato e dal budget tutt’altro che risicato. In attesa di vedere quello che succederà ecco quattro serie televisive di cui si è più o meno parlato negli ultimi tempi: tre sono da vedere, la quarta…

Big Little Lies

In una classe di prima elementare una bimba dice di essere stata aggredita da un altro bimbo che le ha lasciato un segno sul collo. Una questione di ordinaria amministrazione, che qualunque bravo insegnante dovrebbe gestire di slancio, diventa un caso cittadino. A complicare le cose, come la vita vera ci insegna, ci si mettono i genitori. Fragili equilibri, amicizie solo di facciata, solidarietà, rancori atavici, insoddisfazioni, traumi, gelosie, amori, tradimenti, tutto esce gradualmente allo scoperto in questo ritratto di famiglie borghesi e di solidarietà femminili a Monterey, sulla meravigliosa costa californiana. Ad agganciare lo spettatore contribuisce, oltre alla confezione suadente, anche la struttura gialla: un omicidio apre la prima puntata e solo al termine dell’ultima si scoprirà chi sono vittima e assassino. Il thriller, però, è solo un piacevole sottofondo, non a caso dopo tanta attesa lo scioglimento chiarisce i punti oscuri ma non è quello che a distanza si ricorda. Ciò che va in scena è soprattutto la recita della vita dove l’apparenza sberluccica ma i personaggi indossano una maschera che ogni puntata cerca pian piano di togliere. Sono quindi le caratterizzazioni, complesse e mai semplificate, il punto di forza della serie, insieme al carisma e alla bravura delle interpreti (Nicole Kidman e Reese Witherspoon su tutte) e alla regia di Jean-Marc Vallée, molto attento a dosare gli elementi con equilibrio. 

Dal 18 giugno 2019 su Sky Atlantic è disponibile la seconda stagione, con la nuova entrata di Meryl Streep.

Gipsy

Siamo oramai completamente assuefatti a una visione dualistica dei conflitti che prevede solo bianchi e neri, pieni e vuoti, buoni e cattivi. Questo accade nella vita, sempre più condizionata da assoluti tanto rassicuranti quanto vacui, come nella fiction che quella vita imita e indaga. Per fortuna le sfumature esistono ancora. A ricordarcelo è questa serie abbastanza atipica nel panorama contemporaneo che è fondamentalmente lo scavo di un personaggio, la terapista Jean, moglie e madre dalla vita agiata in cui cova una non meglio identificata insoddisfazione. Fino a qui nulla di nuovo, la serialità televisiva è piena di pseudo casalinghe più o meno disperate in grado di offrire una facile empatia. Il fatto è che Jean è un personaggio particolarmente respingente, il suo disagio prende forme che cozzano contro il buon senso e la ragionevolezza: infrange ogni etica del lavoro, si finge chi non è, mente spudoratamente, fugge dall’ordinario ma è in esso che alla fine si rifugia. Un personaggio pieno di contraddizioni che diventa uno specchio in cui non abbiamo forse tanta voglia di riconoscerci perché approfondisce i grigi che ci fanno tanta paura. Ed è questa la sua forza. Ma è anche l’aspetto, insieme a una trama consapevolmente sfilacciata in cui a essere importante non è tanto il cosa quanto il come, che ha finito per allontanare il pubblico decretando l’insuccesso della serie. A una prima stagione non ne è quindi seguita una seconda. Peccato perché di opere che mettono in scena la percezione di sé e degli altri insinuando più dubbi che certezze non ce non sono tante. Naomi Watts è bravissima a incarnare un personaggio difficile, fatto di stati d’animo esplicitati con un solo sguardo. Sam Taylor-Johnson, regista di “Cinquanta sfumature di grigio”, dirige i primi due episodi ed è produttrice esecutiva. 

Disponibile su Netflix.

You

Joe gestisce con passione e dedizione una libreria a New York. Beck è una sua cliente. Tra i due sboccia l’amore. Tutto qui state pensando? Beh, Joe è anche un maniaco ossessivo del controllo e sotto sotto un serial killer, mentre Beck è l’incarnazione della superficialità travestita da spessore, in grado di fare praticamente sempre la scelta sbagliata nel momento sbagliato. L’originalità, oltre a una scrittura molto brillante che affianca battute ad effetto a svolte non così scontate, è nel mettere in scena una storia d’amore al tempo dei social network. Tutto passa attraverso ciò che i personaggi decidono di mostrare di sé dietro l’apparente protezione di uno schermo, non sempre con la consapevolezza che tutte le informazioni sparse per l’etere possono essere utilizzate da chiunque. Ecco quindi Joe che muovendosi abilmente su internet riesce ad anticipare sempre le mosse di Beck, arrivando al punto giusto nel momento giusto e, soprattutto, facendo la scelta migliore per conquistarla o stupirla. Un piacevole, intrigante, per certi versi anche illuminante, inganno, ordito con ritmo e finezza. Il thriller aggiunge ulteriore verve a una sceneggiatura ben strutturata. Interessante anche la manipolazione che opera nei confronti dello spettatore, portato a parteggiare per un personaggio che dietro la sua determinazione nell’inseguire la purezza di un sentimento più cerebrale che reale è fondamentalmente uno psicopatico.

Visto il successo, entro la fine del 2019 arriverà su Netflix una seconda stagione.

La casa di carta

Un gruppo di malcapitati, con la caratteristica comune di non avere nulla da perdere, viene accuratamente selezionato dal misterioso “Professore” per partecipare alla rapina del secolo: irrompere nella zecca nazionale spagnola di Madrid, stampare due miliardi e quattrocento milioni di euro e scomparire nel nulla. Per restare anonimi anche tra di loro i membri della banda hanno il nome di una città e quando sono in azione indossano una maschera di Salvador Dalì. L’operazione è preceduta da un’attenta preparazione di cinque mesi nelle campagne di Toledo in cui vengono specificate le regole da seguire, tra cui il divieto assoluto di instaurare all’interno del gruppo relazioni personali e sentimentali. Ovviamente non tutto andrà secondo i piani. Per qualche mese non si è parlato d’altro: volti segnati da occhiaie da “binge watching” (guardare una puntata dopo l’altra), scambi di pareri in ogni dove, appuntamenti rimandati per guardare il prima possibile tutte le puntate, attori passati in pochissimo tempo da perfetti sconosciuti a star, addirittura un Emmy, il più importante premio televisivo a livello internazionale, l’equivalente di un Oscar per intenderci. 

Come mai tanto clamore? Sinceramente me lo sono chiesto fino alla settima puntata, prima di smettere per calo di interesse personale dovuto a una storia che ha la profondità di un racconto di Topolino, personaggi sopra le righe, situazioni improbabili, amori da telenovela, svolte poco plausibili, dialoghi imbarazzanti e una piacioneria di fondo che inneggia alla rivolta contro il “sistema” di grana grossissima. È proprio la scrittura priva di finezze, la ricerca dell’effetto costi quel che costi, il colpo di scena su tutto che affossano il progetto e gli tolgono quel mordente così strenuamente ricercato. Eppure in pochi sembrano averci fatto caso. Sarà per il ritmo serrato? Perché i personaggi piacciono? Perché avvince nonostante tutto? Non lo so, ditemelo voi.

La terza serie è in streaming su Netflix dal 19 luglio 2019.

 

 

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